Molti sguardi sulla zona 4

 

Fra le serate “letterarie” del Mese della cultura che QUATTRO ha avuto l’incarico di organizzare, di particolare interesse l’incontro dal titolo “Molti sguardi sulla zona 4” che si è tenuto nella Sala Anima del Teatro Franco Parenti il 7 ottobre scorso.
Per l’occasione è stata organizzata una mostra fotografica con gli “sguardi” di Sergio Biagini e Simone Paloni e sono state esposte due sculture su Milano, realizzate dallo scultore Rinaldo Degradi.

All’incontro hanno partecipato in qualità di relatori: Stefania Aleni, direttore di QUATTRO, Vito Redaelli, architetto-urbanista, Andrea Bisicchia dell’Ufficio studi del Teatro Franco Parenti, Antonio Padoa Schioppa, presidente della Fondazione BEIC, Paolo Zanichelli, presidente del Consiglio di zona 4 e Manfredi Palmeri, presidente del Consiglio comunale di Milano.

Dato l’interesse e l’attualità dei temi trattati, riportiamo i testi degli interventi anche per sollecitare un dibattito fra i lettori.

Stefania Aleni

In questi anni sono stati scritti numerosi libri sulla nostra zona, alcuni commissionati dal Consiglio di Zona 4, altri a cura di persone appassionate di storia; anche QUATTRO ha pubblicato regolarmente articoli di storia locale, di analisi degli aspetti architettonici e urbanistici della zona, di osservazione delle principali trasformazioni.
Stasera non possiamo presentarli tutti, ne citerò brevemente alcuni, quelli che ho trovato nella libreria della nostra redazione, per dare una idea del grande interesse che la nostra zona comunque suscita.

Ecco Trekking urbano, percorsi storico-architettonici in zona 4, di Riccardo Tammaro (i percorsi ottocenteschi, le vecchie strade di entrata-uscita dalla città, la strada Malpaga (l’attuale Corso 22 Marzo), la vecchia Paullese, lo Strettone; i percorsi dei piani regolatori del novecento, i viali delle Regioni, l’asse Concordia-Indipendenza-Argonne, ecc
Ecco Paesaggi urbani di Vito Redaelli, raccolta di articoli, veri e propri saggi brevi su aspetti urbanistici, singole aree o progetti o tematiche della nostra zona.
C’è poi La strada e la porta di Pietro Solera, tracce e temi di storia intorno a Rogoredo, che ripercorre la storia di Rogoredo dall’epoca romana.
Sotto il cielo di Lombardia, breve storia degli Umiliati, di Carlo Pirovano, che tocca luoghi importanti della nostra zona che hanno visto la presenza degli Umiliati, in primis Monluè.
Di Claudio De Biaggi abbiamo Panni al sole e al vento,storiadei lavandai milanesi, molti dei quali avevano trovato a Ponte Lambro la sede ideale della loro attività.
La storia dell’Idroscalo di Lodovico e Giuseppe Garra è uno dei dettagliati e documentati articoli pubblicati sulla rivista Noi geometri.
Altri due esempi meno recenti: Le origini della chiesa di Santa Maria del Suffragio di Alessandro Faruffini e
Campane di periferia: la parrocchia della Madonna della Medaglia Miracolosa di Franco Balletti.
Deve ancora uscire invece, ma contiamo di averlo entro Natale, il libro Borghi e cascine della zona 4, di Riccardo Tammaro, commissionato dal Consiglio di zona 4, alla riscoperta dei vecchi borghi e delle cascine, alcune ancora presenti, altre distrutte, segno di un passato agricolo neppure troppo lontano.

Infine, quello che chiamo ormai “il libro che verrà”: Storie industriali in zona 4, a cui stiamo lavorando da parecchi mesi, che da un lato ricostruisce la storia di importanti e storiche aziende attraverso le testimonianze dirette di chi ci ha lavorato, dall’altro analizza il contesto urbano in cui si inserivano e la sua trasformazione.Parliamo di importantissime aziende: la TECNOMASIO ITALIANO BROWN BOVERI in piazzale Lodi; la LAGOMARSINO di viale Umbria 36,la LESA di via Bergamo, la GELOSO di via Brenta, la CAPRONI di via Mecenate, la REDAELLI a Rogoredo, laFERRANIA in via Ferrini, le VETRERIE LUCCHINIPEREGO in via Tertulliano, la CINEMECCANICA in viale Campania, la RICORDI, le Officine grafiche COEN, PIROLA, PLASMON ecc

