GIALLOQUATTRO

di Giovanni Chiara

Giovanni Chiara, nato a Milano, è scrittore, autore teatrale e pittore. Ha pubblicato i romanzi Lido foce, L’agghiaccio (Premio Bagutta 2000) e Specchio a settembre. I suoi libri sono stati tradotti in francese, olandese, portoghese e tedesco. Nella sola Olanda ha inoltre pubblicato il romanzo Glaucus.
Suoi racconti sono presenti nelle raccolte di autori vari All that jazz e Ticket to write. Nel 2003 ha vinto il Premio Teatrale Fersen con la commedia Dittico acerbo. Si occupa di divulgazione musicale e artistica, ed è tra i soci fondatori dell’Associazione Culturale QUATT RO.

MA CHI E' PAOLO GUALTIERI?
Intervista a Giovanni Chiara
pubblicata sul nr 100 di QUATTRO - novembre 2008

Sono molte le ragioni che ci spingono in occasione di questo centesimo numero di QUATTRO ad intervistare Giovanni Chiara: è uno dei fondatori del giornale; è“il nostro scrittore”, ha infatti pubblicato con noi 65 suoi racconti, raccolti in tre serie: Prima del diluvio, Il diluvio e Dopo il diluvio (le prime due ripubblicate in due libretti, la terza in via di pubblicazione); ci ha regalato un paio di testi teatrali che anni fa abbiamo messo in scena; dopo un periodo di disimpegno ha ripreso a scrivere regolarmente iniziando una nuova serie di racconti: Gialloquattro.

E proprio di questa vogliamo parlare con lui, prendendo anche spunto da un paio di commenti di lettori che ci sono arrivati via e-mail: Francesco scrive “Non mi soddisfa nel giornale il racconto del signor Chiara. Trovo i personaggi senza verve, i racconti mancano di vivacità e a volte hanno una certa partigianeria politica.” Opposto il parere di Annamaria che, fra l’altro, dice: “Vi scrivo per fare i complimenti all'autore di Gialloquattro per la sua abilità di scrittore. E' ironico, piacevole da leggere e sa mostrare con semplicità e grazia la realtà in cui viviamo. L'ironia è sottile ed intelligente ed anche quando diviene amara non scade mai nel lamento o, peggio, nella volgarità gratuita.”

Al di là di questi pareri discordanti, visto che a volte il linguaggio è crudo e le situazioni descritte “pesanti”, chiediamo a Giovanni Chiara di parlarci innanzitutto del protagonista di Gialloquattro, Paolo Gualtieri.

Chi è Paolo Gualtieri?
E’ un poliziotto di strada. Acchiappa scippatori, ladri, borseggiatori, spacciatori, piccoli rapinatori, estorsori, che in capo a niente tornano liberi. E’ un uomo difficile e scontento, che ama gli animali e detesta i politici, i SUV e le donne rifatte. Gli ho inflitto una ex moglie di Comunione e Liberazione e un figlio adolescente e imbecille, e per casa gli ho dato lo studio dove dipingo, che è una cantina. Lui si è appropriato di mio padre e del mio gatto, e temo che stia allungando le mani su tutta la mia vita privata, se non la smette rischia di diventare me.

Le situazioni che descrivi hanno un qualche collegamento con la realtà o sono di fantasia?
Sono avvenimenti reali, di cronaca recente o più lontani nel tempo. Il linguaggio serve a rendere l’atmosfera di malessere senza consolazione in cui le vicende avvengono, i carnefici che resteranno impuniti e le vittime che non avranno giustizia, così com’è nella realtà. Gualtieri non si muove fra le educande dell’Ottocento, ma fra malavitosi, i quali malavitosi, quanto a linguaggio da trivio, potrebbero imparare parecchio dalle educande di adesso e dai fuori onda di certi giornalisti televisivi.

La tua partigianeria, di cui si lamenta il lettore, in realtà non risparmia nessuno, né a destra né a sinistra…
Non faccio sconti perché nessuno li merita. Chi è al governo è più esposto, ma ho attaccato perfino il Presidente della Repubblica, che pure è un galantuomo. Le forze di polizia sarebbero in grado di ridurre la criminalità a livelli irrisori se, una volta presi, i delinquenti non entrassero nel circuito buonista di una legislazione che, fra l’altro, ha attirato ogni tipo di malavita estera, che sa benissimo che siamo le viole mammole dell’Occidente, e questa legislazione non è piovuta dal cielo, né si è fatta da sola.

Paolo Gualtieri quindi ce l’ha allo stesso modo con destra e sinistra?
Naturale. La sinistra ha responsabilità enormi nella sottovalutazione dei fenomeni criminali di più immediato allarme, ma l’attuale destra fa la stessa cosa, e non è con proclami sterili e con misure come i militari in pattuglia che si fronteggia il crimine. Né destra né sinistra sembrano intenzionate a mettere mano seriamente alla soluzione del problema, anzi. Chissà perché.

Un dettaglio: Gualtieri non porta mai la pistola in servizio. Perché?
Be’, Gualtieri è un anticonformista. A suo dire la pistola ingombra, pesa, consuma i pantaloni e, soprattutto, è inutile. Del resto sa benissimo di non rischiare quasi nulla: il buonismo delle nostre leggi fa sì che chi viene catturato, sapendo di rischiare poco o niente, difficilmente opponga resistenza armata. E’ raro che a un poliziotto capiti di estrarre la pistola, molto raro. E’ più facile che venga investito a un posto di blocco, invece. Purtroppo.

Vorresti dire che le forze dell’ordine dovrebbero essere disarmate?
Neanche per sogno. Chi tutela la legge deve poter fare un uso legittimo, se adeguato al contesto, delle armi, ma qua occorre intendersi: un tutore dell’ordine con una Beretta 92 caricata con 15 cartucce 9x21 è una macchina da guerra in territorio di pace, e la pace, cioè l’incolumità del cittadino, va messa al primo posto. Chi estraesse l’arma con la facilità con cui la estraggono i poliziotti e i carabinieri dei nostri fantasiosi telefilm verrebbe considerato, nell’ambiente, un idiota pericoloso, e invitato a cercarsi un lavoro diverso. Non parliamo poi di un poliziotto che spara: vediamo tutti cosa succede, quando succede, e Paolo Gualtieri non ha un altro lavoro da andare a fare.Perciò, avendo i problemi economici comuni a tutti i separati con figli, cerca almeno di risparmiarsi i pantaloni.

Per concludere: visto che hai parlato di poliziotti televisivi, a quali, aggiungendo anche quelli della letteratura, Paolo Gualtieri assomiglia di più?
A nessuno, perché non è un investigatore. Non indaga su nulla e perciò non scopre nulla, né, probabilmente, sarebbe capace. Si occupa di pronto intervento e vive nella più banale e antieroica normalità, cattivo carattere permettendo. Stefania Aleni

 

0 - COLPI DI LUCCHETTO E COLPI DI FULMINE

I bilanci della vita sono imprevedibili, ti viene di farli quando meno te lo aspetti, così Mary ci si trovò dentro in Corso Buenos Aires, cioè, per lei che abitava in periferia, praticamente nel paese delle fiabe. Si disse porca puzzola, ti regali una mattinata di tregua per guardare un po’ di vetrine e rilassarti, e ti arriva fra capo e collo il pensiero che hai trentasette anni, fai un mestiere che raccomanderesti solo alla tua peggiore nemica, hai dietro le spalle un matrimonio fallito e nemmeno sai più quante storie una peggio dell’altra, e devi quotidianamente fare i conti con una figlia di nove anni che, quando ci si mette, la Mafia del Brenta e la Banda della Magliana al confronto sono da ridere. Certe cose prendono, così non fece caso ai tre ragazzi rom dall’aria feroce che la incrociarono poco prima di Via Vitruvio e le si misero dietro. Mary però di mestiere faceva la maestra d’asilo, e all’asilo i bambini ficcavano le mani dappertutto, comprese le sue tasche, la sua scollatura e lo zip dei suoi jeans, “per esplorare” dicevano gli psicologi che ogni tanto le tenevano svogliati corsi di aggiornamento, perciò era allenata alle intrusioni. Si girò di scatto e si trovò al cospetto di un ceffo da tagliagole che brandiva il suo portafogli. Fece la mossa di strapparglielo. “Puttana schifosa” disse lui in un italiano encomiabile. E lei, fallito il tentativo di riprendersi il portafogli con la mano destra, gli allungò un ceffone con la sinistra. Se li trovò tutti e tre addosso, il più grande le strappò anche la borsetta. Mary stava ancora pensando a quanto le sarebbe costata quella botta di vita, quando si trovò stretta contro una vetrina da una di quelle signore-bene che biciclettano sui marciapiedi incuranti di tutti e in particolare dei vigili, del resto incuranti di loro. La signora-bene era in mocassino scamosciato e polo firmata, e dietro il sellino portava ripiegato Il manifesto. Una compagna, si disse Mary, lei, piccola comunista ingenua, che conosceva i compagni delle periferie e niente sapeva di quelli laccati e inamidati che abitavano in duecento metri quadri nel centro. E infatti: “Brutta stronza, come ti permetti di picchiare un bambino?” si sentì urlare.“Ma quello mi ha…” fece per dire Mary, esterrefatta. “Se la prende con i bambini, la stronza!” urlò la signora-bene, che con la bici ormai impediva a chiunque di passare.Mary si disse compagna o no, io questa la stiro, e le afferrò il manubrio. “Allora ce l’hai per vizio, stronza!” urlò quella, e come dal nulla spuntò la catena antifurto della bicicletta, munita di uno spigolosissimo lucchetto che arrivò diritto sul viso di Mary. Mary vide rosso, e non per dire. Cercò di ripulirsi del sangue che le colava sulla faccia da uno sbrego sopra il sopracciglio destro, con l’intenzione di far perdere un voto alla sinistra trucidando la compagna-bene. Si sentì sollevare il mento. “Faccia vedere” le disse una voce gentilmente perentoria. “Fate luogo, polizia” ripeteva a pochi passi da lei un’altra voce, meridionalissima. “Io quella la ammazzo, io le ficco nel didietro la bicicletta con le ruote che girano” ripeteva Mary guardandosi bellicosamente intorno, senza più vedere la compagna-bene. “Farà queste belle cose dopo il pronto soccorso” disse il primo poliziotto, e la sospinse verso una Punto bianca, ammaccata e sporchissima. Mary si trovò così dentro un’auto-civetta, con due poliziottiin borghese. Il meridionale che stava al volante era lungo senza essere alto, e aveva un viso da pellerossa.L’altro, che sembrava il capo, portava la barba. “Metti la sirena” ordinò. “Commissa’, non si ricorda che sono sei mesi che la sirena sta rotta?” disse con enfasi l’autista-pellerossa. Il poliziotto con la barba si girò per guardarla. “Sanguina ancora. Ferma qui, davanti al supermercato, vengo subito” disse, e scese a precipizio. In capo a tre minuti ripiombò in macchina con una busta di piselli surgelati. “Sulla ferita” intimò, e si capiva che era abituato a dare ordini. Non ci fosse stata di mezzo la fontana di sangue che già le aveva fatto inzuppare un pacchetto di fazzoletti, Mary gli avrebbe servito una gagliarda razione di disubbidienza civile. Lei, rampolla di una dinastia di comunisti militanti, era praticamente prigioniera del braccio armato dello stato repressivo, che va be’, al governo adesso ci siamo noi, per quel che deve durare, ma che la polizia sia fascista non ci piove, e se questo sbirro in giacca di lino che sembra che ci ha dormito dentro scopre che mi sono fatta tutte le manifestazioni di Mani pulite, e gli scioperi generali, e i girotondi, si riprende i piselli e mi manganella.Intanto la Punto era arrivata davanti al Fatebenefratelli. Il poliziotto con la barba mandò via l’auto e la accompagnò all’interno. “Mi arresta perché ho dato uno schiaffo a quello zingaro?” ebbe finalmente il coraggio di domandare Mary, col candore della propria coscienza antagonista. Lui sorrise. “Uno solo? Peccato.” Eccolo qua il poliziotto fascista, si disse lei. “Eh già, perché voialtri volete a tutti i costi che siano botte, vero?” scandì. “Come no: noi della pula meniamo a cottimo, ci pagano un tanto a cazzotto, e io oggi, per colpa sua, non ho ancora picchiato nessuno. Ma di qui a stasera…” replicò lui, serissimo. “Vi ho visti all’opera, sa? Ero a Genova per il G 8, nel 2001.”“Anch’io” disse lui. “Be’, avete fatto schifo, caricavate i cortei pacifici invece di prendervela con quelli che sfasciavano tutto, e alla scuola Diaz…” “Non è stata una bella cosa” disse lui. Mary lo guardò gelidamente, con il proprio azzurrissimo sguardo. “Cos’è, mi prende per il culo? E che ci facevano i dirigenti di Alleanza Nazionale nella sala operativa, e i vostri telefonini che suonavano Giovinezza…” volle insistere, a voce ormai talmente alta che tutti quanti intorno, per quanto fossero ammaccati e dolenti, stavano guardando e ascoltando solo lei. “No, suonavano Faccetta nera: praticamente un inno all’integrazione razziale e alla società multietnica” precisò lui. Lo salvò l’infermiera: “La signora con i piselli, venga”chiamò, perché sui piselli avevano fatto ironia tutti quanti, ma nessuno s’era degnato di sostituirli con qualcosa di più ospedaliero. Mary entrò in ambulatorio, furibonda, e poiché lo stoicismo non era nelle sue corde, mentre la ricucivano caiottò indegnamente, che al confronto i suoi bambini dell’asilo, quando si facevano la bua, sembravano altrettanti Muzio Scevola, ma intanto pensava brutto pirla, l’integrazione razziale e la società multietnica…ahiaaaaa! Uscì abbacchiatissima, convinta che lui se ne fosse andato. Invece lo vide esattamente dove l’aveva lasciato. “E non è neanche male, il massacratore” pensò guardandolo, per subito vergognarsi con se stessa: quello per lei doveva restare il nemico. “Speriamo di non rimanere sfigurata” seppe solo dirgli mentre uscivano. “Lei resterebbe comunque bellissima” disse lui, e non le lasciò il tempo di pensarci sopra, già stava chiamando un taxi. A Mary vennero i brividi al pensiero di quanto sarebbe costata la corsa, dopo che aveva lasciato in mani rumene tutto quello che s’era portata appresso quella mattina. “La accompagno” disse lui vedendola sulle spine. Mary pensò che così avrebbe visto che abitava in una casa popolare, un po’ se ne vergognò, ed era la prima volta in vita sua: dove cavolo stava andando a finirle la fierezza proletaria? Lui era commissario, vai a sapere quanto guadagnava e che casa aveva. Comunque niente tracce di fedi matrimoniali sul dito, anche se mica tutti gli uomini sposati ormai la portavano più, i maiali. “Anch’io sono cresciuto in una casa popolare, mia madre ci vive ancora” disse lui quando furono davanti al mega-dormitorio dove Mary abitava. Lei non sapeva come fare per il taxi, lui le disse di non pensarci, e la salutò, sorridendole con un sorriso gaglioffo e insieme dolce, che agli sbirri dovrebbe essere proibito quando sono al cospetto delle lavoratrici di sinistra. Né Mary poté accorgersi che, fatti venti metri, il taxi si fermò, e lo sbirro scese per dirigersi verso la vicina fermata di autobus. L’indomani sera Mary ricevette la più inaspettata delle chiamate, sul fisso visto che il suo cellulare in quel momento doveva trovarsi in qualche campo nomadi: “Sono il picchiatore fascista che l’ha accompagnata al Fatebenefratelli, volevo sapere come sta, e se è andata in commissariato a sporgere denuncia.” Mary si trovò ad avvampare come ormai da tempo non le succedeva.“Io…sì, certo, signor…non so neanche il suo nome” barbugliò, scombussolata al punto giusto. “Il mio nome è Gualtieri, Paolo Gualtieri” si sentì rispondere con un tono che le mise gli ormoni a durissima prova. Sammy, che stava seviziando il telecomando del televisore, le lanciò la più consapevole delle occhiate.“Almeno è un po’ meno pirla degli altri?” volle informarsi. “E’ un pulotto, non lo vedrò e non lo sentirò mai più” replicò Mary, rossa come quando d’estate si metteva al sole e, anziché abbronzare, rosolava. Ma Sammy, nonostante i nove anni, la sapeva lunghissima. “Sì-sì…” fece tornando alla manipolazione dello sventurato telecomando.

1 - IL MIO NOME E' GUALTIERI, PAOLO GUALTIERI

Se durante la notte è piovuto forte, il mattino, quando infili i piedi nelle ciabatte, ti può capitare di trovarteli in acqua. Abiti in Corso Lodi, verso San Luigi, in un seminterrato una volta adibito a magazzino. Per comprarlo, e sottrarti così alla mannaia mensile dell’affitto, hai fatto un mutuo. Costava la metà di un monolocale, e hai ottanta metri quadrati a tua disposizione. Tolto l’assegno che devi alla tua ex moglie per il mantenimento del figlio che in un momento di reciproca distrazione avete messo al mondo, non hai di che scialare. L’acqua sale dal pavimento, mai nello stesso punto, tu asciughi e tiri diritto, nella vita c’è di peggio. Il marcio della vita è nella vita, ti dici, e il marcio degli uomini è negli uomini, aggiungi. Non sono idee con cui alzarsi bene, acqua o non acqua sul pavimento, tantopiù che sai che, durante la giornata, capiterà qualcosa che te le rinforzerà dentro. Tu, degli uomini, conosci ogni bassezza. Sei un poliziotto, incontri il peggio di quelli che si rivelano i peggiori, ma anche il peggio degli altri, i “normali”, gli “onesti”, i “buoni”. In ogni uomo c’è una zona d’ombra, tutto sta a vedere quanto può diventare grande. Via dal lavoro, leggi libri comprati di plurima mano sulle bancarelle, cammini per Milano, la sera ascolti musica classica alla radio, quinto canale della filodiffusione, e a volte guardi qualcosa sull’unica rete televisiva a tuo giudizio guardabile, cioè La7, anche se giù da te si vede solo in bianco e nero. Dalla politica giri alla larga. A quelli di sinistra i poliziotti piacciono quando non ci sono o quando le buscano, mentre quelli di destra ci mettono sopra il cappello, li considerano dei loro. Eri di servizio a una manifestazione elettorale, in un teatro, e un onorevole, individuandoti, nel bel mezzo di un tripudio di simboli tricolori ti ha strizzato l’occhio. Tu gli hai detto che ti piacciono le donne, e che, in ogni caso, non sarebbe stato il tuo tipo. Poiché i politici hanno la sindrome del piccolo padreterno e sono parecchio suscettibili, ci hai ricavato una lavata di testa e un campionato intero a San Siro, a deliziarti con la squisitezza d’animo degli ultras. Ti pagano per affrontare qualsiasi tipo di balordo, ma i cosiddetti sportivi non li batte nessuno. La prima volta che t’hanno mandato a scortare al treno un gruppo di tifosi in trasferta eri un novellino, e i tuoi uomini se ne sono accorti, ti guardavano e ridacchiavano fra loro. Erano scafati, appena il treno s’è mosso hanno abbassato la visiera degli elmetti e alzato gli scudi. “Commissa’, si copra!” t’ha gridato uno di buon cuore. Tu restavi con l’elmetto sotto il braccio, ti sembrava ridicolo mettertelo in testa con addosso blazer e jeans. Dal vagone è arrivata una grandinata di lattine, bottiglie, accendini, monete. Una t’ha preso in pieno l’occhio destro, hai rischiato l’invalidità. Fino a un attimo prima erano state persone normali, buoni ragazzi, bravi padri di famiglia. Dalla gente perciò non t’aspetti nulla. I ricchi ti ritengono un servitore malpagato da trattare con sufficienza, alla stregua degli insegnanti dei loro figli; ma gli insegnanti, per guadagnare quei due soldi, non rischiano la vita e lavorano mezza giornata, ovvero passi anche per stupido. Quanto ai poveri, ti considerano alle dipendenze dei ricchi, e il discorso è chiuso. La domenica, quando non sei di servizio, vai a prendere tuo figlio. La tua ex moglie ti accoglie a occhiate di gelo e monosillabi; il ragazzo è ancora sprovvisto in fatto di occhiate, ma a monosillabi non lo batte nessuno. Anni fa eri alla Mobile, poi, indagando per conto di un giovane sostituto procuratore che s’era messo in testa di raddrizzare le gambe ai cani, hai pestato piedi che meglio avresti fatto a lasciare intatti, e da allora, per impedirti di fare altri danni, t’hanno ficcato al comando di una squadretta di pronto intervento, neanche una vera Volante, una cosuccia alla buona con una Punto civetta che va a olio.Hai un ufficio senza finestra dove stanno giusto un tavolo e due sedie, praticamente un loculo messo fra la macchinetta del caffè e lo sgabuzzino delle scope, va da sé che cerchi di starci il meno possibile e perciò vivi in strada come l’ultima delle guardiacce. Arresti farabutti di ogni risma e colore che stanno commettendo di tutto, e l’indomani te li ritrovi in giro, ma la cosa non ti deve riguardare, è così e basta, il nostro è un paese buonista. In pratica sei figlio d’arte. Anche tuo padre era poliziotto, è arrivato al grado di maresciallo maggiore. T’ha cresciuto in una casa popolare di estrema periferia, e non ha mai avuto l’automobile. Il televisore, a casa tua, è entrato che avevi diciotto anni. Per farti studiare i tuoi hanno risparmiato su tutto. Ti sei laureato in Giurisprudenza, avresti voluto fare il magistrato, ma se vieni dal niente certe porte sono difficili da varcare, in pochi riescono. “Se entri in polizia ti spezzo le gambe” ha detto tuo padre quando ti ha visto negli occhi la tentazione. Chiaro che non l’ha fatto, ma la sua delusione è stata profonda. Tuo padre aveva un cattivo carattere, attaccava briga con i superiori, non portava mai la pistola, odiava l’uniforme e faceva di tutto per non indossarla. Non aveva paura di niente e di nessuno, quando invece meglio avrebbe fatto ad avere paura di se stesso, visti i guai che sapeva procurarsi. Tu hai un cattivo carattere, attacchi briga con i superiori, non porti mai la pistola e detesti l’uniforme, del resto mai indossata. Non hai paura di niente e di nessuno, se non di Paolo Gualtieri; cioè di te stesso.

