Napoli sotterranea: la storia

La storia di Napoli sotterranea

Una storia tumultuosa

Dalla fine della seconda guerra mondiale sono state scoperte più o meno 700 cavità, tra cui grotte risalenti al periodo greco, camere funerarie di epoca paleocristiana e vie di fuga borboniche. Secondo gli esperti, tuttavia, questa è solo la punta dell’iceberg: sottoterra resterebbero altri due milioni di metri quadrati da esplorare. Gli appassionati di speleologia urbana molto probabilmente si affretteranno a informarvi che il mondo sotterraneo di Napoli è uno dei più vasti e antichi del pianeta.

Certo, anche Parigi può vantare un certo numero di catacombe, ma nulla di paragonabile ai 2500 anni di storia della città partenopea. E che storia! Martiri e invasori stranieri sepolti, spiritelli che rubano le mogli e trafficanti di droga. Il santo più famoso di Napoli, san Gennaro, fu interrato nel V secolo nelle catacombe che poi hanno preso il suo nome. Circa 100 anni più tardi, nel 536, il generale bizantino Belisario e le sue truppe colsero Napoli di sorpresa passando attraverso le antiche gallerie dell’acquedotto. Secondo la leggenda, Alfonso V d’Aragona (re di Napoli come Alfonso I) utilizzò il medesimo stratagemma nel 1442, aggirando l’ostacolo delle mura tramite un passaggio sotterraneo che sbucava nella bottega di un sarto, nel cuore della città. Nel Settecento, invece, i Borbtoqi fecero scavare una via di fuga sotto il Palazzo Reale di Capodimonte. Un secolo dopo commissionarono un tunnel che collegasse il Palazzo Reale, situato in centro, alle caserme di Chiaia, così da far giungere rapidamente le truppe in caso di necessità e di assicurare una via di fuga alla famiglia reale. Persino la malavita ha trovato il modo di sfruttare il sottosuolo di Napoli: nel 1992 la polizia fece irruzione in un laboratorio di stupefacenti del temuto clan di Raffaele Stolder, provvisto di vie di fuga collegate direttamente alla casa del boss.

Da antico acquedotto a discarica sotterranea

I tunnel strategici e le catacombe sono elementi certamente importanti nel buio sottosuolo di Napoli, ma la sua spina dorsale è costituita dall’antico acquedotto. Il primo sistema di approvvigionamento idrico della città fu costruito dai coloni greci, i quali fecero confluire l’acqua proveniente dalle pendici del Vesuvio in cisterne scavate nello strato di tufo su cui sorge Napoli. A livello della strada furono poi realizzati i pozzi che permettevano ai cittadini di approvvigionarsi. I romani, per non essere da meno, costruirono un nuovo, sofisticato acquedotto, lungo 70 km, che trasportava l’acqua dal fiume Serino, nei pressi di Avellino, fino a Napoli, Pozzuoli e Bacoli, dove riempiva l’enorme Piscina Mirabilis. Gli interventi successivi furono effettuati nel 1629, anno dell’apertura dell’acquedotto del Carmignano, commissionato dagli spagnoli. Amplia-to nel 1770, questo smise di essere utilizzato intorno al 1880, quando le epidemie di colera indussero le autorità a costruirne una versione pressurizzata, più moderna. Ormai prosciugate, le antiche cisterne si trasformarono da mirabili opere d’ingegneria in comode discariche per la spazzatura. Ma via via che i rifiuti intasavano i pozzi, l’accesso al sottosuolo si fece sempre più difficile e nel giro di poche generazioni la rete sotterranea che aveva rifornito la città fu dimenticata.

La riscoperta nel periodo bellico

Furono gli ululati delle sirene antiaeree a riconciliare i due volti della città, quello illuminato dal sole e quello avvolto dalle tenebre. La prospettiva di imminenti attacchi alleati, infatti, indusse I’UMPA (l’Unione Militare Protezione Antiaerea del regime fascista) a trasformare le antiche cisterne e i passaggi in rifugi sotterranei per la popolazione civile. I cumuli di spazzatura furono compattati e coperti e gli antichi cunicoli ampliati; inoltre si costruirono servizi igienici e scale. Mentre le bombe devastavano la città in superficie, decine di migliaia di persone trovavano rifugio nel buio e umido sottosuolo. La paura, la frustrazione e la rabbia di coloro che si ripararono in quei rifugi sopravvive nei graffiti che ancora ne ricoprono le pareti, dalle caricature di Hitler e Mussolini a strazianti messaggi come ‘Mamma non piangere. Per molti sfollati, questi nascondigli sotterranei divennero abitazioni semipermanenti, dove intere famiglie coabitavano dividendosi gli spazi con lenzuola appese e arredandoli con qualche letto malandato. Ancora oggi restano tracce di questa precaria vita domestica, che vanno da tratti di pareti piastrellate per la ‘cucina’ o la doccia ai segni degli alimentatori elettrici.
Purtroppo, quando iniziò la ricostruzione, gli acquedotti furono nuovamente relegati a discariche in cui si riprese a gettare di tutto, dalle macerie degli edifici distrutti durante la guerra ai motorini e le automobili. Ancora una volta, lo storico labirinto e i suoi segreti millenari sparirono dalla memoria collettiva della città.

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