E’ proprio quest’ultimo libro che ci ha permesso di approfondire una di quelle che stasera chiameremo “vocazioni” della zona 4: quella produttiva-industriale.
Questa vocazione, molto forte fino agli anni ’70 (il periodo critico è stato per moltissime realtà a metà degli anni ’70), è ancora presente, in pochi casi sono ancora presenti le stesse aziende, in altri si è avuta una trasformazione/evoluzione in altri settori produttivi.
Ma gli approfondimenti su questo tema li lascio a Vito Redaelli e agli altri oratori.

Un accenno ancora alle altre “vocazioni” di cui vorremmo parlare stasera.
Quella ferroviaria (la prima stazione ferroviaria della linea Ferdinandea era nella nostra zona), che vede la presenza di importanti scali ferroviari: lo scalo Vittoria al servizio dell’ortomercato in largo Marinai d’Italia dove arrivavano i treni con i prodotti agricoli; lo scalo Romana al servizio delle numerose fabbriche meccaniche della zona di corso Lodi; la stazione di Rogoredo.
Lo scalo Vittoria è completamente dismesso da anni, lo scalo Romana non è più attivo come scalo merci ed è interessato dai processi di riqualificazione degli scali ferroviari, la stazione di Rogoredo assumerà ancora più importanza come stazione di testa dell’alta velocità.

E quello delle aree dismesse è uno dei temi di cui vogliamo parlare stasera proprio perché è lì che viene riprogettata la città e si capisce quale sia l’idea di città a cui si pensa.
Un altro tema di grande interesse ed attualità è quello dell’abitare e dei servizi che si devono accompagnare alla nuova residenza, per non peggiorare la vivibilità di tutti.
Lascio all’architetto Redaelli gli approfondimenti su tutti questi temi.

 

Vito Redaelli

Proverò ad argomentare alcuni concetti importanti per la Zona 4 che Stefania Aleni ha introdotto: concetti che possono essere d’aiuto per aprire un dibattito con i nostri ospiti e che mi paiono utili per avvicinarsi a quelle che potremo chiamare le vocazioni della Zona, le peculiarità che l’hanno caratterizzata nella storia fino ad oggi.

Inizierei da una specificità dell’intera Milano che riguarda anche la Zona 4: la sua forma circolare, posta nel cuore di una rete urbana e rurale - la pianura padana - per cui man mano che il capoluogo si sviluppava si assisteva ad un successivo allargamento della città verso la campagna e a una successiva stratificazione delle funzioni e attività che nei diversi momenti storici la società milanese e lombarda chiedeva.
In questo processo la Zona 4 che conosciamo attraverso i confini amministrativi attuali nasce e si sviluppa a partire dal ‘900:se andiamo a guardare le carte storiche di Milano alla fine dell’Ottocento-primo Novecento l’attuale Zona 4 era infatti un terreno completamente agricolo con una rete di cascine che si articolavano tra i tracciati storici della via Emilia e della strada statale Paullese. Questo paesaggio agricolo può dunque essere considerato la prima vocazione importante dei luoghi appartenenti alla Zona 4 in quel momento storico: una vocazione di cui possiamo ancora oggi apprezzare dei valori, testimonianze materiali e simboliche. Pensiamo, ad esempio, al Parco Agricolo Sud Milano oppure alla cascine e dei borghi rurali che sono rimasti all’interno del tessuto della città.

Successivamente, ai primi del Novecento, ritroviamo l’altro paesaggio di cui parlava Stefania Aleni: il paesaggio industriale. Tema fondamentale per lo sviluppo della Zona che di fatto si sovrappone al paesaggio agricolo rappresentando una trasformazione socio-economica della città in progress. Sono gli anni dei primi piani regolatori urbanistici cosiddetti “moderni”: il Piano Beruto a cavallo del cambio di secolo, ad esempio, con il quale la città governa la sua espansione a fronte di una tendenza insediativa che aveva generato una forte pressione di sviluppo della città.
Sono anni dove si ritrova una relazione stretta tra trasformazioni socio-economiche della città e sue trasformazioni fisiche: con nuove fabbriche grandi e piccole che plasmano i paesaggi della Zona 4 generando disegni urbani di grande bellezza che si sono sedimentati nella città e che oggi ne sono parte inscindibile: penso al disegno del piazzale Lodi, ad esempio, con la ex Brown-Boveri che ne organizza tutto il fronte nord-est; penso alla Lesa che disegna il fronte della città sul boulevard berutiano di via Cadore.