 

2 - PESI E MISURE

La maledizione della macchina del caffè che hai accanto all’uscio del tuo ufficio: gli altri arrivano a gruppi, chiacchierano, non puoi non sentirli, ed è come un’esca, finisce che abbocchi. Oggi si comincia con Mastella che ha fatto fagotto, non senza avere prima incaprettato con la forza del proprio niente per cento il governo, reo di non avere chiesto al papa di farlo santo. Mastella vi sta sull’anima per via dell’indulto, il tuo contributo di bastian contrario l’avevi già dato ripetendo che anche Berlusconi e i suoi sudditi quella legge se l’erano votata, lasci correre. Poi si parla ancora di Sofri che è andato in televisione da Fazio, è un nervo scoperto, sono commenti al veleno: con la scontatissima galera che s’è fatto per l’assassinio di Calabresi si atteggia a Silvio Pellico uscito dallo Spielberg; tu hai deciso di non guardare più il poco di Fazio che guardavi, anche qui lasci perdere. Quando però senti dei clochard che avrebbero occupato appartamenti nientemeno che in Galleria non riesci a trattenerti e ti affacci sulla soglia. C’è anche il capo, con il suo seguito scodinzolante. “Meglio i clochard dei socialisti” dici.Dalle facce ti fai l’idea che non l’abbiano capita. “Prima di Mani pulite la Galleria era infestata dai socialisti” precisi. Il capo ti guarda sconsolato.“Gualtieri, Gualtieri…” sospira. E’ vedovo della Democrazia Cristiana, in sua presenza Mani pulite non è un tasto da toccare, per questo ogni volta che puoi lo tocchi. Scuote la testa, figurarsi se sta a perdere altro fiato con l’ultimo della classe. Gli altri ti guardano con tutta la riprovazione possibile, facendo in modo che il capo se ne accorga. Poi succede qualcosa. Una chiamata da un supermercato, dove hanno pizzicato un plurirecidivo che faceva la spesa in modo alternativo, e un’altra da un negozio di moda, idem per una donna che cercava di rinnovare il guardaroba a costo zero. Il capo, con il suo fare di prevosto salmodiante, dice che nel negozio di moda è meglio che vada tu. Mandare sul posto un commissario per un taccheggio è uno sproposito, ma quella di Mani pulite la devi pagare. Incassi. “Prendi Di Salvo e vai al supermercato, io vado a vedere con Maggiano cosa succede in ‘sto negozio di moda” dici a Guzzardella. Guzzardella non ha un grado superiore agli altri, ma è il più anziano e tutti lo considerano il tuo braccio destro. Lui gonfia la trippa e va a cercare Di Salvo per metterselo alle dipendenze. Maggiano è un ragazzone cresciuto zappando, ha due spalle e due mani che mettono paura, e una faccia butterata di meridionale buono. Nel lusso del negozio di moda sembra un essere catapultato da un altro pianeta.

La signora che intendeva rifarsi il guardaroba a costo zero è nell’ufficio del direttore. Quando entri sta mandando tutti quanti a fare cose sessualmente spinte. La guardi e ti rendi conto che sarà dura. E’ la signora-bene che rubacchia per noia. Sui quaranta, brunetta, ben vestita e rifatta e stirata, naso chirurgico di serie, seno che si vede che non è il suo, ma c’è, e una sbirciata, complice la camicetta di seta abilmente sbottonata, non può non scapparci. La commessa che ha cercato di bloccarla dopo averle visto mariolare due golf di cachemire ha il labbro superiore tagliato di netto, segno che la signora-bene ha artigliato a fondo. La tengono seduta fuori dell’uscio, una cartocciata di fazzoletti di carta insanguinati in grembo. Ed ecco la complicazione: la signora è moglie di un pezzo grosso, lui sta arrivando con l’avvocato. Ti presenti. Lei dice di essere stata picchiata e di avere il polso rotto. Indica il direttore e la commessa anziana che gli sta vicino. “Mi hanno minacciato e insultato” proclama. Replichi che la ragazza che sta fuori ha un labbro tagliato, dovranno darle dei punti e non è detto che torni come prima. “Ben le sta a quella troietta!” sbotta lei sventolando il polso, che non sembra neppure arrossato. Il direttore è sulle spine. Per metterlo del tutto in croce arriva il marito, al momento senza avvocato, e l’ufficio diventa suo. Sa di colonia, ha le cifre ricamate sulla camicia, e la sua sciarpa deve costare da sola quanto tutto il tuo guardaroba. Dice che la moglie è depressa, è cleptomane, può esibire tutta la documentazione del mondo. “Ma picchiarla, umiliarla: eh no che non finisce così, questo è sequestro di persona. E tu, perché ti sei lasciata fermare? Lo sai che nessuno può trattenerti con la forza?” Lei alza il polso neanche avesse le stigmate. “Dillo a quella puttanella che mi è saltata addosso!” strilla. Il direttore ti tira in disparte. Non sa dove portarti, finite davanti allo stanzino da bagno, il water in bella vista. “Commissario, lasciamo perdere, se loro non denunciano, noi non denunciamo” barbuglia confuso. Indichi la ragazza ancora sanguinante, che qualcuno dovrebbe decidersi ad accompagnare al Pronto Soccorso. Ma al Pronto Soccorso c’è un Posto di Polizia, il direttore capisce che hai capito. “Isa non dirà niente” assicura. E’ carina. Ha gli occhi pieni di lacrime. Sa di periferia, e di lunga ricerca di un posto di lavoro, chiaro che vorrà conservare quello. La cosa non ti piace. “Perché accidenti chiamate la polizia, allora? Credete che stiamo a grattarceli dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina?” dici prima di andartene.

Nel tuo ufficio è seduto un ometto male in arnese, Guzzardella lo indica e snocciola il curriculum. Sessantasei anni portati da chifo, pensione minima, casa popolare in Via Polesine con anni di arretrato d’affitto, niente luce-gas-telefono, latte scaldato su un fornello ad alcol e pasto alla Caritas. L’ometto ascolta. Ha un’aria spaventata e ti guarda come se la sua sorte dipendesse da te. “Non è la prima volta, lo denunciano ed è recidivo, va a San Vittore. Valore della merce sedici euro” dice Guzzardella. L’uomo ha gli occhi liquidi di lacrime. “Cos’ha rubato?” domandi. “Un trancio di prosciutto, due yogurt, una bottiglia di alcol, qualche scatoletta di cibo per gatti. Insomma sedici euro. Volevo metterceli io e finirla lì” dice Guzzardella. Lo fulmini con lo sguardo: accidenti a te, Peppino, cosa stai dicendo, per giunta davanti a un fermato. “Il prosciutto era crudo o cotto?” domandi. Guzzardella allarga le braccia.“Commissa’, restano sempre sedici euro” dice. “Tu rispondimi: crudo o cotto? Perché se è cotto questo è un uomo che si accontenta, è umile, ha in sé la scintilla del ravvedimento, ma se è crudo la sua indole è sfrenata, ne fa un individuo incline al piacere più abietto, la società se ne dovrà difendere. Allora?” “Crudo” sospira Guzzardella. Quello scoppia in lacrime, dice che il gatto morirà di fame se nessuno andrà a dargli da mangiare. Lo guardi con freddezza. “Peppino, hai arrestato un criminale pericoloso, da oggi la Patria sarà più sicura entro i propri sacri confini” scandisci. Entri nel tuo ufficio cantando l’inno nazionale e sbatti la porta da farla uscire dai cardini. Dopo un minuto sei già tornato. “Indirizzo e chiavi di casa” intimi. E’ l’uomo a darti tutto, piagnucolando. Con lo sguardo trucidi Guzzardella. “Ma non lo hai perquisito, cristosanto? Questo poteva averci un kalashnikov nelle mutande!” sbotti. Ti segni l’indirizzo e intaschi le chiavi. Qualcuno dovrà pure andare a dar da mangiare a quel gatto.

 

3 - SONO LE DONNE A VOLERCI STARE

Mentre avvocato e pubblica accusa battibeccano per quello che potrebbe diventare un inciampo procedurale, controlli la lista della spesa: pane, spaghetti, mozzarelle, tovaglioli, filo interdentale, pappa-gatta; perché adesso hai un gatto. Il terrore dei supermercati che hai mandato a San Vittore (vedi numero precedente, Pesi e misure) aveva un gattino di neanche tre mesi conciato da metterlo sul treno per Lourdes, un occhio in malora e una bronchite da tabagista. Te lo sei portato a casa e al proprietario, che è stato rilasciato quasi subito, non è parso vero, visto che non ce la faceva a mantenerlo. Perciò adesso convivi con un mucchietto di pelo nero e bianco che scatarra ovunque e che ha capito subito di chiamarsi Nick. Fortuna che è una pasta di gatto, e si fa fare di tutto, dalla pomata dentro l’occhio alle gocce giù per la strozza. Rimetti il foglietto in tasca e guardi gli imputati. Li hai presi mentre cercavano di seminare una volante. Erano in tre, e avevano appena violentato una ragazza.Si sono tirati appresso parenti e amici, sembra di essere al mercato. Tu e Guzzardella avete appena testimoniato: testimonianza tecnica, cinque minuti. La vittima è una ventenne spaventata. C’è da capirla, e ancora non sa cosa l’aspetta. Potresti andartene, ma hai deciso di bere il calice fino alla feccia. L’avvocato difensore ha capelli grigi e unti, sorriso di denti rifatti, forfora di prammatica e pronuncia da opera dei pupi.

Il suo pensiero è lineare: la violenza carnale non esiste in quanto tecnicamente impossibile, sono le donne a volerci stare. Passa a dimostrarlo: affinché ci sia il coito ci vuole penetrazione, e perché ci sia penetrazione -e mima con mano e braccio, neanche stesse sfondando un uscio chiuso- la vagina deve essere lubrificata; e la vagina è lubrificata solo quando la donna è in estro, cioè ha la volontà di accoppiarsi. Se non c’è estro non c’è lubrificazione e non può esserci penetrazione. Visto perciò che la presunta parte lesa -e indica la ragazza come indicherebbe il bidone dei rifiuti- è stata penetrata come da certificato medico del Pronto Soccorso, da parte sua c’è stata volontarietà, quindi non di violenza si tratta, ma di semplice rapporto sessuale, per quanto di gruppo. “Ma si sa, signor presidente, a questi giovani di adesso piacciono le cose stravaganti, mica sono come eravamo noi” conclude ammiccando, e il pubblico amico mostra il proprio gradimento, sembra di essere allo stadio dopo che i padroni di casa hanno segnato il gol della vittoria a tempo quasi scaduto. La ragazza piange. Deve averne piante tante, negli ultimi quindici mesi, le tocca piangere pure queste. S’è perso un perito di parte e la seduta viene sospesa per qualche minuto, il tempo di andarlo a ripescare nel dedalo dei corridoi. Fai cenno a Guzzardella che può bastare.Sulla soglia dell’aula dovete farvi largo fra i sodali dell’imputato. Una donna tracimante e furibonda ti indica, e viene avanti a pugni stretti. “Sbirro schifoso!Me l’ha picchiato, a mio figlio, questo schifoso!” Deve essere la madre di quello che faceva il duro, “vaffan” di qua e “metti le mani in culo a tua sorella” di là, il tutto prima che con due ceffoni di quelli ben dati lo mettessi in riga come un soldatino. La donna continua a sbraitare: “Me l’ha picchiato, gli ha spaccato il naso! A mio figlio! A un bel giovane come mio figlio, che quella puttana neanche in sogno ci può andare con un bel giovane come mio figlio, quella brutta troia!” Tiri diritto. Per tutto il tragitto tu e Guzzardella non scambiate parola, a certe cose non ci si abitua mai. In ufficio ti intercetta il capo, che ha appena preso il caffè con il questore e, se non si trattasse di te, sarebbe ammantato di condiscendenza. E’ sempre in ansia quando vai al Palazzo di Giustizia, come anche quando fai qualsiasi altra cosa. Lo tiene in ansia il solo fatto che tu esista, e che ti abbiano assegnato a lui, che vive di equilibri ponderati e di ovattate mezze misure.“Allora, Gualtieri, com’è andata?” domanda, neanche l’imputato fossi tu. Ha già intorno la confraternita della macchinetta del caffè. Alzi le spalle, con la sufficienza che tanto ti fa amare nell’ambiente; ma Guzzardella è ancora scosso, racconta. Il capo tentenna la testa e tutti lo imitano.

“Il bello è che quelli non faranno neanche un giorno di galera” dice Magri, il vice del capo. Stanno pensando alle loro figlie che cominciano a uscire la sera, tienili in casa i ragazzi, se ci riesci. Poi Magri ti guarda. Fra voi esistono vecchie ruggini, non vuole lasciarsi scappare l’occasione di tirarti la botta. Cala l’esca: “Stiamo attenti adesso, alle elezioni” dice mellifluo. Raccomandazione inutile, là tutti votano a destra, tranne uno. Appunto. “Mi sa che invece il nostro Paolino Gualtieri voterà comunista come al solito” dice con la sua pronuncia calabresissima fatta carezzevole dall’ironia.Figuriamoci.Tua madre è profuga istriana, la sua famiglia è stata massacrata dai comunisti iugoslavi, e, non bastasse questo, i comunisti non ti sono mai piaciuti di loro, quelli tosti di un tempo come questi alla vaselina di adesso. Ma tant’è, la reputazione te la sei fatta, e poi fra te e questa destra che trovi sguaiata e volgare oltre ogni limite del sopportabile corrono oceani, e qualcuno dovrai ben votare. Il capo si irrigidisce. “Non scherziamo con le cose serie: far tornare i comunisti, insomma, i nostri valori, la fede, la famiglia, la patria.Quelli farebbero davvero sposare fra loro le checche, e poi la proprietà privata, tasse sopra tasse, e l’indulto, l’indulto!” Abbocchi; con la tua calma da astronauta strafottente, ma abbocchi: “L’indulto è stato la porcheria delle porcherie, ma l’hanno votato anche Berlusconi e i suoi, dopo che per cinque anni si sono fatti tutte le leggi che hanno voluto per condonare e prescrivere qualsiasi cosa a qualsiasi farabutto” dici come stessi rileggendo la lista della spesa. Gli occhi di Magri gridano “bingo!” Il capo sospira.“Gualtieri, Gualtieri, la colpa è dei giudici rossi, noi prendiamo i delinquenti rischiando la pelle e loro li mettono fuori. Tu sei troppo…troppo…” e non sa aggiungere altro, ma che tu sia decisamente troppo, per lui, s’è sempre visto. “Comunque ai violentatori, invece di stare a fargli il processo, bisognerebbe prendere un rasoio e castrarli” dice Neri, che è uno che quando si vede in stanza uno dei soliti scarafaggi chiama aiuto per non pestarlo in prima persona, ma che a parole sarebbe per il genocidio continuato. Il capo sgrana gli occhi. “Ma no, certe cose, in un paese civile…non si possono fare certe cose” dice salmodiando. Gli altri si allineano immediatamente, e ripetono che no, che certe cose non si possono fare. Tu stai appoggiato al muro, le mani in tasca e la speranza che si tolgano al più presto di torno e ti lascino raggiungere il tuo ufficio. “E perché non si possono fare?” domandi. Il capo ti guarda come ai suoi tempi il maestro guardava il più somaro e socialmente pericoloso della classe, senza speranza. Sospira ancora, mentre il suo gregge si abbevera con il caffè di fine mattinata, probabilmente il terzo o il quarto. Finiranno per rimediare tutti quanti un’ulcera. Già le prostate sono in espansione, come rivela il via vai da e per i servizi; che naturalmente stanno a un passo dal loculo che hai come ufficio, sulla sinistra. A destra c’è il ripostiglio delle scope.

 

4 - IL BENGODI DEI DELINQUENTI SI CHIAMA ITALIA

 

I tuoi migliori clienti vengono dal Nord Africa e dall’Est europeo, ma ci sono minoranze altrettanto qualificate, quello arrivava dal Brasile. Lo avevi pizzicato dopo che aveva rapinato un tassista, sia pure con una pistola giocattolo: rimesso subito in libertà. “Mi domando perché li prendiamo” dice Maggiano. “Perché ci pagano” ribatti, e in quel momento Guzzardella ti porta Pedrito, cioè un altro candidato alla libertà immediata, oltre che una pietra angolare della tua carriera, visto che uno sproposito di anni fa è stato il tuo primo arresto, e da allora lo hai fermato almeno una decina di volte. Pedrito non arriva al metro e sessanta, ha i capelli neri tirati lucidi sul cranio, la faccia color terracotta e il profilo andino. Veste sempre in completo grigio ferro, camicia bianca e cravatta blu, non fosse indio potrebbe sembrare uno iettatore napoletano. Tutto può, tranne che passare inosservato, ma la gente è stupida, e sulla altrui stupidità lui campa da trent’anni almeno. La sua tecnica di borseggio sui mezzi ATM è quanto di più rozzo esista: spintona come fosse in un pacchetto di mischia, si struscia come pomiciasse, strattona l’apertura delle borsette come si trovasse solo sopra un’isola deserta, e nonostante ciò quasi sempre gli va bene. E’ il “quasi” a fregarlo, di tanto in tanto, e questo è il giorno no. Sulla 90 ha allungato le mani nella borsetta di una rubiconda ucraina, e la rubiconda ucraina se ne è accorta e ha allungato le mani su di lui. “Questi immigrati sono incivili” si lamenta. “Tu invece chissà di dove sei” gli dici. Non parli mai con la clientela, ma Pedrito è un caso particolare, si potrebbe dire che alla tua maniera gli sei affezionato. “Io mi sento italiano, l’Italia è bellissima e la gente è buonissima” afferma convinto.