Coevo a quel paesaggio industriale, e per taluni versi funzionalmente legato, anche quello ferroviario costituisce altra caratteristica originale e peculiare della Zona 4.
Non dimentichiamoci, come prima cosa, che il Novecento è anche il secolo degli sviluppi ferroviari:le prime reti si sviluppano prima del Novecento però il nodo ferroviario milanese si articola e si perfeziona proprio negli anni ’30 con la costruzione della Stazione centrale, della cintura ferroviaria lato est e prima ancora degli scali di Porta Vittoria e di Porta Romana. Una infrastruttura che ha dato grandi benefici ma che ha sempre presentato anche delle criticità perché la città ha avuto problemi a svilupparsi per la presenza di questa barriera. Per non parlare della città annonaria tutt’ora realtà fortemente presente nella zona che di fatto costituisce un mix tra il paesaggio industriale e quello ferroviario.

Il quarto paesaggio fondamentale, che costituisce un’altra vocazione della Zona, è infine quello, utilizzando un termine molto di moda oggi, dell’housing sociale: testimonia un po’ la vocazione di accoglienza che la zona ha sempre avuto.Oggi si parla molto di housing sociale come di esperienza innovativa ma se guardiamo al ruolo che fin dal 900 lo IACP (oggi ALER) ha avuto, ci rendiamo conto dell’importanza che la zonaha avuto in tema di accoglienza: case e quartieri IACP/ALER; case del Comune date in gestione all’ALER; le esperienze dei quartieri in edilizia convenzionata a Rogoredo a nord del nucleo storico, fino alle realizzazioni più recenti, anche importanti per densità edilizie, come il quartiere Santa Giulia. Tutte testimonianze di come questa parte di città abbia sempre abbastanza avuto questa vocazione.

Quelle appena elencate sono quattro delle vocazioni più significative della Zona: agricoltura, industria, ferrovia e accoglienza. Vocazioni in progress importanti per una città che si è sempre trasformata e che oggi è alla ricerca di un’ulteriore trasformazione e di una nuova vocazione che va in qualche modo governata a partire dalle proprie specificità.

In questi giorni, ad esempio, sono coinvolto con Politecnico Bovisa nel ridisegno dello scalo ferroviario di Rogoredo: ed è straordinario vedere come una nuova dimensione urbana per Milano possa nascere dall’interazione delle vocazioni intime della Zona in quel luogo.A Rogoredo infatti entrano in diretto contatto il paesaggio agricolo del Parco Sud Milano, la realtà produttiva e industriale che caratterizza tutto l’ambito di via Toffetti, il paesaggio ferroviario dello scalo e delle relative funzioni logistiche, fino anche ai quartieri ALER Mazzini e ai nuovi paesaggi residenziali di Rogoredo.

Non può essere anche dalla reinvenzione e attualizzazione di queste vocazioni che possiamo partire per disegnare la Milano del terzo millennio?
Lo sforzo che dobbiamo ora compiere è diretto a comprendere il senso di queste attualizzazioni.

In questa logica, il primo tema che approfondiamo per guardare un po’ al futuro è quello della cultura nella Zona 4.
Sappiamo infatti come la nostra Zona abbia accolto negli ultimi anni nuove attività legate alla moda e al design. La stessa esperienza del teatro Franco Parenti in cui siamo adesso, che, durante i lavori di ristrutturazione, si è spostato all’interno della città in base alle possibilità che la città offriva, è un ulteriore esempio interessante di radicamento culturale all’interno della Zona.
Vorrei dunque chiedere ad Andrea Bisicchia, che di quella esperienza è uno dei testimoni principali, un contributo sul ruolo della cultura nella trasformazione della città. Può essere la cultura una delle vocazioni nuove della Zona 4?

 

Andrea Bisicchia

L’argomento è fondamentale soprattutto per quanto riguarda la nostra attività.

Parto con un esempio: le comunità ecclesiali hanno suddiviso la città in 7 zone e il nostro arcivescovo lodava la capacità organizzativa e strutturale delle zone ma si lamentava perché in un certo senso i fedeli non c’erano.Dunque una attività svolta a largo raggio che si conclude poi dal punto di vista oggettivo e pratico con un nulla di fatto.
Non è colpa degli organizzatori ma è colpa magari di qualcosa che i cittadini non considerano più importante come una volta.
Perché dico questo? Come mancano i fedeli alla comunità ecclesiale, alla stessa maniera mancano le persone che vogliono acculturarsi.

La crisi della cultura non riguarda solo la zona 4 riguarda tutta Milano.La politica non aiuta molto la cultura, mail capitale di conoscenza è fondamentale per la nostra vita ed è un capitale di ricchezza; la cultura è ricchezza, è aumento del PIL: senza cultura non si muove l’economia.
Senza cultura non si va a teatro, non si va al cinema, non si va a sentire i concerti, si sta a casa a vedere la tv.È una leggenda che la cultura non debba essere aiutata anche dagli organi politici, invece ha bisogno di esserlo per il ruolo pubblico che svolge.

Questo teatro, che è il più bel teatro di Milano, chi entra rimane affascinato da questo centro di cultura, ha bisogno della zona, anzi la zona dovrebbe appropriarsi del teatro, farlo suo.
Organizzare cultura è una attività difficile e noi lo sappiamo: i 100 cittadini che si sono “imparentati” con noi, che ci frequentano, cui daremo molte soddisfazioni, vorremmo che diventassero 1000, 10000, vorremmo che questo diventasse veramente il teatro della zona, e lo dico proprio come cittadino della zona, avendo vissuto a lungo in corso Lodi.

 

Stefania Aleni

Introducendo il tema della BEIC leghiamo i due ragionamenti: i luoghi della cultura e le aree dismesse, come un’areadismessapuò diventare nella sua trasformazione, almeno in una sua parte, una funzione pubblica così importante. Chiediamo le ultimissime al prof. Padoa Schioppa.

 

Antonio Padoa Schioppa

Intanto permettetemi di scusarmi per un fatto che in questa sede sento come una carenza: non abito in zona 4 e, aggiungo, forse perché non sono cittadino di zona e la cosa può essere più credibile, sono ammirato nel vedere che questa zona ha, come detto da chi mi ha preceduto, una sua identità nel passato e nel presente ed io credo molto alle identità di quartiere. Questo tipo di aggregazione è importantissimo nella vita quotidiana di una persona, però perché questo nasca in una città ci vogliono alcuni elementi. Tra i quali una pubblicazione come QUATTRO che da tanti anni costituisce un elemento di grande valore perché crea un legame, informa, sprona a sentirsi cittadini di quel quartiere.

Detto questo, mi pare interessante la storia di questa parte di Milano, con queste radici di proprie industrie così robuste, che in parte spiegano le caratteristiche della popolazione, e con le prospettive di riconversione di queste zone. Ecco qui certamente la Biblioteca Europea costituisce un elemento che trascende non solo la zona, non solo la città, non solo la regione Lombardia, ma ha una ambizione alta, cioè addirittura di costituire una eccellenza a livello nazionale se non a livello europeo, e questo credo possa inorgoglire chi vive vicino a dove la biblioteca nascerà, così come potrà inorgoglire i milanesi e i lombardi. Dirò adesso due parole sullo stato di avanzamento. Voglio anche però, approfittando della presenza del Presidente del Consiglio di zona, chiedere qualche informazione sulla parte privata dell’area che insiste su viale Umbria/via Cena dove i cantieri sono fermi da tempo. E’ sicuramente una situazione non positiva, questo cantiere grandioso nella parte privata, fermo da anni che dà un senso di squallore e di incertezza.