“Sei pure cannibale?” fa Guzzardella lasciandotelo. “Ma da quando sono arrivati questi negri, gialli, di tutti i colori, e gli zingari, cattivi, incivilissimi, con i ragazzini che frugano dentro le borse con le mani sporche da fare schifo…” continua Pedrito, che è un igienista. Si affaccia Betty: “Allora, mi fai conoscere il tuo gatto?” Ti muore dietro da quando t’ha visto, un anno fa, fresca di Napoli che sembrava uscita da Un posto al sole. E’ piccoletta, nera di capelli, occhi azzurri, busto scultoreo, aria sonnacchiosa e insieme ribalda alla “se ti prendo vedi cosa ti faccio”; peccato il di sotto, in carne, e la divisa intozzisce. T’è piombata davanti dandoti subito del tu, un’ispettrice a un commissario, e non ha mai smesso di rincorrerti. La cosa non è passata inosservata. “Non è Miss Universo, ma è potabile, un tassello si può piantarglielo” sibila malignamente Magri. Tu col cavolo. Betty è niente male, ma troppo giovane per te, diciamo che la scusa è questa. Adesso, con il pretesto del gatto Nick, ti chiede sempre di venire nel tuo antro per conoscerlo, sospetti che fra le quattro mura non esiterebbe a saltarti addosso, risolvendoti parecchi problemi, ma procurandotene altrettanti, e in materia hai già un passato di cocci aguzzi. “Ti porterò una foto” tagli corto.Pedrito dissente: “Io subito lo facevo vedere il gatto a questa bella poliziotta” dice con galanteria. “Se non taci ti arriva un pugno in testa” minacci. “Già preso: quella grassona che gridava e non si capiva cosa diceva mi ha picchiato qui e qui. Certe cose una volta non succedevano, questa gentaglia rovina tutto. Qui da voi è bello. In Francia invece la polizia comincia a menarti fino in automobile, e poi ci sono gli africani, se ne tocchi uno te ne arrivano addosso venti col coltello, incivilissimi. Anche la polizia tedesca non scherza, ma i peggiori sono gli spagnoli: mio cugino per un pelo la gente non lo ammazza, mica si fanno queste cose” spiega. “Chissà cosa aveva fatto tuo cugino” dice Betty. Pedrito apre le braccia. “No, è gente cattiva. Anche in Inghilterra ti mettono dentro e ci stai, c’è dentro un altro mio cugino, e mio nipote, dodici anni, dentro anche lui. L’Italia è civile, mica ci stai dentro, ma così arrivano i delinquenti di tutto il mondo, si sono passati la voce. Comunque, anche quando stai dentro, chi si lamenta deve provare la prigione in Perù, poi capisce. Io sto bene in Italia, quando gioca la nazionale metto la bandiera alla finestra, so anche l’inno; vuole sentire?” “Provaci e mi metto a fumare per il gusto di spegnerti il mozzicone sugli accessori intimi” dici. “Allora per te fregare portafogli è una cosa da niente?” interviene Betty, che ha messo radici nel tuo bugigattolo ed è una gran chiacchierona. “Mica lo dico io, lo dice la legge: io domani sono fuori, dopodomani al massimo. Che poi, è anche un’opera buona che faccio: la persona che si fa prendere il portafogli dopo sta attenta, non se lo fa prendere più, così risparmia. Con la gentaglia che c’è in giro, tutti questi negri che magari con i soldi del portafogli comprano la droga e dopo la spacciano davanti alle scuole, e ci vanno di mezzo i ragazzini.”Betty ride.“A proposito, lo sai che Stiaccini ha arrestato Armaduk?” ti dice. “E chi è Armaduk?” domandi.“Non sai chi è Armaduk?Era il cane di Ambrogio Fogar, quello che voleva raggiungere il Polo a piedi” fa lei. Continui a non capire. “E Stiaccini ha arrestato il cane?” domandi. Da Stiaccini ti aspetti altro che questo. “Ma no, ha pizzicato un negrone che spacciava e che gli ha detto di chiamarsi Armaduk, meglio: Ar-Ma-Duk.” Ti sfugge qualcosa.“E allora?” “Ma sei una bella capa tosta! Gli ha dato un nome campato in aria, no? E’ lo stesso che a Neri due mesi fa aveva detto di chiamarsi Alì Babà, e Neri ci si è incazzato che a momenti lo sbrana. ”Quella dei nomi falsi non è una novità, ma Pedrito inorridisce. “Gente senza onore, che si nasconde il nome. Io il mio nome non lo nascondo, è un nome onorato il mio” afferma con fierezza. Si affaccia Iannaccone, magro e lungo come la malannata. Nemmeno ha bussato. Cerca Betty. “Ah sei qui” le dice ignorandoti, lui, una guardiaccia. Lo guardi storto. Lei lo lascia uscire, poi ti fissa con i suoi occhi sonnacchiosi e malandrini, e ti tira la botta: “Stasera io e Iannaccone ci vediamo” comunica. “Guardatevi bene” rispondi.

Se ne va con lo sguardo che ride. “E lei la lascia a quel coso, un bell’uomo come lei?” dice Pedrito, che si è preso a cuore la cosa. “E stai zitto, porca miseria!” sbotti, e non è da te, tu hai la fama di essere di ghiaccio. Pedrito ti scruta. “Commissa’, lei per me è di famiglia, da tanto che ci conosciamo, e mi spiace sapere che sta sempre solo.” “Ho il gatto” dici, e ti affacci all’uscio, chiami Maggiano perché ti tolga Pedrito di torno prima che la voglia di strangolarlo diventi troppo forte. “Stacci attento, che questo potrebbe borseggiare anche il questore” raccomandi. Chiudi la porta. Nel tuo loculo ci sono due sedie, per giunta malandate. Le rigiri a calci, una finisce sul tavolo e ti spinge il cellulare sul pavimento. Accorre Guzzardella, allarmato. “Facevano resistenza” spieghi, e gli fai cenno di andarsene. Rimetti in piedi le sedie e recuperi il cellulare. Quella paperetta sexy viene a esibire le sue conquiste per fartela pagare. Accidenti alle donne, pensi con tutto l’amaro del mondo ben alloggiato nell’anima, neanche gli avessero dato l’ergastolo di quando l’Italia era un paese serio, e l’ergastolo si dava e si scontava per intero, “fine pena mai”, accidenti che bei tempi.

 

5 - EVASI E BELLE RAGAZZE CON LA PISTOLA

Stiaccini in famiglia ha l’inferno. La moglie gli ha fatto non si sa quale torto, lui l’ha sbattuta fuori di casa con gli occhi più blu di quando c’era entrata, e tanto ha brigato che è riuscito a farsi affidare le figlie. Ma le ragazze gli stanno dando il martirio.
La grande è al liceo, e ha lo sguardo da pesce in carpione di chi tira le ore piccole in discoteca; l’altra è alle medie, quel che fa lo fa di giorno, la pancia al vento anche a gennaio. Lui le chiama “le bambine”, e ha l’aria di non capirci niente. Come poliziotto è di quelli che se non c’è una telecamera a riprenderlo neanche si soffia il naso, e ha il vizio di chiedere rinforzi a chiunque, se per un’operazione bastano due uomini ne vuole dieci. I suoi informatori sono seconde scelte, spesso gliela mandano buca, ma in alto è ammanicato, sicché quando si affaccia dalle vostre parti il tuo capo non fa gli scongiuri perché la superstizione è peccato, ma sa che dovrà sacrificargli qualcuno. Così, mentre stai per raggiungere il suo ufficio, fino in corridoio senti arrivare la voce di un furibondo Stiaccini: “Io con quella testa di minchia di Gualtieri non ci lavoro, quello mi manda tutto a puttane!” Stiaccini non ti può soffrire fino dai tempi in cui eravate insieme alla Mobile, il perché ti è oscuro e indifferente. Bussi, entri. C’è anche Magri, vice del capo. “Stiaccy, si dice ‘con quella testa di minchia di Gualtieri non lavoro’, e non ‘non ci lavoro’: linguaggio, perbacco” scandisci come parlassi a un bimbo molto piccolo e molto stupido. Stiaccini ti indica. “Visto? E io dovrei andare a rischiare la pelle con questo?” dice melodrammatico. Il capo apre le braccia, che significa o con questo o niente. Stiaccini sbuffa. Ha localizzato un latitante con due omicidi sull’anima. Era in semilibertà, da noi usa, ma da sei mesi s’è dato motu proprio la libertà totale. “Spiegategli di portare la sua squadra, e la pistola, visto che milord la pistola non la porta mai” dice Stiaccini, come se per parlare con te occorresse l’interprete. Sei stranamente inquieto. Passi la notte dormendo poco, e in quel poco arriva un incubo che sa di brutto presentimento. Rivedi le immagini del soldato americano che in Irak alza per la collottola un cucciolo di cane e lo lancia lontano, uccidendolo. Senti i guaiti del cucciolo in volo.

Sono settimane che la cosa ti perseguita, ma stavolta la sogni, e c’è il resto: arrivi tu con la 92 F in mano, e vuoti sul viso del soldato tutto il caricatore, come avresti voluto fare davvero. Ti svegli sudato. Carezzi il gatto Nick che ti sbaciotta. “Domani ci resto” pensi. “Devo dare un mazzo di chiavi a Betty (vedi numero precedente), dovesse succedermi qualcosa almeno il gatto non muore di fame” pensi ancora. La tua squadra è fatta da tre persone: Di Salvo è l’autista, poi ci sono Maggiano e Guzzardella. Maggiano ha due bambini piccoli, lo lasci in ufficio. “Non dovevate essere quattro?” ti domanda Stiaccini. “Perché, dobbiamo giocare a poker?” ribatti.
Il latitante va preso allo scoperto, se si barrica sono dolori. Ha una donna in Via Sannio, ogni mattina sbuca dal nulla con una 147 rossa e percorre Viale Umbria fino a Piazzale Lodi. Stiaccini decide di aspettarlo all’altezza di Largo Marinai d’Italia, nella corsia della 92, tutti in borghese e su tre auto civili, ma solo a guardarvi si capisce chi siete. L’uomo di vedetta all’incrocio con Corso XXII Marzo dà il segnale, la 147 rossa si materializza. Stiaccini scatta con la propria Marea, lampeggia, suona, sorpassa. Ma finisce lungo: la 147 è entrata in Via Friuli, la Marea ha tirato diritto su Viale Umbria. Alzi gli occhi al cielo. La seconda delle vostre auto, una Brava, ha invece affiancato la 147 e l’ha costretta a fermarsi.

Ne esce miss Via Fatebenefratelli, cioè bellona-Bellani, ventotto anni di cose ben tornite messe al posto giusto nella giusta e apprezzabilissima quantità. E’ inspiegabilmente sola, e ha spianato la pistola sul conducente della 147. Ti si rizzano i capelli in testa, se quello è il latitante lei è morta. “Chiudilo!” ordini a Di Salvo, e Di Salvo trasforma la vostra Punto in una Ferrari, sfiora la Marea, si mette per traverso davanti alla 147. In un lampo sei vicino alla ragazza Bellani, che ha già detto “Polizia di Stato, tenga le mani sul volante”, ma senza successo. La scosti. “Metti le mani dietro la nuca e scendi o ti accoppo!” ruggisci. Stavolta quello non si fa pregare. Lo tieni d’occhio, dovesse fare qualcosa di improvviso, immaginando il tuo blazer con un paio di buchi da proiettile e il gatto Nick orfano di padrone. Stiaccini accorre, solleva di peso l’uomo e lo sbatte sul cofano, lo perquisisce con una mano, nell’altra ha la pistola. Solo in quel momento ti rendi conto che la Bellani non ha mai smesso di tenere sotto tiro il conducente della 147, e che fra il conducente della 147 e la sua Beretta non ha mai smesso di esserci la tua testa. Con un brivido ti accorgi che la ragazza, contrariamente a ogni norma di sicurezza, ha il dito sul grilletto. Ti dici ecco il sogno, adesso le parte il colpo e un proiettile 9x21 fa un giro turistico attraverso il mio cervello. Pensi che ti piacerebbe sapere che la guerriglia ha messo dentro una bara o sopra una sedia a rotelle il farabutto di soldato che ha ucciso il cucciolo: non sei un buonista ipocrita, anche quello che potrebbe essere il tuo ultimo pensiero sa di zolfo. La fissi gelido. “Mettila nella fondina” sibili indicando la pistola. Stiaccini è deluso, l’uomo non è il ricercato. Ti guarda come fosse colpa tua. “Chi ti ha detto di muoverti? Tu dovevi stare dietro!” dice secco. “Vaffanculo, non hai visto che ‘sta cretina andava al macello?” ribatti. Con un gesto napoleonico Stiaccini ritira le proprie truppe. Il conducente della 147 è rimasto appoggiato al cofano, lo sguardo ironico. Si vede che è di sinistra, ha anche la barba. “Sorrida, lei è su candid camera” gli dici prima di salire sulla Punto. Ti segue per domandarti quando andrà in onda e su che rete: non ci sono più quei bei comunisti duri e puri di una volta. Un’ora dopo sei davanti al capo. “Era disarmato, mi ha mandato affanculo davanti ai miei sottoposti e ha dato della cretina alla Bellani, che è figlia del vicequestore Bellani!” grida Stiaccini. Stiaccini al capo non tanto piace: è divorziato, e per il capo la famiglia è sacra, dipendesse da lui ogni coppia riceverebbe in dotazione all’atto del matrimonio un bue e un asinello. Ma fra Stiaccini e te preferisce di gran lunga lui, che almeno sembra un poliziotto. “Gualtieri, Gualtieri…” mormora costernato. Magri tace, ma sogghigna. Sta sfogliando la Gazzetta dello Sport. “Certo, chiedendo scusa a Stiaccini, qua, e alla Bellani…” mormora mellifluo. Figuriamoci. “Che partita ci sarà domenica a San Siro?” tagli corto. Gli uomini dai lunghi manganelli, se la partita è calda, chiederanno rinforzi, e quando non righi diritto finisce che vai tu, che hai un gagliardo passato di ordine pubblico. Magri ti guarda con il suo sguardo carogna. “Dovrebbe esserci l’Inter, adesso controllo” sussurra, e torna a sfogliare il giornale. La cosa positiva è che schiverai il pranzo in paninoteca con l’anima torva di tuo figlio, che apre bocca solo per mangiare, oltre che il piglio della tua quasi ex moglie, che te lo affida con riluttanza velenosa. Perciò vada per l’Inter, e gli ultras interisti sono tonici, sarà una gioia ringraziarli muso a muso per il piacere che ti staranno facendo.

 

6 - GLI ANZIANI NEL MIRINO

Lui e lei, sui quaranta, tirati a lucido e annegati nell’acqua di colonia.Sanno come ingannare le portinerie, o aggirare il blocco dei citofoni, è il loro mestiere. Il palazzone che domina l’angolo fra Via Caroncini e Via Tertulliano è un buon territorio di caccia, quasi un alveare, e a loro i grandi numeri piacciono, più gente c’è e più i rapporti interpersonali sono labili. Molti vecchi soli: la loro selvaggina. Qualche accertamento preliminare li mette nelle condizioni di andare a colpo sicuro. Suonano il campanello della ottantenne vedova Salvetti, dei due la diplomatica è lei, la sua voce arriva mielata al di là della porta verniciata di marrone. All’occhio magico mostra una tessera. Dice che sono ispettori dell’INPS, e che devono controllare il libretto della pensione, perché il computer centrale sta fornendo dati strani e c’è il rischio che sospenda le erogazioni. La vedova Salvetti abbocca e li lascia entrare. Ma a un passo c’è un’altra porta verniciata di marrone, e dietro origlia per abitudine l’altrettanto vedova e ottantenne sciura Balducci, che capisce al volo, la sua telefonata al 113 parte come un colpo di schioppo. Tu sei in Corso Lodi, fermata del metrò Brenta, chiamato per i soliti mocciosi zingari che, fregandosene di Berlusconi, di Maroni, di tutti i loro possibili decreti sulla sicurezza e dell’Italia tutta, borseggiano indisturbati e intoccabili. Fortuna che se la sono data a gambe, sarebbe stato tempo perso. Alla guida della Punto, che stamattina fuma più nero del solito, c’è Di Salvo. Arrivate in Via Caroncini in cinque minuti. I due restano di sasso. Esibiscono senza convinzione i loro fasullissimi tesserini.Lui è grosso, unticcio di pelle. Suda dentro il collo della camicia azzurra stretto da una cravatta pacchiana, lo inzuppa. Tace subito. Lei è magra, gambe secche, ginocchia aguzze e tacchi alti, bel taglio di capelli e brutta piega delle labbra.

Vuole vendere cara la pelle. “Io di qua non mi muovo senza l’assistenza del mio avvocato” dice. Ma la vedova Salvetti, che finalmente ha capito, urla che da casa sua quella brutta schifosa si muoverà eccome, a scopate se necessario, e la sciura Balducci le dà manforte. Escono altri inquilini. La donna capisce che la faccenda sta diventando critica e gioca l’arma pesante. Guarda te e guarda Di Salvo, con l’occhio di chi sa valutare le persone. Tu sei nordico, freddo, evidentemente intellettuale: ti scarta. Di Salvo invece è meridionale, la faccia scavata dei figli di certe piaghe antiche, il linguaggio segnato dalla pronuncia. Lo punta. “Figlio della puttana di tua madre” gli bisbiglia. Di Salvo niente. Lei rincara la dose: “Tua moglie si fa fottere da un marocchino” torna a bisbigliare. Di Salvo resta impassibile. A scanso di complicazioni gli affidi l’uomo e prendi lei per un gomito. Indichi le scale. Lei non vuole arrendersi. Sa che per ribaltare la situazione non esiste nulla di meglio di un poliziotto che perde la calma e lascia partire un manrovescio, così tira in ballo la figlia di Di Salvo, che in effetti esiste e deve avere una decina d’anni. Di Salvo si ferma, la fissa. Con un’occhiata delle tue lo rimetti in marcia. La sciura Balducci si è accodata, e urla, con l’incancellabile pronuncia pugliese dei pugliesi che sono da mezzo secolo a Milano, un repertorio di improperi che farebbero impallidire gli ultras della curva. Esce sempre più gente. Ma la donna non ci sta. Mentre cerchi di abbassarle la testa per farla entrare nella Punto cala la carta estrema: ha uno scatto, e va con il sopracciglio sul montante. “Mi picchia, mi sbatte contro la macchina!” urla. L’indomani sei al quarto piano del Palazzo di Giustizia, davanti al sostituto procuratore Antonella Santomauro, uno di quei pubblici ministeri che, in sede processuale, si fatica a distinguere dall’avvocato difensore dell’imputato. Con te sembra avercela in modo particolare, forse per quel “guardati dal tasso e dal sostituto procuratore col culo basso” che t’è sfuggito anni addietro, dopo il vostro primo traumatico impatto, e che devono averle riferito. “Commissario, lei il vizio di far andare le mani non vuole perderlo” ti dice con un sorriso alla varechina. Tu taci, e la guardi con il tuo fare da prenderti a schiaffi. “Non è vero che ho il culo basso, bastardo!” sembra urlarti, gli occhi bruni accesi da lampi sinistri. Invece sospira un velenoso “Lei vuole fare come Clint Eastwood al cinema, senza averne il fisico”: tie’, non è che facciamo pari con il mio culo basso, ma insomma te l’ho detto, urla trionfante il suo sguardo feroce. “C’è un certificato medico, devo procedere” infierisce. “E il mio culo non è basso!” aggiunge col pensiero. Tu niente. In ufficio Magri sghignazza. “Quando meni, Paolino, non devi mai lasciare segni” ti mormora con fare complice, nel cuore la speranza che stavolta la Santomauro ti rovini. In effetti il sostituto procuratore Santomauro, che da anni, tirandoti accidenti, si mette di profilo davanti allo specchio per verificare l’altezza del proprio sedere, procede come un treno, presa dall’idea di farti passare un guaio. Convoca una marea di testimoni, compresa la sciura Balducci, che arriva al Palazzo di Giustizia incavolata come una biscia, lei alla sua età in quel posto. La Santomauro si trova davanti un vulcano in eruzione, e c’è poco da vestirsi d’autorità per portarla nei limiti della decenza. Vociando la sciura Balducci fa con enfasi quel che deve fare, e ti santifica che sembra strano non ti siano ancora venute le stigmate. La cosa finisce lì. Un paio di settimane dopo, però, hai appena comprato qualche pasta da Tentarelli per il compleanno dello sgorbio brufoloso e sfuggente che ti viene figlio, la morte nel cuore al pensiero che ti toccherà vedere anche la di lui madre, che la sciura Balducci ti si materializza davanti. “Lei mi deve un piacere, che quella bruttona con la nasca a carciofo ce l’aveva con lei, ma io l’ho messa a posto” declama da far girare i passanti. Non t’eri accorto che la Santomauro avesse il naso a carciofo, evidentemente cercavi di guardarle altro.