Quello che tengo a dire in due parole è che in questi ultimi mesi le prospettive di un finanziamento per la costruzione di questa grande struttura di 80 mila metri calpestabili si sono fatte decisamente più positive. E questo, e permettetemi di dirlo con la chiarezza dovuta a tutti e in particolare a chi conosce la questione e vive nella zona, non per merito del Comune di Milano il quale di meriti ne ha molti, ha bandito il concorso internazione per l’edificio e ha destinato l’area; non dimentichiamolo, se un giorno la BEIC ci sarà, sarà merito del Comune e questo non va dimenticato.
Detto questo però, a un certo momento, come quei corridori che arrivati in vista del traguardo subiscono un calo di zuccheri, nella fase relativa alla preparazione dell’Expo, per ragioni che lo storico futuro potrà approfondire ma che a me sono oscure, il Comune non ha messo la BEIC nel pacchetto delle grande opere per il 2015. Perché l’abbia fatto o perché non l’abbia fatto non lo so, non ha neanche fatto marcia indietro nel senso che la destinazione dell’area è rimasta. Questo però significa che abbiamo dovuto, e già lo volevamo fare ma questa scelta o non scelta del Comune ci ha incoraggiato su questa strada, bussare ad altre porte. Le uniche che si possono realisticamente e doverosamente esplorare o cercare di aprire per un opera di queste dimensione che ha un valore nazionale: lo Stato.
Questa è un’iniziativa che riempie una lacuna dell’Italia non di Milano, una grande struttura a scaffali aperti, multimediali, con una serie di servizi, e devo dire che l’attuale governo per dichiarazione formali pubbliche non fatte al chiuso di una stanza, di due ministri il Ministro Bondi, Beni culturali e il Ministro Matteoli, Infrastrutture, hanno pubblicamente dichiarato che intendono finanziare la BEIC, l’intera opera.
Questo si giustifica perché la BEIC è una infrastruttura, le infrastrutture non sono solo le autostrade o le linee ferroviarie, ma sono quelle strutture che permettono di ottenere risultati che altrimenti senza questi investimenti non ci sarebbero. La BEIC è una infrastruttura, del resto con la Legge obbiettivo che è quella che finanzia la grandi infrastrutture, sono già state finanziati in passato interventi di tipo immobiliare; ad esempio a Roma, dove sistemare alcuni edifici storici,fare interventi urbani, purché la finalità sia giusta, è stato considerato un investimento in infrastrutture. E questa via ha grandiosi vantaggi di celerità di disponibilità finanziarie, perchè la Legge obbiettivo prevede una procedura più rapida e meno formale, meno intricata di altre procedure pubbliche.
Mentre la BEIC è fuori della portata dei bilanci dei Beni culturali se si dovesse attingere a quel bilancio, perché le risorse non ci sarebbero mai, come infrastruttura la BEIC è una piccola opera. Quindi in questo senso sono piuttosto fiducioso che in tempi brevi, per tempi brevi intendo la fine di quest’anno, si possa avere un primo stanziamento che sarà dato a tranche, che consenta però di bandire la gara per tutta l’opera, e poi in successione arrivano le tranche successive. Non voglio peccare né di ottimismo né di faciloneria e non credo di averlo mai fatto da quando mi occupo di questo progetto, ma In questo momento sono decisamente ottimista.
Adesso abbiamo il progetto esecutivo che è pronto e che il Politecnico di Milano sta validando, perché è uno degli step necessari per far partire la gara, ci vorrà un tempo relativamente breve.

Finisco dicendo che la BEIC è certo una grande opera in cui ci saranno i grandi testi della cultura mondiale, stiamo già costruendo la più grande biblioteca digitale che ci sia in Italia, stiamo digitalizzando migliaia di volumi di storia, matematica, diritto, economia, facendo in modo che si possano mettere in rete senza problemi di copyright, e questo lo facciamo con i fondi avuti negli anni precedenti, nella fiducia che in ogni caso questa biblioteca andrà in rete, se anche disgraziatamente l’edificio non nascesse, bisogna sempre essere pronti anche a soluzioni negative, in Italia le cose vengono decise quando sono state fatte non prima, quindi nonostante l’ottimismo un minimo di cautela ci vuole.
I libri non li compriamo fino a quando non siamo sicuri di poterli collocare lì, ma la biblioteca digitale la stiamo già facendo e la si potrà vedere tra qualche mese nella sua fase iniziale ed è una cosa veramente grande. Aggiungo e finisco: il fatto che la biblioteca sia qui e non in un’altra zona per me deve avere un ricaduta su alcuni contenuti della biblioteca, perché certamente su Milano e la Lombardia ci sarà di più che su Stoccolma o la Nuova Zelanda, e dovrà essere una biblioteca che sia fruibile da chi vive lì.
È previsto un vasto settore di accesso con le novità librarie a libera disposizione con il prestito di libri, diventerà anche la più grande biblioteca rionale di tutta Italia. Questo va detto perché siamo in zona 4 e non dimentico che la professoressa Aleni con il suo entusiasmo e la sua efficacia assieme ai suoi collaboratori ha fatto una raccolta di firme. In Italia è facile fare un raccolta di firme per salvare una squadra di calcio che sta andando a picco,è meno facile fare una raccolta di firme per una struttura culturale.
Migliaia di firme sono state raccolte e sono in gran parte firme vostre e di milanesi soprattutto della zona 4, che al momento giusto dovranno pesare e forse hanno già pesato anche se non abbastanza. È giusto che la zona senta questa realizzazione come un cosa sua perché sarà frutto di questa pressione che viene da chi ci vive.