“Ho una lite con il Comune, che quando mio marito è inciampato in un tombino che sporgeva e ha chiesto i danni sì-sì-sì, e sono passati tre anni e mio marito ha fatto in tempo a morire e non si è ancora visto niente, e il nipote della mia vicina ha scritto alla Moratti, seh, e adesso il nipote della mia vicina è via e io voglio scrivere a Napolitano, perciò lei mi restituisce il piacere e ci scriviamo insieme” ti dice d’un fiato. A te Napolitano non piace.Gran signore, ma doveva ancora finire di diventare Presidente che già aveva graziato l’assassino di Calabresi, e Calabresi faceva il tuo stesso mestiere, ha lasciato i figli piccoli, lui è nella bara e i suoi assassini sono liberi, quella grazia è stata uno schiaffo di quelli che lasciano il segno. Rappresenti la legge, non dovresti dire cose del genere al cittadino; infatti alla cittadina Balducci le dici subito. “Ah” fa lei. Riflette. “Vabbe’, allora scriviamo a Berlusconi, che a me quello mi piace, mica come quel fico molle di Veltroni.” Stavolta sei tu che rifletti: eh no, qua si esagera, pensi. “D’accordo, scriviamo a Napolitano” decidi. Tanto quella lettera chissà dove si fermerà. Mentre la scrivete, a stampatello perché con la tua grafia c’è il rischio che non riesca a leggerla nessuno, tu che devi tradurre in italiano civile il coloratissimo turpiloquio antimorattiano della sciura Balducci, lei ti offre il caffè. Non ne bevi mai, e non tanto ti piacciono i dolci, ma apri la confezione delle paste destinate a tuo figlio: le penitenze vanno fatte fino in fondo. Vorrà dire che dopo ripasserai da Tentarelli.

 

7 - GENTILE REGALO DI BERLUSCONI AI DELINQUENTI: INTERCETTAZIONI TELEFONICHE, E NON BASTA

Ai nostri politici, fatti gli opportuni distinguo di parte, i delinquenti piacciono. Le anime belle, ciarliere e buoniste della sinistra propendono per emarginati, zingari, immigrati meglio se di colore, tutti comunque vittime della società che li respinge costringendoli al crimine. I salvatori dei sacri valori nazionali che stanno a destra, invece, di questa rantumaglia umana hanno un sacrosanto schifo, e preferiscono individui con una certa pratica di doccia, assolutamente bianchi anche se meridionali, visto che perfino la Lega ha capito che pure al Sud c’è il diritto di voto, in ogni caso rispettabili, tipo corruttori, concussori, intrallazzatori, faccendieri, evasori fiscali e mafiosi di un certo rango -dalle file della mafia si tirano fuori eccellenti ed eroici stallieri- tutti vittime di uno stato ladro che blocca la libera iniziativa, e di una magistratura comunista che perseguita chi produce ricchezza. E’ chiaro che con una simile classe politica uno che fa il poliziotto può fare il tifo per gli uni o gli altri, come fosse il derby Inter-Milan, ma non riesce a contrastare la delinquenza, e siccome non fai che ripeterlo, nel tuo ambiente con il cervello ti danno ragione, ma con gli occhi ti guardano storto. A tutto però c’è un limite, e stamattina, intorno alla macchina del caffè che sta accanto alla porta del tuo ufficio, gli investigativi sono furibondi con il governo. Trattandosi di un governo di destra il fatto ha dell’eccezionale, ma te lo stai perdendo perché hai dovuto precipitarti in Piazza Gabrio Rosa per buttarti fra due spacciatori che stavano sbudellandosi a vicenda. A parte il rischio di finire sbudellato tu, hai fatto pareggio, uno preso e l’altro perso. Alzando il bicchiere del caffè come brindasse Rossi dice che senza le intercettazioni telefoniche le indagini si dovranno fare con la sfera di cristallo, gli altri concordano. “L’hanno fatta questa fetecchia di legge perchè tengono paura di venire intercettati loro, insieme con le porcherie che fanno, ‘sti figli di ‘ndrocchia” sentenzia Neri, che è un saggio linguisticamente legato alle proprie origini.

Arrivi in quel momento, con a rimorchio due metri di africano che ogni tre parole tira in ballo la volontà di Dio, segandoti i nervi visto che tu e Dio neanche vi scambiate il saluto. Rossi si fa da parte per lasciarti entrare nel tuo bugigattolo, i vostri sguardi si incrociano. “Dopo ti devo parlare” bisbiglia con imbarazzo. Sai di cosa si tratta, annuisci e cacci dentro il mistico, che annuncia che anche là Dio lo sta guardando. “E quando spacci da che parte guarda?” gli domanda Guzzardella. Quello risponde offesissimo che un buon musulmano non spaccia, non beve alcol e non va con gli uomini. Guzzardella sogghigna. “Così adesso sappiamo che oltre a spacciare ti allitri e sei pure finocchio” gli dice. Li lasci a disputarsi il poco ossigeno che c’è là dentro. Rossi parla con Magri. Ti appoggi allo stipite della porta, le mani in tasca, e aspetti che Magri se ne vada. Rossi lo segue con lo sguardo, poi scuote la testa. “Ma in che guai ti vai a mettere?” dice prendendoti per un braccio. Tutto era cominciato tre settimane prima. Con Rossi eravate stati insieme alla Mobile, commissari pari grado. Poi lui s’era trasferito a Viterbo, ma, vacci a capire, passano una decina di anni ed eccolo che ritorna commissario capo, e appena ti incrocia in corridoio sbotta: “Ma come, Gualtieri, un investigativo come te sbattuto per strada, e con questo ufficio che è stato tagliato via da un angolo del cesso! Ci penso io, metto io la buona parola, ti faccio tornare subito alla Mobile” dice convinto. In capo a tre giorni, invece, si è già fatto elusivo, saluta e scappa. Tu sai cosa c’è sotto, e te ne infischi, ormai sei uno di strada, non hai voglia di tornare fra i fighetti della Mobile. Ma Rossi si è posto il problema, non potendo evitarti in eterno caccia il rospo. “Indagare un politico: ma sei diventato matto? Quelli sono come le vacche sacre, non li puoi toccare. Con loro non ci sono leggi che tengano, loro sono al di sopra della legge. Guarda il nostro amico Berlusconi: uno e due, e si fa su misura tutte le leggi che vuole, e blocca le intercettazioni e blocca i suoi processi come fosse niente, e alla gente va bene, qualche mugugno di quei coglioni di comunisti e basta, perchè cane non mangia cane, oggi tocca a te ma domani potrebbe toccare a me. La politica è sporca, e il popolo è bue, accetta tutto. E tu, in una situazione del genere, ti metti a indagare su un politico, e che politico poi! Cosa credevi di fare?” Ti sembra una domanda, gli rispondi. “Credevo di fare il mio mestiere” dici. Rossi apre le braccia. “Allora sei davvero un povero fesso!” Lo guardi freddo. “Non me ne frega niente di tornare alla Mobile, come investigativo valevo anche poco.” Ma Rossi tira diritto: “Com’è che tutti quelli della nostra età sono commissari-capo, e tu sei rimasto commissario? Non te lo sei chiesto?” Alzi le spalle, ma a lui non sembra bastare, deve mettersi a posto la coscienza. “Capisci che chiedere di farti tornare alla Mobile, con l’aria che tira… Abbiamo il capo del governo sotto processo che si fa le leggi per fermarselo, il processo: tu questa come la chiami?” Ti sembra una domanda, rispondi: “La chiamo lurida porcheria” dici. “Nooo, si chiama politica, e alla gente va bene così, tranne a quattro coglionazzi comunisti che fanno i girotondi. Alla gente non frega niente di quello che ha fatto o non ha fatto Berlusconi, la gente vuole che noi ce la prendiamo con zingari, immigrati, drogati, scippatori, ladri: questi fanno paura alla gente, non i politici che intrallazzano. E poi, anche a noi i politici fanno comodo. Dall’altra parte abbiamo i no-global e i centri sociali, quelli che chiagnono e fottono, prima ci provocano a sassate e dopo, alla prima manganellata, cadono morti davanti a una telecamera! I politici dobbiamo lasciarli stare, Gualtieri, ricordatelo. Tu pensa alle vacche sacre e fai finta di stare in India.” Finalmente si toglie di torno. Dentro trovi Guzzardella in piena disputa religiosa con lo spacciatore mistico, questo che dice che Gesù è stato un grande profeta, Guzzardella che ribatte che era figlio di Dio, e così via. “Ma che cacchio stai facendo, Peppino?” urli con quanto fiato riesci a trovarti dentro. Chiaro che per l’Italia non c’è futuro, se i politici sono quello che sono e i poliziotti fanno il dibattito teologico con i fermati, ti dici sbattendo la porta. Di Salvo ti avverte che l’altro spacciatore, quello che se l’era data a gambe, è arrivato al Policlinico con uno sbrego fra le costole .“Andiamo a recuperare la pecorella smarrita” dici. Rossi ti ha messo la giornata ancora più per traverso, ma Di Salvo non se ne è accorto, mentre guida per Via Visconti di Modrone indica una donna sciamannata e sporchissima con al seguito tre mocciosi malissimo in arnese e dal fare poco rassicurante, armati di giornale castigagonzi. “Così adesso gli prenderemo le impronte, a tutti ‘sti zingari” dice, e gli zingari sono fra i più abituali e meno amati fra i tuoi clienti, e tu non sei un buonista fesso. Ma oggi è oggi. “Chi si fa le leggi su misura non ha diritto nemmeno di mettere le multe per divieto di sosta. Chi si fa le leggi su misura per me è fuori della legge, e dovrebbe andare a nascondersi per la vergogna” dici cupo. Di Salvo si gira per guardarti. “Ma quale vergogna, commissa’: qua stiamo in Italia, vergogna non ne tiene nessuno” dice; e per un pelo non tampona un taxi.

 

8 - LA MUSICA DEI “MALANOVA” E L’AMICO RITROVATO

Maggiano ha avuto il trasferimento a Bari.A te sembra una stupidata e glielo dici. “Che futuro darai ai tuoi figli, a Bari?” gli domandi. Lui s’adombra. “Commissa’, la pacchia è finita anche qua, e laggiù con il mio stipendio vado a fare il signore” ribatte. “Sì, ma laggiù devi fare finta di non vedere e di non sentire, se fermi un topino che scippa ti si rivolta contro un quartiere, quelli nessuno li può toccare” dici. Ti guarda con uno sguardo che non conoscevi. “E qua gli zingari che borseggiano chi li può toccare? E il resto? Quante volte abbiamo dovuto lasciar perdere? In Italia chi comanda si fa le leggi del suo porco comodo, come Berlusconi che l’ho pure votato, ma con questo esempio che viene dall’alto se a Bari vedo un topino che scippa una di quelle cretine col naso rifatto, be’, mi giro dall’altra parte, perché dietro le sue spalle ci stanno la miseria e l’ignoranza, e lui la legge per non essere processato non se la può fare” dice. Effetto boomerang: Maggiano ti ha detto quello che ti ha sempre sentito dire, l’hai tirato su bene; ma adesso hai un uomo in meno. Come non bastasse, oggi t’è capitato il guaio, e non ne sei uscito benissimo. Stai alle calcagna del capo, per i corridoi, cercando di spiegargli cosa è successo. Lui a un certo punto si ferma e ti ficca oltre il primo uscio che vi capita accanto. Vi trovate nella stanza di Magri. “Gualtieri, Gualtieri, vuoi stare attento quando parli? Con il corridoio pieno di giornalisti…! Non si dice più negro, si dice nero, e tu ti metti a gridare quel negro là, benedetto Iddio! La stampa è in mano ai comunisti, e a ‘sta gentaglia non pare vero di sputtanarci” bisbiglia come pregasse.Tu alzi le spalle. L’oggetto del contendere linguistico non sembra fare caso a come viene chiamato: negro o nero, è in camera di sicurezza con un occhio completamente chiuso, il setto nasale appiattito e le labbra rotte e gonfie. E’ successo in Via Vitruvio.La giornata era cominciata bene. In Sicilia hai un amico, si chiama Pietro Mendolia.

Ha da tempo formato un gruppo, i Malanova, fior di musicisti che fanno musica etnica e colta, con in più una voce femminile bella come poche. Li hai sentiti per caso, anni addietro, quand’eri andato a Messina per un accompagnamento, e avete fraternizzato. Uscendo di casa, stamattina, hai trovato nella casella della posta il loro ultimo CD, Non iabbu e non maravigghia. Te lo sei messo in tasca con la previsione di passarci la serata, e poiché era il tuo giorno di riposo settimanale te ne sei andato in Corso Buenos Aires per vetrine. Ed ecco il guaio. Il vecchietto con la barba che sta seduto accanto a un negozio di calzature non ha l’aria di chiedere l’elemosina, semplicemente si propone. Si chiama Bruno, è profugo istriano come tua madre, anche lui di Pirano. Dice di avere conosciuto tuo nonno, che è finito dentro una foiba forse ancora vivo, e tu sei cresciuto sentendo chiamare assassini i comunisti, compari stretti di quelli iugoslavi di Tito, e vigliacchi i democristiani, che hanno sempre taciuto e fatto tacere sulla sorte degli italiani in Istria, perciò per te ogni profugo istriano è sacro. A Bruno dai sempre qualcosa e ci scambi due parole, lui le sue te le dice in dialetto. Lo trovi al solito posto. Sai che gli piacciono gli animali, gli racconti che adesso hai un gatto che ti tarzaneggia per casa.Lui invece parla del tempo, e dice che alla Caritas si mangia bene.Gli porgi dieci euro, borbotta che non ti devi disturbare e li prende.Lo saluti e tiri diritto.Ma un poliziotto è un poliziotto, certe cose le sente: ti volti senza motivo apparente, e vedi un colosso zazzeruto di negro che ha afferrato il vecchio per il collo, facendogli cacciare i dieci euro.Ti precipiti, e finisci sbattuto contro la vetrina del negozio di scarpe.Torni a lanciarti, ma incontri un pugno enorme che ti si abbatte sullo sterno.Riparti per la terza volta.Un pugno ti corre incontro, schivi come puoi, lo prendi sul fianco e senti poff: miseria porca il CD dei Malanova!Quello si rifà sotto, ma sbatte contro uno spilungone grigio di capelli che si interpone tirando pugni che sembrano mazze ferrate, e cade di schiena sul cofano di un’automobile spruzzando sangue intorno.“Polizia!” senti intimare dallo spilungone, e un minuto dopo scattano un paio di manette rosa con i disegnini color lavanda. “Te l’ho sempre detto, Gualtieri, che fare a botte non è roba per te” dice lo spilungone, che si chiama Fara ed è un poliziotto, oltre a essere stato tuo compagno di scuola alle elementari. E’ ossuto, asimmetrico, con il naso storto e i baffi da moschettiere. “Ehi, Biancaneve, adesso sono cazzi acidi: resistenza e lesioni a pubblico ufficiale” dice al negro indicandoti. “Non sapeva chi fossi” mormori. Fara se ne infischia, e impacchetta l’articolo.“Come te la passi?” gli domandi ispezionando il CD, che fortunatamente s’è salvato. Arriva la volante, quelli dell’equipaggio si sgomitano guardando le manette rosa. “Sono sospeso. Ho pizzicato la mia troietta a letto con un altro e li ho fatti blu, e loro mi hanno denunciato” spiega. Un’ora dopo sei al cospetto del capo, che consulta Magri con lo sguardo. “Capisci che questo continua a dire negro in mezzo a quel pieno di giornalisti che sono venuti per l’intervista al signor questore?” Magri gongola. “Ti devi aggiornare, Paolino, sei troppo politicamente scorretto. E così le stavi anche prendendo, eh?” ammicca soddisfatto. Lo ignori. “Già che ci siamo: mi serve sempre un altro uomo” dici al capo. “Lo sappiamo che sei un frocio insaziabile” ridacchia Magri. Il capo, invece, alza gli occhi al cielo. “Scommetto che hai già in mente qualcuno” sospira.“Voglio Fara. Sta alla Sant’Ambrogio, adesso è sospeso.” “Perché è sospeso?” domanda lui, già in apprensione. Magri ha impiegato l’ultima ora facendo telefonate, sa tutto.“Violenza privata e lesioni. Ha le mani lunghe, il nostro Fara-butto, oltre a essere un puttaniere di prima grandezza e un gran lavativo.” “Ma porca miseria, Gualtieri, tu i guai te li vai cercando!” sbotta il capo. “Ne rispondo io” dici. “E meglio mi sento!Qua serve gente…capace, responsabile, affidabile” salmodia. “Non so cosa farmene di un leccaculo affidabile e responsabile: io faccio a botte tutti i giorni per strada, mi serve uno che sappia menare.” Il capo sbircia Magri, che annuisce. “E vabbe’, vediamo cosa si può fare con la disciplinare” sospira. Tu stai pensando a quando a scuola, in quinta elementare, un gruppo di un’altra classe t’aveva preso di mira, e a quando è arrivato Fara a mettere le cose a posto, i capelli in tumulto, i pantaloni sempre troppo corti sulle caviglie, il golf con i buchi sui gomiti, e quei suoi pugni che già allora sembravano granito. Per la prima volta dacché vi conoscete guardi con una certa gratitudine la grandissima carogna che è Magri, pur sapendo che ti concede Fara sperando che la combini grossa e tiri a fondo anche te. L’indomani sei dal sostituto procuratore Antonella Santomauro (vedi “Gli anziani nel mirino”) che, appurato che con il pestaggio del fermato hai a che fare tu, non potendo ucciderti vuole almeno guastarti la giornata. Hai passato la sera precedente ascoltando il CD dei Malanova, ci vai canticchiando Mi chiami bedda. Chiaro che chi l’ha ispirata non doveva somigliare a lei, pensi con malvagità ingiusta, perché la Santomauro avrà qualche difetto, primo fra tutti quello di odiarti, ma è un tipo. “Commissario, perché ride?” ti domanda.Da te, dopo quel “guardati dal tasso e dal sostituto procuratore con il culo basso” (idem “Gli anziani…”) si aspetta di tutto. “No, così, cose mie” rispondi scrutandola con il tuo sguardo da bastardo che tanto bene conosce. Dopodiché finisci come d’abitudine e con indifferenza nel tritacarne: ci vuole altro che un sostituto procuratore basso di baricentro per impressionarti.

 

9 - PEDRITO E LA SACRA ROTA

Prima della legge Gozzini, della legge Simeone, della legge Cirielli e dell’indulto del trio Mastella-Prodi-Berlusconi (il primo l’ha voluto, il secondo gliel’ha stupidamente lasciato fare e al terzo, vai a capire il perché visto che era all’opposizione, non sembrava vero di votarlo), Pedrito aveva dovuto diverse volte interrompere l’attività di borseggiatore andino (vedi “Il Bengodi dei delinquenti si chiama Italia”) per soggiornare più o meno lungamente a San Vittore. Negli ultimi anni, però, grazie alla sinistra buonista e inutile, e alla destra tutto fumo e niente arrosto, fra obbligo di firma in commissariato, arresti domiciliari e prescrizioni i suoi affari non hanno avuto interruzioni troppo traumatiche, sicché te lo sei trovato davanti sempre più spesso. “Sono dieci o undici le volte che ti pizzico?” gli domandidopo che ti sei fatto largo fra i cittadini vocianti che l’hanno bloccato con le mani nella marmellata sopra un tram in Piazza Missori. La gente al massimo ringhia e non morde, ma è ugualmente con sollievo che Pedrito ti vede. Ormai siete quasi di famiglia. La donna borseggiata è un’oca dal naso rifatto, due involtini al ragù al posto delle labbra, e un seno siliconato a doppio melone. Strilla che non se ne può più, che questi farabutti bisognerebbe mandarli tutti a casa loro e che ci vorrebbe la pena di morte, e gli altri intorno concordano. La prenderesti a calci nelle protesi, ma non è per quello che ti pagano. Fara e Di Salvo scrivono il nome dei testimoni, tu resti appoggiato alla Punto, gli occhi su Pedrito che sai per esperienza quanto sia sempre pronto a filarsela. Anche se volentieri ficcheresti in camera di sicurezza qualcuno dei tanti parlamentari farabutti che, anziché stare in aula, ci lasciano solo la loro tessera, rubando così 258 euro di diaria giornaliera, a te capitano solo quelli come Pedrito. Ti trovi là per caso: quando la radio si è messa a gracchiare del borseggio stavi scroccando uno strappo per andare in Corso Italia dalla tua quasi ex moglie, convocato d’urgenza: “E’ una cosa troppo delicata per parlarne al telefono-è una cosa troppo delicata per parlarne a casa”, sicché ti sei formato l’idea che l’oggetto del felice incontro sarà vostro figlio, che ne avrà combinata qualcuna delle sue. Finalmente cacci Pedrito in auto e guardi l’orologio: sei in ritardo di venti minuti. “Attenzione che questo sguscia come un’anguilla” dici prima di andartene. Fara sghignazza: l’ha ammanettato alla maniglia, Pedrito dovrebbe portarsi appresso la portiera. Prendi per Corso Italia a passi lunghi, ma ne fai pochi. Dietro le tue spalle senti uno stridore di freni e un botto. Ti volti. La Punto, dopo aver sfiorato una Smart che le ha attraversato la strada, è finita contro il marciapiedi. Accorri. Sul parabrezza c’è il sangue di Fara, e Di Salvo s’è spaccato le labbra sul volante. “Che spavento, commissario, che spavento!” urla Pedrito con la sua vocetta nasale sbatacchiandosi sul sedile posteriore come un uccello selvatico in gabbia. Fara ha uno spacco in fronte, prevedi tre o quattro punti. Sta bestemmiando un intero calendario di santi, e Di Salvo gli dà una mano. Pedrito e la Punto, invece, stanno bene. Ti suona il telefono: “Insomma, ti sbrighi sì o no?” sibila tua moglie. Ci sei stato insieme abbastanza da sapere che dirle che hai due feriti e un fermato per lei sarebbero solo scuse. Ti rivolgi a Fara, che si sta tamponando il sangue: “Filate al Pronto Soccorso, e dammi le chiavi delle manette, il pargolo lo prendo io.” Fara ti passa le chiavi, due minuti dopo arranchi per Corso Italia con Pedrito al guinzaglio. “Commissario, se ha cose più importanti da fare, senza complimenti, tanto domani sono già fuori” continua a ripetere lui, che è pratico del ramo. Tua moglie è sul sentiero di guerra. Ti vede arrivare e sbuffa, poi guarda Pedrito, e sbianca. “Accidenti a te, Paolo, arrivi davanti a dove lavoro con uno ammanettato?” Pedrito saluta con un gran sorriso. “Incantato di fare la sua conoscenza, bella signora” dice con galanteria. Lei gli scruta le manette. Sono le famose manette di Fara, rosa con i disegnini color lavanda. Non ti sei mai accorto che i disegnini raffigurano le più immaginifiche posizioni del kamasutra; se ne accorge subito lei, invece. “Tu sei un maiale, tu sei un debosciato!” dice furibonda.

A Pedrito invece sono piaciute subito. “Ma no, signora, sono eleganti.” Gli infili un gomito fra le costole. Lei si guarda in giro, e tirandoti più in là ti spiega qual è la questione delicata che non poteva aspettare, né essere discussa al telefono. Vuole lo scioglimento del matrimonio. Tu la correggi: divorzio. Lei dice no-no, scioglimento della Sacra Rota, e ti spiega che ha un legame serio, che il suo lui ci tiene a sposarla in chiesa, ma se divorziano lui in chiesa non la può sposare. Ti sembra di vivere un incubo. “E dopo che mi ci avrai portato in catene, davanti alla Sacra Rota, cosa raccontiamo, che il nostro matrimonio non è stato consumato e che nostro figlio è nato per intervento dello Spirito Santo, che quel giorno non aveva niente di meglio da fare?” le domandi. “Puoi dire che non credevi nel matrimonio religioso perché sei comunista” suggerisce.“ I comunisti non credono in Dio, sono brutta gente” dice Pedrito. Lo strattoni da spezzare le manette. “Faccio il poliziotto, capiranno subito che non posso essere comunista. E poi, dove l’hai pescato questo baciapile, che se non si sposa in chiesa non si sente sposato?” domandi. Lei scatta. “Non ti riguarda! Tu hai sempre avuto le tue puttanelle, mentre io…” e scoppia a piangere. Tirando su con il naso ti spiega finalmente l’arcano: il suo lui è talmente legato alla religione che la insegna, e se non si sposa in chiesa perde il lavoro; non solo: può perderlo anche se in Curia vengono a sapere che ha una relazione con una donna sposata. Tu, non senza soddisfazione, provi a immaginare un ometto bigio e mezzo pelato in fila con gli extracomunitari per il piatto di minestra quotidiana, la schiena curva, l’occhio spento, un mozzicone di sigaretta fra le dita tremanti…”Fuma?” domandi. “Paolo, ti prego! Cosa ti costa?” implora lei. “Davvero, commissario, cosa le…” fa Pedrito, ma subito tace perché ti ha letto nello sguardo che quelle potrebbero essere le sue ultime parole. “Ma non potevi trovarne uno normale?” sbotti. Cose da pazzi, ti dici. La Sacra Rota, ti ripeti, e prendi a camminare su e giù, con Pedrito al passo. “Commissario, non possiamo fare gli incazzati stando fermi, che con rispetto parlando mi scappa di pisciare?” geme lui. Rifletti. Vi siete sposati in chiesa, al cospetto di tutta Comunione e Liberazione milanese, lei voleva così e per te all’epoca quella Parigi valeva quella messa; ma ci hai messo del tuo, e hai fatto la comunione senza confessarti. Meglio: la tua ultima confessione risale a quando avevi dieci anni, ma lei questo non lo ha mai saputo, e non è il caso di dirglielo adesso, già ti odia abbastanza; anche se sarebbe la soluzione…ma porca miseria no, la Sacra Rota no! “Cos’è, l’Italia è una repubblica abbastanza democratica Vaticano permettendo? Sono ateo, detesto tutte le religioni, della Sacra Rota penso ogni male possibile, e tu vorresti portarmici con il cappello in mano? Be’, resta nel peccato, goditelo perché il peccato è bello, e soprattutto non rompermi le scatole!” le dici. Estrai il cellulare, chiami un taxi. Arriverai in Questura con il bilancio di due uomini al Pronto Soccorso, un fermato ammanettato con un reperto da porno-shop, uno sproposito di euro in meno a causa del taxi che nessuno ti rimborserà, una moglie che in alternativa alla Sacra Rota si sta augurando la più truculenta delle vedovanze…e la porca miseria di un buco nella tasca dei jeans, giusto quella dove avevi messo le chiavi delle manette. “Commissario, mi scappa di pisciare, con rispetto parlando” geme Pedrito mentre lo trascini per i corridoi. Il pisello di un indio peruviano non l’avevi ancora visto, constati che è scarsino, ed è l’unica soddisfazione della giornata. “Commissario, quello che conta è come funziona” ti dice lui leggendoti nel pensiero. “Per la cosa della Sacra Rota, dai, la faccia contenta sua moglie” aggiunge mentre se lo sgronda. “Se non stai zitto è l’ultima volta che te lo prendi in mano” gli ruggisci. Più che Fara, dopo che lo avranno ricucito, ti porti un’altra chiave per le sue stramaledette manette. Ammesso che l’abbia.

 

10 - VOLVER

Volver significa tornare. Lo diceva sempre Anita, piagnucolandoci sopra. Eri andato in Sudamerica per estradare un delinquentello, e sei tornato con una cilena di madre danese e nonno marchigiano, fulva, diritta come una lancia, quattro dita più alta di te, bella come una dea e matta come un cavallo. In Italia non si ambientava, ci ha pianto per due anni.

 

“Volver” ripeteva; e poiché stava diventando una galera, e tu in galera per mestiere devi ficcare gli altri e non finirci in prima persona, le hai spalancato la porta della gabbia. In fondo all’anima tutti hanno un posto dove volver, può essere un luogo fisico, o un periodo, o un nido di affetto che s’è rotto ed è rimasto vuoto. Il tuo si chiama Piazzale Cantore. Ci sei nato. Ci sei vissuto per dodici anni, poveramente, due stanzette di neanche nove metri quadrati l’una e il gabinetto alla turca sul ballatoio, in comune. Ma eri felice come non lo sei più stato. Quando ti hanno deportato in una casa popolare di periferia per abbattere il palazzo e costruirci quello che c’è adesso, ti sei detto: “Tornerò.” Hai cambiato un certo numero di abitazioni, adesso stai nel tuo loft in Corso Lodi, che in realtà è una cantina, ma l’idea di tornare là non ti è mai passata. “Volver” ripeti. Ma quando tornerai in Piazzale Cantore sarà l’ultima volta che andrai da qualche parte. Là ti aspetta il tuo nemico. E’ un nemico paziente, che sa che prima o poi andrai a cercarlo. Tu, che non porti mai la pistola, quella volta l’avrai con te, per usarla. Oggi è giornataccia. Di prima mattina hai agguantato uno che aveva ridotto in fin di vita a furia di botte la bambina della convivente. Alla sua prima alzata di cresta Fara ha provveduto a riempire di botte lui. Contrariamente al solito l’hai lasciato fare, ma quando il poliziotto diventa giudice perché nei giudici non ha fiducia, il segno è amaro. Poi sei passato dalla tua ex moglie, convocato d’urgenza. Il metazoo malamente strutturato che diviene figlio ha bigiato per quattro giorni filati, e lei se l’è presa con te, che come padre non esisti. L’hai ignorata. Ti sei rivolto al ragazzo per il discorsetto educativo di prammatica, e il ragazzo te ne ha dette da far arrossire uncamallo. Ti sono cadute le braccia lungo i fianchi. Hai pensato a quanti denti ti sarebbero rimasti in bocca dopo avere detto cose del genere a tuo padre. “Goditelo” hai bisbigliato alla ex mogliettina infilando l’uscio. Non senti più voglia di niente. Vegeti nello scontento. Betty continua a cingerti d’assedio, fino a non molto tempo prima sarebbe stato detto e fatto, invece la ignori. “Gualtieri, Gualtieri, quello che hai fermato stamattina dice che l’avete picchiato, qua passiamo un guaio” salmodia il capo arrancandoti dietro per il corridoio. Neanche ti giri per guardarlo. Hai dentro troppa fatica, e senti di non poterne reggere più. E’ l’ultimo giorno di novembre, domani compirai gli anni, e ti sembrano secoli. “Deve essere oggi: volver” decidi. Vai nella stanza di Betty, le dici che devi partire e la preghi di passare a dar da mangiare al gatto Nick, fortuna che in ufficio hai un duplicato delle chiavi. Non è mai stata da te, la tempesti di istruzioni e raccomandazioni, e ancora non sa che fregatura stai per rifilarle. A casa aspetti che venga buio. Nick ti guarda con sospetto. “Vedrai che starai bene con la zia Betty” gli dici. Attesa lunga. Finché apri il cassetto giusto. Oltre alla Beretta d’ordinanza possiedi un revolver Smith & Wesson Bodyguard: è una faccenda privata, non ti va di sbrigarla con la pistola pagata dal contribuente. “Revolver…re-volver…re…volver: volver” scopri con una punta di angoscia. Allora è destino. Infili nel tamburo cinque lucide full-metal 38 special. Ormai è notte. Metti l’arma nella tasca del giaccone e chiami un taxi. Milano ti scorre davanti: Piazzale Lodi, Corso Lodi, Piazzale Medaglie d’Oro. Chiudi gli occhi. Li riapri in Viale Gabriele D’Annunzio. Ti fai lasciare all’incrocio con Corso Genova. Ogni pomeriggio passavi di là con tua madre, per andare al mercato rionale. Tua madre ti teneva sempre per mano. “Mamma, posso fare una corsettina?” le domandavi dopo che avevate attraversato Via Cesare da Sesto. Lei allentava la presa, e tu correvi sul marciapiedi fino all’incrocio con Via Ariberto. Là ti fermavi, tornavi indietro. “Mamma, posso fare una corsettina?” mormori, e ti metti a correre, una mano sul revolver perché non ti sfugga dalla tasca. Arrivi all’incrocio con Via Ariberto, sempre correndo torni indietro, sotto lo sguardo stranito di due extracomunitari. Entri in Piazzale Cantore. Là c’era la gelateria Pozzi. Attraversi la piccola Via Daniele Crespi. Sei arrivato. Dall’altra parte di Viale Papiniano c’è il mostro architettonico che De Magistris ha donato al fascio. Dopo la guerra ci hanno pigiato di tutto: una scuola, una sede del PCI, un dispensario antitubercolare, una casa delle aste; e il commissariato. Tuo padre è stato comandante della sezione di quel commissariato per dieci anni. Era un gran poliziotto, e aveva il peggiore carattere possibile, viveva in lite col mondo. Ti metti dove c’era il tuo portone, di fronte hai il prato sopraelevato dell’acquedotto. Sai che non dovrai aspettare molto. Inspiri a fondo. Il tuo nemico ama la puntualità, come te. Lo senti arrivare. Ti somiglia in tutto, e ha una Smith & Wesson Bodyguard identica alla tua. Sparerete insieme, ma sai già che sarà lui a fare centro. Tant’è. Dalla vita nonti aspetti più nulla. Estrai. “Volver” ripeti alzando il cane e puntando. Qualcosa però ti disorienta. Sulla tua destra un uomo sta attraversando Viale Papiniano. Viene verso te. Riconosci il passo, e la figura; e il viso; e la voce. E’ tuo padre. “Quante volte ti ho detto che non devi scherzare con le armi, pezzo di cretino che non sei altro?” ti domanda furioso. Il bacio freddo di acciaio e di notte e di paura e di resa lascia la tua tempia. “Che ci fai con quella in mano? Mettila via e tornatene a casa!” “La mia casa era questa” mormori. “Be’, non c’è più, fattene una ragione. Piuttosto pensa a tuo figlio, che sta crescendo come un selvaggio idiota. E non tornare qua, hai capito?” ti grida con il suo modo di fare brutale e iroso. “Papà…” tenti di dirgli con la gola stretta da un nodo, tu che non sei mai riuscito a parlargli, lui che non ti avrebbe mai ascoltato, forse, ma chissà. E’ scomparso. Abbassi il cane del revolver, lo rimetti in tasca. Cerchi il telefono per chiamare un taxi, ma il telefono è rimasto in cantina, davi per scontato che non ti sarebbe servito più. Torni a piedi. Il resto della notte è niente. Di prima mattina, mentre ti stai lavando, ti accorgi che qualcuno cerca di entrarti nella catacomba. Sali scalzo, in slip e a torso nudo, la scaletta di metallo che innalza al livello zero, da dove comincia la vita della gente normale. Dietro la porta a vetri che dà in cortile vedi una sagoma. Apri, e ti trovi davanti Betty. “Ma non dovevi partire?” ti domanda. Poi ti squadra con i suoi occhi morbidi e maliardi. Fa un freddo annichilente, chiudi in fretta la porta. “Allora il gatto era una scusa per adescarmi, eh? Ecco come te la sei fatta la fama del mandrillo bastardo” dice guardandosi intorno. “Dove ce l’hai il letto?” domanda ispezionando l’ambiente. “Ah è qua” dice; e comincia a spogliarsi. Resti di sasso. “Questa è un’irruzione” pensi. Quando riesci a vincere lo sbigottimento Betty ha già il seno scultoreo esposto ai 14°C di là dentro. Va bene che è più di un anno che la tieni sulla corda e ha gli arretrati da smaltire, ma la facevi più romantica. Nick le esplora le gambe piacevolmente in carne. “Visto che è la prima volta, due preliminari no?” proponi cercando di sembrare spiritoso. “Sotto le coperte, se ci tieni. Ma tu vivi in questo iceberg?” barbuglia rabbrividendo. Come volesse avvalorare la cosa, Nick caccia uno dei suoi starnuti scaracchianti. “La farai morire di polmonite ‘sta povera bestia. Allora, vieni a scaldarmi sì o no?” fa lei. E’ il tuo compleanno, e il regalo di un destino che ha deciso di sterzare quando già eri sull’orlo del baratro parla napoletano e si chiama Betty. “Volver” ti dici raggiungendola. “Alla vita: volver” ti ripeti. Con la coda dell’occhio vedi sullo scrittoio il revolver ancora carico. Ci butti sopra gli slip, e fai centro.