 

Stefania Aleni

A proposito di luoghi del sapere: spesso sono stati riutilizzati edifici industriali, penso alla Facoltà di Informatica in via Comelico dove c’era una azienda di materiali isolanti, il teatro PIM ha sede in un’ex area industriale-artigianale, la stessa dove anche il Parenti ha avuto la sua sede provvisoria.
Un’altra area industriale è quella di viale Campania; della ex Motta e prima ancora ex ATM, è rimasta una palazzina di 2 piani destinata alla cultura; l’ultima indicazione è stata quella di fare un Museo per i fumetti, ma dovremmo chiedere all’assessore qualche dettaglio in più.

Chiederei ora al Presidente di zona 4 Paolo Zanichelli una sua valutazione sul tema delle aree ferroviarie dismesse, che ha comunque seguito anche a contatto con l’assessore allo Sviluppo del territorio Carlo Masseroli

 

Paolo Zanichelli

Io desidero parlare più da cittadino, da milanese innamorato di questa città. Da questo dibattito mi sento soprattutto di cogliere per quanto riguarda l’aspetto urbanistico, poi affronto anche quello di taglio culturale, che non sono due cose nettamente separate ma per andare con un ordine un minimo logico, da un punto vista urbanistico mi sembra di cogliere che nella nostra zona, ma anche in altri quartieri, si respira proprio quello che è lo spirito che ha caratterizzato nei decenni dall’inizio del secolo scorso la nostra città.
La capacità sostanzialmente di adattarsi ai mutamenti storici che sono avvenuti e che hanno profondamente caratterizzato il tessuto urbanistico.
Milano ha ospitato le industrie e i grandi stabilimenti industriali in ambito nazionale e internazionale, quando lo sviluppo industriale coincideva con la rivoluzione tecnologica e a queste rivoluzioni epocali sono poi corrisposte delle grandi sfide sociali. Per esempio l’industrializzazione ha coinciso con il fatto che a Milano sono arrivate decine e centinaia di migliaia di persone. Poi Milano nella sua storia ha assorbito nel tempo dei borghi, dei comuni a sé stanti, ad esempio Ponte Lambro e Rogoredo, e Milano ha saputo negli anni cogliere un’altra sfida, diventare città che offre servizi, una città del Terzo settore, fino a proiettarsi a raccogliere le sfide di questo nuovo millennio centrato sulle reti della comunicazione e sulle informazioni.
Pensiamo a Rogoredo, in un certo senso quartiere emblematico, dove una volta c’erano insediamenti industriali oggi c’è la sede di tutto il Sud Europa di Sky. Quindi il compito di chi è impegnato nel sociale è quello di saper cogliere le sfide che si determinano da questi grandi cambiamenti epocali. E qui ne è stata sottolineata una, quella di saper essere una città accogliente, e quindi mi ricollego alla domanda dell’arch. Redaelli sull’housing sociale.
Oggi Milano punta ad essere una città accogliente puntando molto sull’housing sociale, cioè nel favorire l’edilizia convenzionata e l’edilizia convenzionata agevolata. Da quando il settore immobiliare è diventato una parte della grande finanza anche a Milano i prezzi delle case hanno subito una impennata e quindi tante famiglie trovano difficoltà a comprare casa. Quindi Milano nonostante sia un centro così importante di servizi e di attività rischia di diventare una città povera di residenti; non dimentichiamoci che Milano è una città di un milione e trecentomila residenti e il trend è in calo.

Quello che sta facendo oggi l’Amministrazione comunale con il Piano del Territorio, che verrà approvato dalla Giunta nel giro di un mese per poi passare all’esame del Consiglio comunale, è proprio quello di prevedere all’interno di ogni nuovo intervento residenziale una quota importante di edilizia convenzionata.
E questo avverrà sugli scali ferroviari; per quanto riguarda lo Scalo Romana che è un’area enorme, si tratta di più di 200 mila metri quadri, è previsto un 40% di area destinata a verde pubblico, a parco perché è importante offrire nella nostra città queste possibilità in aree così estese, e sulle aree che verranno edificate è previsto un 30-40% di edilizia convenzionata, e pensiamo che siamo in una area semicentrale della città servita dai mezzi pubblici.
Voglio poi spezzare una lancia a favore dell’attuale sindaco e dell’attuale amministrazione comunale. Perché se Milano è una città che sa accettare le sfide, la sfida che Milano poteva raccogliere in questi anni era rappresentata dall’Expo. Quando nel 2006 si è insediato il sindaco Moratti, ben pochi ritenevano che a Milano venisse assegnata l’Expo. E invece grazie al lavoro del sindaco e di tanti altri, Milano è riuscita a vedersi assegnata l’Expo.
Questo significa che Milano può da qui a cinque-sei anni pensare a realizzare una serie di opere che altrimenti non potevano essere realizzate. Una sfida ad esempio è rappresentata dalle infrastrutture pubbliche e i mezzi di comunicazione.
Per quanto riguarda la zona 4 ad esempio abbiamo recentemente approvato il progetto definitivo della linea 4 della metropolitana, quindi la zona 4 da Linate fino a Piazza Tricolore sarà percorsa da una nuova linea metropolitana che avrà una connessione in Dateo con il Passante ferroviario.
Il fatto che ci sia Expo fa immaginare che altre infrastrutture come le infrastrutture culturali possano essere finanziate.

Io ammiro la dedizione e la passione del prof Padoa Schioppa e devo dire che quando è andato in Commissione cultura del Consiglio comunale, da alcuni consiglieri è stata considerata eccessivamente costosa la biblioteca.il progetto esecutivo della biblioteca costa attorno ai 263 milioni e alcuni consiglieri erano preoccupati anche per le spese di gestione di questa struttura. È chiaro che il Comune, ma questo era chiaro dall’inizio, può farsi solo in parte carico di queste costi, e la cosa principale che ha fatto è stato il conferimento dell’area su Monte Ortigara per fare la biblioteca. Un’area che vale svariati milioni di euro vista la posizione. I finanziamenti per la biblioteca dovevano essere accantonati di anno in anno durante le varie finanziarie, poi finora non è mai avvenuto e anch’io spero comePadoa Schioppa che in prospettiva Expo l’attuale governo possa finanziare questa opera.

Per quanto riguarda l’area di Porta Vittoria, posso dire questo: settimana prossima ci sarà un sopralluogo degli uffici dell’assessorato all’urbanistica, dopodiché mi è stato promesso che verrà riconvocato l’operatore per vedere se presenta un nuovo cronoprogramma per poter ripartire. La IPI che era proprietaria fino a poco tempo fa dell’area è stata oggetto di scalate societarie e di conseguenza questo piano di sviluppo è stato fermo da due anni. Secondo notizie di stampa che non mi sono state confermate in assessorato, l’area è stata ceduta a una società di Danilo Coppola. Come zona siamo riusciti ad ottenere che venisse data dignitàe decoro se non una sistemazione definitiva alla via Monte Ortigara. Quando nel 2007 i cantieri si sono bloccati chi abitava lì si trovava in una via non transitabile. Come zona sono disposto a sedermi a qualsiasi tavolo purché sia prima di tutto considerato l’interesse dei cittadini e venga realizzata la sistemazione di piazza Cappelli e venga sistemato tutto l’asse Monte Ortigara-Mugello e Carbonera.

 

Stefania Aleni

Mi hanno informato che c’è in sala il Presidente del Consiglio comunale Manfredi Palmeri, lo invito ad accomodarsi sul palco.

 

Manfredi Palmeri

Voglio dare a tutti un saluto, sono venuto qui ad ascoltare per due ordini di motivi: il primo è di interesse per questa zona; ho vissuto per tanti anni qui provenendo da Palermo, questa è la prima zona dove ho abitato, vicino allo scalo di Porta Vittoria.
Secondo ordine di motivi è di carattere più importante e generale ed è che il tema dell’urbanistica legata agli spazi per la città dal punto di vista delle dinamiche culturali credo sia importante ed elemento fondamentale per analizzareil PGT, Piano del Governo del Territorio,

Il presidente Zanichelli ha fatto prima riferimento ad un iter che confermo: la Giunta dovrà necessariamente licenziare il PGT entro la fine del mese di ottobre, se non lo farà dubito che il PGT potrà arrivare in Consiglio prima della scadenza di legge stabilita al 30 di marzo. Quindi ci saranno due passaggi in giunta e due in consiglio: dovendo passare 60 giorni fra i due passaggi o il Consiglio lavorerà a novembre sul PGT o dubito fortemente che si arriverà al traguardo, dato che a dicembre il Consiglio sarà impegnato sul bilancio.