 

11 - IL PESCE PUZZA DALLA TESTA

Nel tuo ambiente il verbo “mangiare” suona malissimo. Un poliziotto che “mangia” è un poliziotto corrotto. De Pinto mangiava forte, e non è che non lo si capisse dalla vita che faceva, ma dacci oggi e ridacci domani ha finito per fare indigestione. E’ un commissario-capo, non si può mandargli un paio di ispettori a comunicargli che è sospeso dal servizio e a chiedergli tessera di riconoscimento e pistola. Ci vuole tatto, e in materia il tuo capo è maestro. Ritiene cortese andare lui nella stanza di De Pinto, anziché convocarlo nella propria, anche perché è difficile che qualcuno tenga addosso in ufficio un ferro da stiro come la Beretta d’ordinanza, e quindi la consegna potrebbe diventare macchinosa. Con tutto il suo saperci fare, però, commette l’imprudenza di portarsi appresso Magri. Lo fa per eccesso di delicatezza: Magri e De Pinto sono pari grado, sarebbe umiliante sbrigare la procedura al cospetto di qualcuno gerarchicamente sottoposto; ma dimentica che Magri e De Pinto non si possono soffrire, così il rituale dolente si inceppa subito. De Pinto ascolta, poi, senza fiatare, apre il cassetto, tira fuori la Beretta ma, anziché consegnarla, guarda il troppo soddisfatto Magri con aria di sfida e mette il colpo in canna. Rimane solo in un battibaleno, la porta socchiusa, la pistola in mano. In un gomito di corridoio, fuori tiro, si suda freddo. “Bisogna avvisare il signor questore” barbuglia il capo, angosciato. Pensa a come potrà giustificare un simile disastro; più che non ci siano giornalisti in giro, pensa anche. Quando arrivi tu il corridoio è ormai affollato. “Io chiamerei la polizia” suggerisci. Magri ti trucida con lo sguardo. Stiaccini, che ama l’azione, tira fuori la sua brava proposta dinamica: “Spariamogli dentro un lacrimogeno” dice. Il capo scatta: “Qua non si spara un bel niente, qua si deve fare tutto senza rumore, senza scandalo!” intima con un’energia che nessuno gli aveva mai visto prima. Ma subito ridiventa se stesso: “Comunque bisogna avvisare il signor questore, e…Gualtieri, dove vai? Gualtieri, benedetto Iddio…Porca miseria, Gualtieri!” ti geme dietro, mentre tu punti diritto verso la porta socchiusa. Bussi. “Sono io, Miche’, sono Paolo” dici, ed entri senza aspettare segno. De Pinto è in piedi, dietro la scrivania, le mani appoggiate sulle scartoffie, la destra accanto alla pistola. In un ambiente dove tutti si chiamano per cognome, voi vi chiamate per nome. Avete cominciato insieme, una gavetta di ordine pubblico, gli sputi e le monete e i pezzi di pane lanciati, i vostri uomini che incassavano con finta indifferenza, mentre invece stavano scegliendosi il bersaglio per l’eventuale carica, e allora avrebbero pestato duro. Poi ancora insieme alla Mobile, De Pinto già portato a fare il passo più lungo della gamba, tu irrimediabilmente in cerca di guai per l’attitudine a prendertela con quelli più grossi.Entrambi cacciati, e spediti nel purgatorio nel quale vi state dibattendo. “Dimmi cosa vuoi fare” scandisci a bassa voce guardandolo diritto negli occhi. Alza le spalle. E’ un pezzo d’uomo, ma flaccido, le guance cadenti fitte di venuzze violacee. “Come faccio a spiegare certe cose a te, che sei come un monaco, mai che entri in un bar o in un ristorante, neanche prendi il caffè alla macchinetta, e non ti muovi mai da Milano. Per te il mondo non esiste, ma io ho due famiglie, i soldi non mi bastano mai, lo capisci? La mia prima moglie mi succhia il sangue per gli alimenti per la figlia grande, oddio per carità, è giusto, è figlia mia…e poi ho due bambini con la seconda, e sai cosa costa un figlio? Hai anche tu un figlio, no? Sei separato anche tu, no? La mia seconda moglie è giovane, vuole vivere, e tutto costa, lo capisci? Le mele che compravo al mercato a cinquecento lire il chilo adesso costano due euro e mezzo, cioè dieci volte tanto: lo capisci?” S’irrigidisce. Senza rendertene conto ti sei messo una mano nella tasca della giacca. Impugna la pistola. “Non ci provare, Paolo, o ti brucio” minaccia. “Cos’è, mi spari perché il prezzo delle mele è decuplicato?” domandi. Scuote la testa, posa la pistola. “Scusa, lo so che sei disarmato. E’ che…Mangiare: seh! Qualche favore, qualche migliaio di euro in più in un anno. E questa gente tanto perbene, eh? I signori negozianti che pagano il pizzo al racket, ma le tasse, eh, le belle dichiarazioni dei redditi che fanno? E i medici specialisti che non rilasciano mai le ricevute, e i muratori, gli idraulici, gli elettricisti, eh? Tutti in nero, tutti! E i politici, le maledette sanguisughe inutili che sono i politici, con Berlusconi che vorrebbe ridargli l’immunità parlamentare per fargli fare meglio il loro porchissimo comodo, dopo che si è messo a posto i suoi processi, l’Imputato Improcessabile, e gli altri dietro di lui, chi si arrangia a destra e chi si arrangia a sinistra, tutti uguali, uno ruba e l’altro gli tiene il sacco, una mangiatoia unica! E io…qualche favore, qualche migliaio di euro.I bambini costano: palestra e piscina e danza e dentista e occhiali e lenti a contatto…lo capisci?”“Michele, io capisco solo che sei inguaiato.Ti lascio cinque minuti: fra cinque minuti torno e mi racconti cos’hai deciso” dici. Gli volti le spalle, esci. Il capo ti guarda stranito.“E dopo?” ti domanda. “Torno e gli chiedo di darmi la pistola” rispondi. Magri sogghigna. “Sta’ a vedere che il nostro Paolino si fa sparare e ci tocca anche fargli in monumento in cortile” sibila. E’ arrivata Betty, ed è fierissima di te, ma anche preoccupata. “Non è che quello ti spara davvero?” mormora. La bellissima Bellani, che non ti può soffrire (vedi “Evasi e belle ragazze con la pistola”), la guarda con emozionata partecipazione, solidarietà femminile in vista della possibile imminente vedovanza biologica. A te sembra tutto ridicolo. Il capo continua ad alzare gli occhi al cielo. “Assolutamente, il signor questore, bisogna avvisare il signor questore…Gualtieri, accidenti a te, dove stai andando?” ansima. I cinque minuti sono passati, e tu sei puntuale. Percorri il corridoio, bussi, entri. De Pinto è ancora in piedi.

Ha la pistola in mano, te la punta contro. “Pum!” schiocca con la bocca. Tu allunghi la mano. “Il tempo per spararti te l’ho lasciato, adesso me la devi dare” gli dici. Ti fissa stranito. Appoggia la Beretta sulla scrivania. La prendi. Con il tuo consueto impaccio quando si tratta di armi abbassi il cane e metti la sicura. Te la infili nella vita dei pantaloni. De Pinto alza ancora le spalle. “Spararmi? E per cosa? E i miei figli? Tanto finisce in una bolla di sapone, al massimo mi rimanderanno a fare ordine pubblico. In Italia è tutta una buffonata, e dovrebbero fregare proprio me? Con che faccia? Loro? Hai mai visto un politico andare in galera? Loro sì che mangiano, e nessuno li deve disturbare. Il pesce puzza dalla testa, caro mio!” La pensi come lui, la predica è quella; ma è diverso il pulpito: lui mangia, e tu no. Gli fai cenno di seguirti. “Adesso apriamo la porta e ci sparano” tenta di scherzare. Ti prende il braccio, te lo stringe. “Sei l’unico amico che mi è rimasto” mormora. Lo guardi storto. Non siete amici, non siete niente. “Se usciamo così sembra che mi hai preso in ostaggio” dici. Ti lascia. Spalanchi la porta. “Tutti buffoni, tutti farabutti, il pesce puzza dalla testa” continua a mormorare. E crolla. Vede il capo, e Magri, e Stiaccini, e Neri, e la Bellani, e Betty, e Fara, e lo schieramento degli altri, e scoppia in singhiozzi. Muove la testa come un pupazzo. “Tutti buffoni, tutti ladri! Cucù, cucù, cucù, cucù, cucù” barbuglia fra le lacrime. Gli stringi il braccio da fargli male, ma non ti sente. “Cucù, cucù, cucù” ripete più flebilmente. E inquell’istante incontri gli occhi della grandissima carogna che è Magri, e ci leggi il trionfo. Stai per arrivargli davanti, ed è proprio dal tuo lato. Irrigidisci la spalla e cerchi la sua. Lo sposti con rudezza e tiri diritto. E’ come fosse il morso rusticano del vostro lungo duello, i suoi occhi freddi ti accoltellano, prima o poi te le farà pagare tutte. Pensi con sprezzo che non te ne importa, sentendoti immenso. Mentre percorrete il corridoio verso la stanza del capo, però, la pistola che ti sei malamente infilato nella cintola cade sul pavimento, proprio davanti alle gambe da urlo della Bellani: miseria porca che figura!

 

12 - POVERO A CHI CAPITA

Tuo figlio ha rimediato una pagella che sembra l’Ossario di Redipuglie. Naturalmente la tua quasi ex moglie dice che è colpa tua, che sei un padre assente eccetera, ed è con questi pensieri che devi buttarti in una serata di gelo che non promette niente di buono. Gli altri due sono rilassati, beati loro. In capo a pochi minuti potrebbero trovarsi nella più pericolosa delle situazioni mai vissuta, ma non sembrano rendersene conto, e chiacchierano. Parlano di Montalbano. Ti sforzi di non ascoltare. Certo, pensi, è il meno inguardabile dei poliziotti televisivi. Gli invidi la casa sul mare, e quel capolavoro di fidanzata che si ritrova, miseria porca dove le tengono le donne così; cioè sono riusciti a distrarti. Li guardi malissimo. Questa volta non si tratta dello spacciatore da scaraventare a gambe larghe contro un muro, ma di un assassino armato che non ha nessuna voglia di farsi prendere. Sta scappando. Lei l’aveva lasciato, lui l’ha perseguitata, e massacrata di botte, e violentata, rimediando la pacca sulla spalla della nostra giustizia buonista, che manda liberi fior di terroristi condannati all’ergastolo, figurarsi i maschi dall’orgoglio ferito che insomma, almeno per atavismo, qualche ragione potrebbero anche averla con queste zozze di donne che non sanno stare al loro posto. Dentro però è finito ugualmente: una rapina a mano armata dopo l’altra, più un altro stupro, pene da ridere e attenuanti e sconti e arresti domiciliari, e tutto lo stupidario di chi fa le leggi unito con lo stupidario di chi le applica. Era ancora ai domiciliari quando l’ha cercata e l’ha uccisa. “Povero a chi capita” diceva tua nonna, che nella giustizia degli uomini non aveva mai avuto fiducia, e, nonostante il rosario quotidiano, nutriva dubbi anche su quella di Dio, dopo che i comunisti di Tito le avevano portato via la casa, in Istria, e l’Istria stessa, e il marito, buttato agonizzante in una foiba. L’ha uccisa e adesso sta scappando, sicuramente è ancora armato. Ha preso la via di Genova, sulle sue tracce aveva almeno un paio di pantere al comando di Stiaccini, ma chissà che fine hanno fatto. Sei tu a intercettarlo con la tua Punto scassata, grazie a una segnalazione arrivata da un autogrill. Ha lasciato l’automobile nel parcheggio ed è sparito dentro. Hai con te Fara e Guzzardella, che fra loro non si possono soffrire. Guzzardella è geloso, dacché Fara è entrato in squadra non è più lui. Con Fara vi conoscete da bambini, siete in confidenza, ti dà del tu, e per Guzzardella, che s’era sempre atteggiato a tuo vice, sono stilettate. Non si possono soffrire, ma chiacchierano da snervarti. Ancora di Montalbano, accidenti anche a lui. Certo, quella sua fidanzata, incontrarla una donna così; cioè no, non incontrarla e basta: incontrarla e vedertela sciogliere davanti, Paolo Gualtieri vivevo aspettandoti. Proprio. Un bel pensiero per tenerti compagnia mentre stai per affrontare un assassino. Devi concentrarti. Studi il posto e prepari l’agguato, nel parcheggio deserto di nottata nebbiosa. Tornerà all’automobile, ti dici.L’autogrill è un colabrodo, ci sono uscite di servizio dappertutto. Non vuoi dividere le forze, se reagisce non puoi esporre i tuoi all’uno contro uno. Pensi che ti fregherà. Stai ancora ispezionando un’uscita posteriore, quando Guzzardella agita un braccio, segno che l’ha visto. Infatti esce, all’apparenza tranquillo, un sacchetto in una mano e l’altra mano in tasca. I tuoi sanno cosa devono fare. Ti affretti, lo punti, quasi lo rincorri. Lo urterai con una spallata, lui si fermerà, allora Fara lo prenderà da dietro e Guzzardella gli metterà ai polsi le manette. Sembra facile. Ma quello è un toro, ed è il doppio di te, urtare lo urti, ma è come dare nel marmo, lui non si sposta di un centimetro, tu voli addosso a un cestino dei rifiuti. Fara è veloce, lo afferra da dietro, e di colpo sembra di essere a un rodeo. Il metro e ottanta e passa di Fara finisce sollevato, e sollevato, e sollevato ancora. Guzzardella si fa sotto, e subito un calcio gli calca indietro i volumi della notevole pancia. Fara, che non molla la presa, viene ancora proiettato in alto. Ti avvicini e ti arrivano una testata sul naso e un calcio in pieno torace. Una fitta da spasimo ti trapassa il cervello. Guzzardella si rialza a fatica, questa volta un calcio gli arriva in piena faccia. Fara decide di cambiare strategia, lascia la presa e riesce a torcergli un braccio e a girarlo. Adesso l’ha di fronte, come piace a lui, ma subito incassa una testata che gli spacca le labbra. Fara non è più un ragazzo, ma sa essere un osso durissimo, e in capo a pochi secondi l’uomo deve fare i conti con le mazze ferrate dei suoi pugni.Una grandinata, quando di solito a Fara ne bastano due per atterrare chiunque. Già saranno quindici, già arrivano a venti, e quello né cade né scappa e né niente, anzi cerca di mettere la mano in tasca. Ci siamo, ti dici, e ti fai sotto per torcergli il polso. Ma i pugni di Fara sortiscono l’effetto dovuto: crolla. Lo ammanettate con le mani dietro la schiena, ma lui macché, anche quando cercate di portarlo verso l’automobile scalcia e affonda testate dappertutto. Fara incassa un calcio in uno stinco che lo fa ruzzolare. Si rialza, e allora ti viene la paura, perché quando comincia a pestare è difficile fermarlo. In capo a due minuti, infatti, all’uomo è passata la voglia. I sedili della Punto si tingono del sangue di tutti, un mattatoio. In tasca ha davvero una pistola.

E’ la Beretta 1935 calibro 7,65 con cui ha ucciso lei, quasi un ferro vecchio, nelle sue grandi mani doveva sembrare una caramella di liquirizia, ma lustra e lubrificata come ne hai viste poche. Strada facendo ricomincia a dimenarsi.Ha vicino Guzzardella, che le ha prese sode ed è molto provato. “Se non la smette spaccagli il naso” dice Fara, che è alla guida e si tampona il sangue dalle labbra. “Gliel’hai già spaccato tu” replica Guzzardella. Quello cerca di alzarsi, ci riesce, fa leva con la schiena contro il tetto, Fara se lo sente sulla testa, sbanda. Prendi la Beretta tanto ben lubrificata, ti girie gliela sbatti fra i denti finché non si risiede. Mai incontrato prima un animale del genere. L’indomani mattina, in ufficio, Magri gongola. “Paolino, tre contro uno, e le avete prese di santa ragione” canticchia a tempo di rap, come dire che i figli, quando ci si mettono, ti aggiornano di brutto. In effetti la notte è finita al Pronto Soccorso, e Fara e Guzzardella hanno chiesto visita. Tu cammini con il respiro accorciato da due costole rotte che ti fanno spasimare, né puoi metterti a letto perché ti sentiresti peggio. Il capo ti guarda il naso gonfio e tentenna la testa. “Gualtieri, Gualtieri, già s’è fatto vivo l’avvocato, e dice che quello lo avete pestato senza motivo, ci denuncia per violenza e lesioni e chissà che altro, vedrai con la Procura che casino verrà fuori. Ma è mai possibile che non riesci a prendere nessuno senza mandarlo all’ospedale?Ti rendi conto della pubblicità che ci facciamo? La stampa, dico, quei porci disgraziati dei comunisti!” sospira senza speranza.“A saperlo prima che era Madre Teresa di Calcutta travestita da Tyson lasciavo perdere” sussurri con la poca voce che il dolore ti permette. In corridoio incroci Betty, lo sguardo azzurro sonnacchioso e malandrino, e il suo grande e appetitoso e marmoreo sedere evidenziato dall’uniforme. Ti accarezza le guance, gli occhi che le dicono O mio eroe. “Sei il meglio, a quel fesso di Stiaccini era scappato” ti mormora stringendoti un braccio. E’ innamorata persa di te, perciò quel che dice non tanto vale, ma fa ugualmente piacere, anche se il suo continuo esibirti come un trofeo ti imbarazza, tu per le tue faccende tecnico-pratico-erotiche eri sempre stato molto discreto.Si accosta per baciarti, così si appoggia alle costole rotte. Ti scappa un urlo che sembri Tarzan. “Ecco, basta che una donna gli vada vicino e guarda cosa succede: lo dico sempre io che quello è frocio” sibila soddisfatto Magri, che ha assistito alla scena, e che su Betty aveva fatto un pensiero.

 

13 - DUBBIA PATERNITA'

Dopo la catastrofe sotto forma di pagella che è riuscito a mettere insieme - tuo figlio va a lezione di Italiano, Latino e Matematica, cioè vaga per tutto il pomeriggio da una casa all’altra - ti domandi quando trovi il tempo per studiare. Conoscendolo ti sei fatto l’idea che non si ponga neanche il problema di trovarlo, e siamo solo al primo anno di liceo, prevedi minimo un lustro di costose sofferenze familiari. Anziché nella solita paninoteca, questa domenica te lo sei portato a casa. E’ la prima volta che mette piede dove abiti, un po’ non era capitata l’occasione e un po’ ti vergognavi di fargli vedere che vivi in una cantina. Lui neanche se ne accorge. “Che figata!” ripete guardandosi intorno sotto la luce dei neon. Con Nick familiarizza subito. Non possiedi tovaglie, quando mangi appoggi abitualmente il piatto sopra un tagliere. Per l’occasione imbandisci la tavola con due strofinacci ovviamente non stirati, lui non sembra notare. Nota i mug che usi come bicchieri, invece: sui bicchieri rimangono le gocce di calcare, e non ti va di vederle, così non possiedi bicchieri e bevi nelle tazze. Sui mug sono dipinti dei gatti. “Che figata!” dice.