Il PGT è strumento di recepimento di molte istanze della città quindi mi auguro che il percorso che è stato intrapreso dagli uffici dell’Assessorato allo sviluppo del territorio sarà consolidato, cioè le risposte di pianificazione della città devono essere date sulla base degli obiettivi della città. Oggi vi è la carenza di alcuni spazi; scendo in termini banali: oggi ci sono molte associazioni che non hanno una sede dove riunirsi ed esprimersi al meglio, alcune sono troppo grandi per la zona ma troppo piccole per una vocazione che riguarda la città, ebbene quelle associazioni devono trovare alcuni spazi. La risposta non è solo urbanistica ma anche sociale e in termini di sicurezza. Accanto alle eccellenze nazionali e internazionali, mi fa piacere che si parli di quelle eccellenze che partono dal basso, e non si capisce perché lo chiamino basso dato che partono dalterritorio che alto è più che basso, e sono momenti di arricchimento culturale e reinterpretazione del loro essere cittadini.

Mi fa molto piacere che questi ragionamenti si facciano in zona 4 perché la zona 4 è stata particolarmente attenta: siamo ai 2/3 del mandato, 40 mesi su 60, ed è opportuno e necessario per tutti fare un bilancio. La zona 4 si è caratterizzata per la presenza delle istituzioniche hanno tracciato dei temi, hanno articolato in modo armonico quelle che erano le espressioni culturali del territorio, valorizzando però quelle che erano le associazioni, le realtà. Non ha ceduto alla tentazione di essere la zona a pianificare in modo totale l’attività delle associazioni; sono stati dati dei temi e sulla base di quei temi le associazioni si sono espresse.

Il tema urbanistico è fondamentale, accanto al PGT c’è il tema degli scali ferroviari e delle caserme. Il PGT andrà a disegnare e tracciare la densità e l’intensità dei servizi nel senso più vasto possibile, ma c’è il tema di quelle aree della città che oggi hanno una destinazione e fruizione diversa da quella che si vorrebbe dare.
Questo è un tema decisivo e in zona 4 ci sono queste aree come è stato detto.
Devo dire che mi dispiace che non ci sia il front line della vecchia stazione di Porta Vittoria.Mi piacerebbe cheMilano prima di procedere a qualunque demolizione, a un qualunque percorso volto al futuro, si fermasse e scrivesse il proprio DNA.
Sulla base del proprio DNA, Milano dovrebbe dire: questo non si tocca, questo si tocca in un certo modo. Mi piacerebbe che questo sviluppo non fosse in contraddizione con la nostra storia. La grandezza di Milano è certamente nello scrivere il futuro ma deriva anche da quello che abbiamo alle spalle.

L’ultima cosa che mi sento di dire è che il tema del PGT va visto anche in funzione degli spazi verdi. Spazi verdi opportunamente attrezzati.Ci sono dei piani di cintura di competenza della Provincia che vanno integrati nel PGT.
Quando si parla di Parco sud si deve pensare ad un verde che venga progettato per essere fruito.Ci sono alcune zone del parco sud che sono in zona 4 e non sono fruibili al meglio. Il verde non va solo disegnato per lavarsi la coscienza, per dire abbiamo spostato gli indici verso la densità di costruzione, lasciando spazi a verde, ma deve diventare un’offerta fruibile dai cittadini.

Mi fa molto piacere che la prospettiva da cui ci si muove è anche quella dei grandi insediamenti culturali. Sarebbe una città più povera e come per la sicurezza urbana servono punti luce, voi oggi avete parlato di punti luce in termini di sicurezza sociale, culturale ed etica che sono altrettanto importanti.
Quindi credo che io vi debba un grazie.

 

Stefania Aleni

Siamo noi che ringraziamo tutti i nostri ospiti e i cittadini intervenuti e speriamo di avere altre occasioni di incontro così interessanti.