A scuola stanno parlando di mafia, e leggono Sciascia, che fa tanto preistoria, ma insomma ci ha provato. “La gente di laggiù dovrebbe ribellarsi, lo dice anche la prof ” barbuglia con la bocca piena di spaghetti. Dai per scontato che la prof in questione non sia siciliana e neppure meridionale, e abbia visto una buona razione di sceneggiati edificanti e fasulli, dove lo Stato alla fine vince sempre. “La prof dice che c’è dentro la politica, che i politici la mafia la proteggono” continua lui; dal che arguisci che la prof, oltre che settentrionale, è anche di sinistra. Fosse così semplice, pensi. Che i politici ci inzuppino il pane, a loro rischio e pericolo perché non sono loro a usare la mafia, ma è la mafia a usare loro, è sicuro, ma non basta. Dei politici pensi ogni male possibile, li manderesti in blocco a raccogliere pomodori al posto degli extracomunitari quand’è stagione, e naturalmente metteresti gli extracomunitari raccoglitori di pomodori al loro posto, e questi ultimi, prima di mangiare la foglia e diventare vacche sacre e arroganti come quegli altri, saprebbero di sicuro fare meglio, non che ci voglia molto; ma nella realtà la mafia è controllo del territorio, e senza l’idoneo substrato il territorio non lo controlli. Lasci che finisca di mangiare. Si disarticola asimmetricamente sul divano, con Nick in braccio. Vai a prendere un libro. “E’ un romanzo. Parla della Sicilia, ma vale un po’ per tutte le mafie” gli dici. Lo scruti. Non riesci a capire se ti ascolterà o no. Inizi: “In molti luoghi la vita è come una partita a dama, che è un gioco praticabile da qualunque bambino di sei anni, le sue regole si apprendono con facilità. In Sicilia, invece, si vive come si giocasse a scacchi, che è un gioco che qualche bambino di sei anni potrebbe saper giocare, ma resta da vedere come e di che bambino si tratta. Per chi sbaglia, c’è la pena; anche se si fa il possibile per non sbagliare, la posta in gioco è troppo alta; ma si può sbagliare ugualmente…” Salti qualcosa. “La penapuò sembrare la morte. Non è. La morte rappresenta l’appendice ultima e quasi secondaria del cammino che chi ha sbagliato deve percorrere, via crucis nelle vie della vita, con un numero di stazioni tali da sembrare illimitato. La vera pena per chi sbaglia, invece, si chiama solitudine. L’isola vive del pulsare di milioni di abitanti, e ognuno di essi è stato capace di legarsi a molti con una trama di parentele e comparizi, amicizie e relazioni, clientele e conoscenze. Ma quando sbaglia di certi errori, la Sicilia si trasforma per lui in undeserto che ingoia ogni legame, e lo fa con lentezza maligna. Chi sbaglia non resta solo dall’oggi al domani; mai. In capo al tempo stabilito, però, diventerà l’essere più solo dell’isola, naufrago ultimo sopra un pianeta smarrito.” Salti ancora qualcosa, sempre col timore che non stia ascoltandoti. “La solitudine è come ilfuoco, brucia tutto intorno e fa dell’uomo che la deve subire la torcia di se stesso. Perderà i compari, che sono quasi parenti, e i parenti veri, insieme con le residue capacità di tenere eretta la spina dorsale dell’anima.” Lo sbirci. Sta cacciando uno sbadiglio che quasi gli fa ingoiare il gatto. Salti quattro righe e riprendi: “L’ultimo passaggio sarà la cancellazione nell’indifferenza. Il dopo non avrà valore, le immagini televisive dei laghi di sangue, dei parabrezza sfondati dai pallettoni, del cadavere riverso con le gambe scomposte e il capo spappolato, saranno dettagli della cosa più grande che è avvenuta, fallaci perché non si può uccidere chi è già morto.” Ti fermi, lo guardi. Sta giocando con Nick, che gli scarnifica la mano. Ti viene il dubbio che non abbia ascoltato una sola parola. Riprendi a leggere: “Ma potrebbe non bastare ancora. L’espiazione della colpa deve dare soddisfazione a chi ha decretato la condanna. Se un qualsiasi accidente interviene per appannare tale soddisfazione, o negarla, si va ancora oltre, e non esiste uomo che non abbia qualcuno per cui temere. La pena deve educare. C’è l’esempio da dare, c’è l’immagine da difendere, per fare sì che lo sbaglio resti fenomeno marginale e non divenga epidemia, non faccia moltitudine. Nella moltitudine la paura viene stemperata, mentre invece la paura deve rimanere il sale e la sostanza di chi vive sopra una scacchiera lunga quanto una vita. Non c’è uomo che non conosca la paura. Ma la paura di laggiù non è quella di chi pensa in piemontese o veneto, e crede di poter avvertire paure di ogni colore, senza sapere che gli mancano tre quarti di tavolozza. L’uomo di laggiù ha avuto nella propria storia la stessa esperienza di quelli di qualsiasi altra parte, e ha conosciuto la fame, l’ingiustizia, la prepotenza, il dolore fisico e quello morale; e la paura; con la differenza che le cose che possono aver fatto paura agli altri sono coriandoli di carnevale, per lui che s’è trovato il sangue mescolato con la paura vera, totale, ammaestrante; e chi parla di omertà con sufficienza o disprezzo ha conosciuto solo i coriandoli del proprio carnevale. L’uomo di laggiù…” Lo riguardi. Nick gli è salito in testa, lui gli sventola un dito davanti al naso. Salti undici righe, ormai non vedi l’ora di finire, accidenti a quando ti è venuta l’idea. ”… La paura è cosa sua.*” concludi. Chiudi il libro. Ti guarda, mentre Nick con discrezione gli sta demolendo un braccio. Lo consulti con lo sguardo. “Cacchio, che figata!” esclama. Poi tentenna il capo, aggrotta la fronte. “Di’, ti posso chiedere una cosa?” domanda. Ti si apre il cuore e gli fai cenno di parlare, sollevato. “Di’, ma secondo te ‘sta Gelmini è davvero così gnocca?” Impieghi un minuto buono per renderti conto che la Gelmini in questione è una delle ragazze che Berlusconi ha fatto ministro, questa almeno si è capito di cosa, ma intanto sei in apnea, e non è che il fiato ti ritorni di botto. Non è possibile, pensi guardandolo. Non può essere figlio tuo. I capelli scuri, gli occhi azzurri e i lineamenti del viso sono quelli della madre, quindi non te l’hanno scambiato alla Macedonio Melloni. Ma di te non ha niente. Con chi cappero l’avrà fatto, ti domandi. Con uno del suo giro, uno del coro della chiesa o di Comunione e Liberazione: anche i cattolici militanti cornificheranno, altrimenti cosa andranno mai a dire al confessore; o con un collega d’ufficio, o con il Mostro della Laguna Nera, o con quello di Loch Ness o con quello di Frankenstein. Ma porca di una miseria non con te, con te un elemento simile non sarebbe potuto venir fuori. Fosse davvero così, mai corna verrebbero accettate con maggiore felicità, anche se rimane il fatto che adesso devi piangertelo tu. Comunque per precauzione ti alzi e gli porti via Nick: dovesse essere contagioso, quel ragazzo, e farti diventare imbecille anche il gatto.

*Da “L’agghiaccio”, Marsilio Editore

 

14 - FRANCESCA E IL CONIGLIETTO RANDAGIO

Ogni domenica mattina, alle 8, vai al cimitero di Lambrate. Chi va al cimitero di solito porta fiori. Tu porti carote, due per tasca. A ridosso del Giardino del ricordo da qualche tempo vive un coniglio nano bianco con qualche macchia beige sul musetto educato. E’ socievole, ti zampetta intorno per annusarti la punta delle dita, poi torna a brucare l’erba, vai a capire come è finito in un posto così isolato da tutto. Ma non è per questo che ogni domenica mattina alle 8 vai al cimitero, né vai per tuo padre, anche se ci passi, per quel mezzo saluto carico di imbarazzo frutto della vostra incompatibilità e delle vostre incomprensioni. Ci vai per un altro motivo. A volte arrivi prima dell’apertura, il parcheggio ancora deserto, i fiorai che finiscono di esporre la merce.A quell’ora non c’è nessuno. Già alle nove la gente comincia a sciamare dentro, mentre l’ingresso viene piantonato da quelli delle varie associazioni che bussano a quattrini, e da una zingara giovanissima che sta accucciata a volte con un bambino in braccio, e dice buongiorno anche ai sassi pur di rimediare la giornata. Ma alle 8 c’è il deserto.Cammini lungo i viali, fra le tombe, una legione di immagini di Giovanni XXIII mescolata con una legione di immagini di Padre Pio, e sì che i due non si potevano soffrire, Giovanni XXIII considerava l’altro un ciarlatano. Cammini a passi svelti, quando incroci un raro qualcuno neppure lo guardi. Stamattina, gli occhi sulle scarpe e le mani in tasca, ti trovi improvvisamente in rotta di collisione con una donna.La scansi con il sospetto che sia stata lei a cercare di tagliarti la strada. “Ciao sbirro” ti senti dire. S’è fermata. Tiri diritto di due passi, ma subito ti fermi, ti volti. Clientela, immagini. Devi averla ficcata dentro per qualche cosa. Rifletti rapidissimo: furto-borseggio-spaccio-rissa-lesioni; boh. Lei ti fissa. “Allora, sbirro, non ti ricordi di me?” domanda. Abbozzi una smorfia e alzi le spalle. Lei sospira, delusa. “Tiziana. Via Vallarsa. Stavo con Davide. Te lo ricordi Davide? Saranno passati vent’anni.” Eh già, ti dici. Davide, certo; e la Tiziana di allora, flessuosa, i capelli biondi sulle spalle, la bocca di fragola da mordere, i seni sparati diritti contro la porcheria che era il mondo. Tiziana e Davide, ma in un primo momento soprattutto Davide. Bravo ragazzo, famiglia operaia dignitosa, forse il padre un bicchiere di vino in più, ma non vuol dire. Bravo ragazzo sì, ma fragile, qualche tirata di erba, qualche altra ancora; fino al buco, per provare. Ma dopo, con il tutto del resto, la caccia disperata ai soldi per la dose, prima elemosinando e poi rubando. Fino al piccolo spaccio, nel rischio, la concorrenza a insegnargli le regole massacrandolo di botte, lui a imparare incarognendosi. Fino al giorno in cui vi siete incontrati, lui a fare resistenza, tu a metterlo in riga con un paio di ceffoni. In capo a poco te lo sei ritrovato davanti: “Ehi sbirro delle mie palle, mani a posto, vengo con le buone maniere, tanto dentro mi danno il metadone” ha biascicato muovendo appena le labbra aride e spaccate. E poi un’altra volta, e un’altra volta ancora. Così hai conosciuto Tiziana, la sua ragazza, che per procurarsi la dose si prostituiva nei parcheggi delle stazioni. Fino a trovarla, una notte, in un tunnel della Centrale, quasi nuda, fagotto di carne pesta e livida, la siringa accanto.

Era bella la Tiziana di allora. Nessuna traccia di lei in questa di adesso, grassa, trascurata, la forfora sul collo del giaccone, i capelli ingrigiti e unti, la bocca povera di denti. “Come sta la Francesca?” ti domanda. Francesca, cioè l’avvocato di Davide, che ti era piombata davanti riempiendoti di contumelie, toscana di Prato, logorroica e prepotente: “Ma si rende conto che questi poveretti sono vittime del sistema? Famiglie senza cultura, loro respinti dalla scuola che non fa che bocciarli, senza prospettive, senza lavoro, sfruttati dai grandi trafficanti! Lei con la sua testimonianza da poliziotto tutto d’un pezzo ce lo fa marcire a San Vittore, questo ragazzo, e il carcere non è la soluzione, il carcere non risolve mai niente. Vanno aiutati, vanno reinseriti, mica rinchiusi.” Tu a guardarla con freddezza. Con i drogati non sei mai stato tenero, troppi ne hai conosciuti. Il mestiere ti ha insegnato che i trafficanti esistono perché esiste la richiesta. Poi si innesta il meccanismo a spirale, ma il principio è che basterebbe non caderci, tentare ti possono tentare in mille modi, ma nessuno ti obbliga con la forza. E lo hai detto, gli occhi che ti brillavano di sfottò, a quella sorta di guerriera travolgente che, infischiandosene della prassi e dell’etica professionale, aggrediva un testimone; per farti nuovamente travolgere dalla sua indignazione:“E i deboli, quelli che non sanno resistere? Selezione naturale? Sono persone, non è spazzatura! E i figliolini di papà che se la fumano nei licei e che vanno in discoteca a impasticcarsi? E i ricchi che sniffano a più non posso? Quelli si passano quintalate di dosi, e mica c’è il rischio che ci finiscano, in galera. Facile prendersela con questi disgraziati pieni di croste e con la vita segnata, caro il mio signor poliziotto!” La ascoltavi impassibile, con la tua migliore faccia da schiaffi, intanto continuavi a guardarla. Francesca: gambe lunghe e perfette sotto un palmo di minigonna, fisico di quelli che ti segnano l’anima, viso però non bello, magro e scavato, sormontato da una permanente biondissima a nido di cicogna che contrastava con gli occhi scuri e con la pelle maltrattata dalla lampada fai da te. Francesca e il suo piombarti nella vita, da allora un litigio continuo. Il suo militare fra le schiere patetiche dell’ultrasinistra più ingenua, e la sua professione al servizio dei deboli, guadagnando da faticare a tirare avanti, lei che per mantenersi all’università era andata rabbiosamente a servizio. Ti ha folgorato con la sua bellezza schietta e senza grazia, la sua intelligenza, la sua profonda onestà e le sue contraddizioni. Vi siete sposati nel municipio di Prato, fra nugoli di ipercomunisti barbuti e sciamannati che ti guardavano con diffidenza, tu lo sbirro, tu il nemico.Un amore fiammeggiante e intenso, e un litigio continuo. Aveva trovato lavoro a Torino, quando la vedevano davanti ai cancelli della Fiat quelli dell’ufficio politico alzavano gli occhi al cielo e pensavano al vicecommissario idiota che s’era sposato un simile castigo di Dio, ma non smetteva di occuparsi dei propri diseredati milanesi, la volta a settimana che tornava a casa per il vostro furioso ritrovarvi. Davide era morto di overdose, magari lo avessero tenuto dentro, e Tiziana sopravviveva stentando, sieropositiva e apatica. Era stata Francesca a rimetterla in sesto e a trovarle un posto in un’impresa di pulizie. Poi, un giorno, dopo un litigio telefonico più aspro del già aspro solito; lei: “Dobbiamo chiarire, vengo a Milano e ti spacco quella testa marcia da fascista che hai”, perché lei chiariva in quella maniera. E il suo buttarsi davvero a rotta di collo con la maledetta Alfasud blu che era tua e andava in pezzi, fino al sorpasso di un autotreno, e alla sbandata, e al cozzo contro il muro, con il bestione che la prendeva di fianco e la stritolava nelle scintille e nel fuoco. All’obitorio di Novara, o Vercelli, non riesci mai a ricordare dove; ma all’obitorio: cos’era quel pezzo di legno carbonizzato che ti stavano facendo vedere, dov’era il suo bellissimo corpo che non si dimenticava, e il suo viso secco e buffo, e dov’erano i suoi capelli ricci ammazzati di tintura.Un ghigno di denti bianchi in un ceppo nero. “E la Francesca?” ti ripete Tiziana fissandoti. “La Francesca è qui” le dici. E tiri diritto come fuggissi, le mani in tasca strette intorno alle carote per il coniglietto randagio.

 

15 - GALEOTTO FU LO SCIPPO

“Leggimi un paio di pagine” ti dice Luca indicando il tavolino accanto a sé. Prendi il libro e sospiri. E’ ancora quello sui samurai, noiosissimo, oltre che infarcito di nomi terrificanti da pronunciare. E’ rimasto come l’hai lasciato la scorsa settimana, segno che né la moglie di Luca e né i figli hanno voluto cimentarcisi. Loro gli leggono il giornale. Luca ascolta, con quel che di teso e rigido che hanno i non vedenti, e ridacchia quando ti impunti su nomi tipo Kozukenosuke e Takuminokami, il bel viso, contornato da una leggera barba curatissima, che si illumina di luce divertita. La prima volta che vi siete incontrati era sdraiato sul marciapiedi, le ginocchia scomposte e le braccia aperte, mentre qualcuno cercava di tamponargli il sangue che gli inondava volto e collo da uno spacco sulla fronte. Quando un non vedente cade, gli cadono intorno i riferimenti sottili del suo percepire senza luce, e si smarrisce. “Farabutti, scippare il borsello a un cieco. Delinquenti disgraziati. La pena di morte ci vorrebbe, altroché se ci vorrebbe” diceva la gente intorno. Ma secondo il legislatore lo scippo è quasi niente e secondo il giudice è niente del tutto, noi siamo umani, siamo civili, siamo buoni, altro che pena di morte, ti ripetevi guardando quel viso inondato di sangue. Ti sei chinato. “Ascolti, sono un vicecommissario di polizia. Non si agiti, adesso arriva l’ambulanza” gli hai bisbigliato. “Avverta mia moglie, per piacere” ti ha detto. E ha scandito il numero telefonico. Tu glielo hai fatto ripetere, mentre lo appuntavi sopra uno dei fogliacci ricoperti di annotazioni quasi illeggibili che ti si sbriciolavano dentro le tasche: allora i telefoni cellulari ancora non esistevano. Quando è arrivata l’ambulanza ti ha detto grazie.Anche la moglie, quando le hai telefonato, ti ha ringraziato con la stessa compostezza di lui.Più tardi, senza ragione, hai chiamato il posto di polizia del Policlinico per avere notizie. Dopo che hai saputo che lo trattenevano in osservazione, sempre senza apparente motivo verso sera sei andato a trovarlo. Il motivo invece c’era, e si chiamava destino.

Accanto al suo letto hai incontrato la sorella, non alta, capelli neri, occhi azzurrissimi, viso dai lineamenti fini, belle gambe e seno importante. Ti ha stretto la mano e ti ha ringraziato, con la stessa signorilità che doveva essere la caratteristica della famiglia. E’ così che, diciotto anni fa, Ornella è entrata nella tua vita. “E’ un libro impossibile!” sbotti dopo esserti annodato la lingua intorno a un Oishi Karanosuke. Luca ridacchia, del suo piccolo ridere nervoso.Vai a trovarlo una volta a settimana.Non è un vegetale da serra, lavora, ed è in grado di muoversi da solo con la propria bacchetta bianca, unici problemi la pavimentazione di escrementi canini e, spesso, i cocci delle bottiglie di birra: una città tenacemente sporca come Milano non aiuta chi non ci vede. Più le automobili parcheggiate sui passaggi pedonali, e gli stramaledetti ciclisti che circolano sui marciapiedi sotto il naso indifferente dei vigili, perché andare in bicicletta è bello, moderno, ecologico e civile, e i bambini piccoli, gli anziani e, appunto, i non vedenti, diventano birilli fastidiosi da schivare con sufficienza. Luca ti punta addosso le lenti nere dei suoi occhiali. “Ornella finirà per pagare un sicario che ti faccia la pelle” dice con allegria. Eh già. Perché fra quel tardo pomeriggio al Policlinico e questo tardo pomeriggio a casa di Luca sono trascorsi vent’anni pieni di tutto, dal matrimonio alla separazione. Ornella, di chiesa com’è, non pagherebbe mai un sicario per toglierti di mezzo, anzi sei sicuro che preghi per la tua squallidissima anima di irrecuperabile peccatore; ma se una legnata in testa contribuisse a snebbiarti il cervello e a indurti a concederle l’annullamento del matrimonio ricorrendo a quella cosa orrida che per te è la Sacra Rota, non c’è dubbio che te l’augurerebbe. Di divorzio lei non vuole sentir parlare (vedi “Pedrito e la Sacra Rota); ma: “Vorrebbe ricostruirsi una vita” dice Luca. Sì, con un insegnante di religione che se si mette con una divorziata perde il lavoro, pensi tu. “Scusa, non farebbe comodo anche a te essere libero? Potresti risposarti” insiste con garbo. Rabbrividendo al solo pensiero fai scongiuri molto diretti, tanto Luca non può vederli. Già Betty si è messa in testa di presentarti ai suoi, a Napoli. “Ci facciamo una scappata per Pasqua” aveva minacciato; al che ti sei genuflesso davanti a Magri perché a Pasqua ti tenesse impegnato in ogni modo possibile, e Magri, che è una carogna e ti detesta, detto e fatto, ma avesse saputo della faccenda di Napoli ti avrebbe tenuto libero per godere dei tuoi impicci. “Non gliene hai combinate abbastanza, a tua moglie, vuoi anche impedirle di essere non dico felice, ma almeno serena?” continua Luca puntandoti addosso le lenti scure come ti guardasse. Sospiri. Ci si sposa, è fatale, c’è l’entusiasmo, c’è l’amore, c’è la balordaggine della giovinezza.I guai arrivano in un secondo tempo, imprevisti anche se non del tutto imprevedibili. Tre giorni fa hai agguantato uno che voleva ammazzare la consorte con il mattarello della sfoglia, e per un pelo non c’era riuscito. “Meglio la galera che stare con quella lì” ha detto, e dopo aver conosciuto quella lì ti sei pentito di non essere arrivato un quarto d’ora più tardi, a cose fatte. Ma Ornella non è una virago linguacciuta e prepotente, Ornella è una signora. “Ornella è buona d’animo, dovresti saperlo” continua Luca. Certo che lo sai. “E per sopportare te, Paolo caro…” continua. “Io dico: avevi una bella moglie che ti voleva tutto il bene del mondo, avevi una famiglia, e tu…Ormai è andata come è andata, ma adesso almeno accontentala” dice. Lo guardi. E’ non vedente dalla nascita, ti domandi come possa figurarsi Ornella, e te; e la moglie: come può figurarsi la propria moglie, e quei suoi due figli, frutto quelli sì di vero amore. E se stesso: come può immaginare di essere, lui. La sua vita di centralinista, e poi camminare battendo il selciato davanti a sé con il bastoncello bianco di metallo cavo, il tempo libero nella musica o nel silenzio. Nulla di ciò che possa essere visto, nella sua giornata. Quanto a Ornella e al vostro spegnervi reciproco, con l’insidia sempre in agguato del tuo piacere alle donne, e la scusante goffa di non averle mai cercate annientata dall’aggravante di esserti fatto sempre trovare; quanto a Ornella, e al bastardo che sei stato, appunto: povera Ornella. Chissà come deve essere questo suo insegnante di religione. Finisci per domandarlo a Luca. “E che ne so, io mica l’ho visto” risponde lui, e non sembra una battuta. Vivere con uno come te, che usciva di casa e non sapeva se ci sarebbe tornato intero, prima l’ordine pubblico, monetine e sputi e pezzi di pane e uova, e cubetti di porfido e biglie d’acciaio e bastoni e spranghe, di fronte la feccia da stadio o le anime nobili dell’ultrasinistra, poi la parentesi investigativa, infelicissima, “Gualtieri attento a non pestare i piedi ai politici”, e tu macché, anzi; fino allo stanzino senza finestra che è il tuo ufficio di adesso, e alla Punto sfiatata con cui da anni rincorri sempre gli stessi disgraziati che alla lunga certo non ti diventeranno simpatici, ma che spesso preferisci ai bravi cittadini integerrimi che vorrebbero vederli pendere dalla forca. Lei ha assistito senza capire, silenziosa, mentre le vostre strade si allontanavano.E tu, chiaro che tu. Questo suo insegnante di religione deve essere del tutto diverso da te, se ci si è attaccata tanto. Povera Ornella, che avrebbe diritto a un po’ di tranquillità, e invece divide spazi e vita con l’imbecille problematico che è vostro figlio.Un risarcimento morale le spetterebbe di diritto, e tu, concedendole il poco che ti chiede, faresti anche una gran figura. “Allora, per la Sacra Rota?” sollecita Luca, che deve avercela messa tutta per decifrare il tuo silenzio. “Allora se la sogna” dici, e ritorni al libro sui samurai.

 

16 - IL DERBY DELLE OPPOSTE INUTILITA'

Correre. Nordafricano di quelli tosti, spacciatore, tre volte lo hai preso e altre tre volte ti è scappato, oggi è lo spareggio. Perciò correre, come succede nei film polizieschi e come, per il bene dei passanti, non succede mai nella realtà. Tu invece stai correndo. Stupidamente. Seminando intorno monete, una mano sulla tasca dove hai il cellulare e un’altra in quella dove stanno scampanellando le chiavi. Hai cominciato quando lo hai visto inciampare e quasi cadere, e ti sei illuso di arrivargli addosso subito. Ma quello, figurarsi, Mustafà o come accidenti si chiama, marocchino o tunisino o egiziano, le tre volte che lo hai preso ha dato tre origini e tre nomi diversi. Lo prendessi -e non lo prenderai- in capo a niente sarebbe fuori, eppure corri da perderci il fiato, come un idiota, fino a sentire il cuore che si mette a farti cose strane e rombanti nel petto. Ti fermi. Ti appoggi al muro. La gente ti scansa, potresti morirci e nessuno se ne curerebbe. Arriva Di Salvo con la Punto, scende. “Commissa’, ma pure si mette a fa’ ‘ste cose, chi cacchio glielo fa fare?” ti rimprovera. Appunto, chi te lo fa fare. Ansimando ti abbatti sul sedile. Il cuore ti tuona dentro, ed è la prima volta che succede. In ufficio arranchi per le scale e ti rifugi nel tuo bugigattolo. Crolli sulla sedia. Dici a Di Salvo di portarti un caffè dalla macchinetta che hai accanto all’uscio, lui ti guarda stranito perché sa che non bevi mai caffè, e corre a fare la spiata, tempo tre minuti ti trovi davanti una preoccupatissima Betty. Ti tocca la fronte, cerca di sentirti il polso, t’aspetti che ti faccia la respirazione bocca a bocca. Presa dal proprio ruolo di crocerossina vorrebbe portarti al Fatebenefratelli. Dopo una estenuante contrattazione accetti che ti accompagni a casa. Nel tuo antro il gatto Nick ti si precipita sulla spalla e ti soffoca di fusa. Betty cerca di tirarlo via, lui non gradisce, si aggrappa e la guarda male. Ti schianti sul divano, gatto compreso. “Stanotte mi fermo qui” decide Betty. La squadri come per dire che non è il caso, visto come ti senti. “Ma cos’è, voi uomini sempre a quella cosa là state a pensare?” dice indignata di chissà quale indignazione, visto che a quella cosa là lei pensa almeno quanto te. Si mette a frugare fra le tue scarne riserve alimentari, davanti al fornelletto elettrico che è tutta la tua cucina, mentre invano cerchi di farle capire che non hai appetiti di nessuna natura. Spaghettata aglio, olio e peperoncino, annuncia; il fatto è che non hai né l’aglio, né il peperoncino, e neppure niente d’altro. Spaghettata all’olio, e sembra calcestruzzo, la assaggi appena. Il cuore non migliora, è come se lo tenessi dentro il cilindro di un’automobile con il pistone che lo martella, però niente al braccio sinistro, per fortuna. Sono quasi le 20, accendi il televisore. Hai messo sul TG7. Betty, che è berlusconiana arrabbiata, preferisce il TG5, ma stasera lascia correre, si vede che non devi avere una bella cera. Più che guardare il TG guarda te, te la senti addosso. Tuo padre, quando sul teleschermo in bianco e nero del Mivar comparivano i politici, li insultava con ferocia. Tu, che eri giovane e perciò ingenuo, disapprovavi: insomma la libertà, la democrazia, le istituzioni e tutte le baggianate di chi non ha vissuto abbastanza. Lui ti guardava, e diceva un micidiale “Cresci e vedrai”. Sei cresciuto cercando di somigliargli il meno possibile, ma al cospetto della sfilata dei politici durante i TG ti comporti quasi come lui, la differenza è che non insulti, ma sbeffeggi, imiti, caricatureggi imparzialmente quelli della sinistra buonista e inutile che friggono aria e quelli della destra salva-mariuoli e vaticaneggiante che friggono fumo, la politica è il tuo cabaret, tu sei il mattatore e loro ti fanno da spalla, e ce ne sono che hanno un vero talento comico. Quando poi arriva il capo dei capi, ti rivolgi a Nick: “Che dici, gliela raccontiamo l’ultima allo zio Silvietto? Allora, ci sono un abbronzato, un desaparecido argentino appena caduto dall’aereo, un cuculo che fa cucù, la regina Elisabetta e quindici milioni di comunisti che stanno mangiando altrettanti bambini…” Se c’è Betty la cosa ti riesce talmente bene che rischi ogni volta di essere privato per rappresaglia della altrimenti scontata razione di sesso sfrenato. Stasera, invece, fissi il video e taci, mentre Betty ti studia preoccupata. Abbiamo mandato al Parlamento Europeo i politici meglio pagati, più assenteisti e perciò più inutili della Ue, ma tu assisti alla loro passerella davanti alle telecamere e resti in silenzio. Voi poliziotti potete stare politicamente a destra o, caso rarissimo ammesso che esista, a sinistra, come tifaste Inter o Milan, giusto un gioco. Il resto è la realtà di una nazione con poca etica e tante mafie in cui leggi permissive, applicate in modo permissivissimo, hanno attirato delinquenti da ogni parte del mondo come non fossero abbastanza i troppi che già c’erano, con i politici che figurarsi, quelli di sinistra perché l’uomo è buono ed è la società a farlo diventare cattivo perciò cambiamo la società, e quelli di destra che insomma, se si comincia a ficcare la gente in galera finiscono dentro anche persone rispettabili che possono aver commesso marachelle tipo falso in bilancio, bancarotta fraudolenta, corruzione, concussione, e noi non siamo negli USA dove per sciocchezze del genere ti danno decine di anni da scontarsi dietro le sbarre, noi siamo la patria del diritto e, soprattutto, dei dritti; più il rischio, al quale le opposte inutilità sono sensibilissime, che in galera finiscano loro stessi, i politici. Perciò le cose vanno come vanno, e tu, idiota, per prendere un piccolo spacciatore che non rischia niente ti fai esplodere il cuore. “E se quello si voltava con una pistola in mano e ti sparava pure?” ti domanda improvvisamente Betty con il suo piglio alla Filumena Marturano. Lei è una poliziotta da ufficio, tiene sempre il proprio tondo e marmoreo sedere sopra una sedia, ma dovrebbe sapere che nella patria del buonismo i delinquenti si lasciano arrestare senza opporre resistenza, tanto sanno di rischiare solo la seccatura di qualche giorno di vacanza forzata e, se sono irregolari, di un decreto di espulsione che nessuno farà rispettare. Al limite scappano, come il maledetto di oggi. Quattro a tre per lui e palla al centro.

Betty continua a fissarti. “Non gliela racconti la barzelletta a Silvietto, stasera?” ti domanda indicando lo schermo del televisore, e se questo non è amore vuol dire che l’amore non esiste. Fai un gesto di fastidio. “Ci sta Franceschini” dice lei indicando. Tu niente. “Guarda Cicchitto…Bocchino, ehi, non gli dici niente a Bocchino? Madonna santa Capezzone, ehi, ci sta Capezzone… e ci sta pure Casini!” Tu ancora niente. “Ci sta D’Alema” annuncia trionfante, aspettandosi, visti i precedenti, di vederti risorgere come Lazzaro dal sepolcro. Di solito su D’Alema fai un rap che è una meraviglia, ma non è serata e resti impassibile, nemmeno Mastella e Pecoraro Scanio, che pure in passato tanto contributo hanno offerto al tuo spettacolino, riuscirebbero a smuoverti. Betty allora scatta: “Ti porto al Pronto Soccorso” dice risoluta. La guardi senza capire. “Paolo, se vedia quelli e non li riempi di male parole vuol dire che sei grave! Iamme belle, alzati e cammina” ingiunge. Lazzaro, appunto. Obbedisci, perché si è messa di profilo, e il busto di Betty altro che Venere di Milo, e se ti viene un accidenti e muori se la ripiglia quel fesso allampanato di Iannaccone (Vedi il bengodi dei delinquenti si chiama Italia), che in questo momento si starà augurando che il cuore ti si spappoli. “La vita va affrontata di petto” barbugli togliendoti dalla spalla Nick e rassegnandoti alla nottata al…”Policlinico, è cchiù vicino” ha già deciso Betty, la sua terza misura sparata soda contro il buio della sera, nella soddisfazione di essere finalmente riuscita a farti fare quello che vuole lei.

 

17 - SEGNALI DI FUMO

E’ cingalese, probabilmente ubriaco, e ce la sta mettendo tutta per demolire a colpi di bastone le automobili in sosta. Quando vi hanno chiamato ne aveva già personalizzate quattro, adesso è arrivato a sei. E’ mingherlino e ti dispiace, per smaltire la rabbia che hai dentro ti ci vorrebbe un colosso in vena di spiritosaggini. Sei stato in vacanza per due settimane, lasciando Nick alle cure di Betty, e quando per telefono lei ti ha detto che a casa tua “ci stava Venezia” e che si portava via il gatto “che quello è sfaticato e non tiene voglia di nuotare” hai pensato scherzasse. Invece ti sei trovato otto centimetri di liquido torbido che sciaguattava sul pavimento, e ancora sta sciaguattando perché, a distanza di dodici ore, non hai capito come potrai liberartene. Intanto fai cenno a Di Salvo che con l’apprendista demolitore, che ha preso di mira lo specchietto della settima auto con l’intenzione di capitozzarlo, te la sbrigherai da solo. Gli metti una mano sulla spalla e in un attimo te lo trovi di fronte, gli occhi sbarrati, il viso furioso, il bastone alzato. Forse non è solo alcol, pensi. Non hai idea di come ne uscirai. Dovesse calare il colpo, cercheresti di evitarlo alla meno peggio, e poi chissà. I vostri sguardi si misurano, quello che gli leggi negli occhi non ti piace. “Vieni a vedere come mi guadagno da sopravvivere, Ornelluccia cara” pensi rivolto all’immagine rissosa della tua quasi ex moglie; perché non è per via della laguna che hai trovato al posto di casa tua che sei furioso. Eri ancora con l’acqua ai malleoli senza sapere come districartici che è arrivata la sua telefonata: “Cosa ci si può aspettare da uno come te? Quel povero cretino è come non avesse un padre, è come fosse orfano. Due settimane in tua compagnia ed ecco i risultati” ha sibilato la sua voce gelida e avvelenata. Il povero cretino in questione, ovviamente, è vostro figlio. Lo scorso anno, quando con vergogna le avevi balbettato che non avresti saputo dove portarlo in vacanza, cioè che non avevi soldi per portarcelo, s’era illuminata di benevolenza, ma no Paolo non farti problemi, se non hai niente in contrario verrà con me. Ma sono passati dodici mesi, nel frattempo nella sua vita è entrato lo stramaledetto insegnante di religione che non può mettersi con una divorziata altrimenti perderebbe il posto (vedi “Galeotto fu lo scippo”), sicché nella tua si è proiettata l’ombra della Sacra Rota, con il corollario di litigi che ne sono scaturiti. Adesso il poveraccio che vi viene figlio è d’ingombro, loro vogliono fare i fidanzatini di Peynet in chissà quale nido d’amore, così, come da sentenza di separazione, il ragazzo si è dovuto sorbire quattordici giorni in tua compagnia. Sopravvivere è sopravvissuto. Quella dell’Andalusia era stata una sua idea: “Mi piacerebbe andarci” aveva detto, e per portarcelo ti sei ridotto a chiedere un prestito a tua madre, che con la propria pensione di reversibilità riesce a fare miracoli ed è riuscita a fare anche questo. A te il Sud non piace. Tutto. Il poco Sud che ti è toccato di vedere è stato un insieme di bambini sciamannati che elemosinavano o scippavano, sporcizia, rumore, e, soprattutto, animali maltrattati e abbandonati al randagismo, figurarsi la voglia che avevi di andare in Spagna, che in più ai tuoi occhi ha la tara di quel rito inqualificabile e idiota che è la corrida. Ma un figlio solo hai, e se il tribunale ha deciso che lo devi tenere per due settimane durante l’estate, tanto vale accontentarlo, anche perché così sei riuscito a vanificare l’ennesimo tentativo di Betty di trascinarti a Napoli per farti conoscere i suoi. Perciò vada per l’Andalusia, ti sei bisbigliato con la calcolatrice in mano. Tuo figlio quando glielo hai detto ha urlato “Che figata!”, e sembrava che senza Andalusia la sua vita sarebbe stata meno vita, chissà chi gli aveva messo in testa l’idea.

Ma il giorno della partenza s’è presentato a Malpensa con le cuffie di un ordigno sonoro nelle orecchie, per due settimane non se le è più tolte lasciandoti il sospetto che dormisse e facesse la doccia in loro compagnia. L’Andalusia gli è passata davanti agli occhi del tutto ignorata. Torremolinos, Malaga, Siviglia, Cordova, Granada, Ronda, Marbella, Gibilterra: l’avessi portato a Sesto San Giovanni o Cinisello Balsamo neanche se ne sarebbe accorto. Sempre a testa bassa, cupo e muto e isolato, intento solo a schivare la compagnia dei ragazzi che terremotavano l’hotel, gli italiani più terremotanti degli altri, ma gli spagnoli non è che scherzassero, e indifferente alla tua. Unico guizzo di vitalità a Gibilterra, magnifica posizione e orrida cittadina, quando avete incontrato i macachi della Rocca, senza dubbio più dignitosi dei turisti. Li ha guardati con tenerezza, fino a familiarizzare e dividere un panino con una delle loro educatissime famigliole, al cospetto di un plotone di esecuzione di fotocamere che immortalavano il tutto. Perché questo ragazzo ama gli animali, come te. “Venite alla corrida?” ha domandato irrompendo al vostro tavolo una garrula signora del gruppo che esibiva, oltre a due bellissime gambe abbronzate, una smodata tendenza egemonica. “Solo se mi assicurano che muoiono i toreri” ha risposto lui, che fino allora non aveva mai rivolto la parola a nessuno. “E anche i picadores” hai aggiunto tu, e vi siete guardati, mentre la signora garrula si allontanava sulle proprie bellissime gambe tentennando il capo. Ti era sembrato l’inizio di qualcosa. Parlarne, perché no. L’Andalusia stava facendo ai tuoi occhi un figurone, niente sporcizia, niente rumore, niente bambini che elemosinano e, almeno all’apparenza, niente animali maltrattati, a parte i tori, che ormai servono solo per attirare i turisti fessi. Hai domandato la sua opinione, ma la cosa per lui era finita lì, giusto un lampo, fra voi, e poi ancora silenzio. Quanto è solo questo povero ragazzo, hai incominciato a ripeterti. I suoi studi stentati, i suoi brufoli a riempirlo di complessi, la selva di menzogne quotidianamente coltivata per sopravvivere alla pressione psicologica del gendarme materno, e poi chissà che altro, compreso un padre che lo degna di una parvenza di attenzione sì e no la domenica, e ogni volta non vede l’ora di liberarsene. Perciò la sera che lo hai sorpreso a fumare sul terrazzo sei riuscito a dirgli soltanto: “Ma fumi?”, per sentirti rispondere un imbarazzato: “Qualcuna.” Cosa vuoi dirgli di più? Che il fumo faccia male lo scrivono già sui pacchetti delle sigarette. Così, a neanche sei ore dal vostro arrivo a Orio al Serio, con te che avevi appena scoperto di abitare, grazie al maltempo, in un loft sotterraneo trasformato in uno stagno, sul display del telefono è comparso il nome che meno ti piace che compaia: Ornella. “Tuo figlio fuma, e tu lo sai e non gli dici niente! Ma ce l’hai un cervello? Capisco la coscienza, quella lo so che non ce l’hai, ma il cervello, il cervello, il cervello!” In queste condizioni di spirito devi risolvere il problema di un cingalese ad alto tasso alcolico che sta prendendoti di mira il cranio con la chiara intenzione di esporre a suon di legnate il cervello che secondo Ornella non hai. “Avanti, butta ‘sto bastone e alza le braccia” dici con un velo di impazienza. Il cingalese invece retrocede di un passo, si volta di scatto e con una velocità sorprendente cala una mazzata che si abbatte sullo specchietto dell’automobile staccandolo di netto. Dopo ti guarda, getta il bastone e congiunge le mani dietro la nuca. Immagini la fine che avrebbe fatto la tua testa sotto un colpo del genere. Con un gesto cinematografico affidi il reprobo a Di Salvo, nella certezza che in capo a ventiquattro ore sarà di nuovo in giro. Ti viene canagliescamente da pensare che tanto varrebbe approfittarne. Strada facendo ti riprometti di spiegargli dove parcheggia di solito l’automobile la tua quasi ex moglie: dovesse trovarsi a passare da quelle parti, una volta rilasciato…

 

18 - TRIPOLI BEL SUOL D'AMORE

A causa dei peccati di pensiero commessi immaginando i supplizi cui sottoporti ogni volta che gliene combini qualcuna delle tue, il capo è costretto, per sua stessa ammissione, a confessarsi più della media degli altri cattolici praticanti. Questa volta c’è di mezzo il diritto internazionale. “Accidenti a te, Gualtieri, adesso fermi anche i rifugiati politici? Sai il casino che sono capaci di scatenare i centri sociali, per non parlare dei giornalisti rossi, e tutto per un rifugiato che fra parentesi non ha fatto niente? ”Urbi et orbi, in corridoio, a tre metri dalla macchinetta del caffè come il solito sotto assedio, e a quattro dal tuo loculo, dove l’africanissimo rifugiato che non avrebbe fatto niente sta smaltendo i vapori etilici in compagnia di Guzzardella. L’hai trovato appena fuori casa, sdraiato sul marciapiedi, il tetrapak di vino fra le mani e un repertorio di insulti per chiunque gli arrivasse a tiro di voce. Avresti lasciato perdere, ma una tua coinquilina che s’era appena sentita dare della zoccola ti ha rincorso per richiamarti all’ordine: “Commissario, e lei a questo non fa niente?” ha sibilato stizzita. Di Salvo ti stava aspettando al volante della Punto, così, cacciando un sospiro, hai tirato in piedi il reprobo e te lo sei portato appresso. Ma il reprobo era meno sbronzo e più scafato di quanto volesse apparire, in Questura ha squadernato i documenti, e i suoi, in Italia, valgono quanto la mitica green card negli USA. “Ubriachezza molesta no?” domandi al capo. Lui ti guarda e allarga le braccia. “Gualtieri, sei nato ieri? Qua si denuncia a piede libero per tentato omicidio, i rapinatori sono tutti ai domiciliari, e tu te ne vieni con l’ubriachezza molesta? Rilascialo subito, e con le buone maniere” ordina prima di voltarti le spalle. Nel tuo loculo-ufficio Guzzardella ascolta con aria sofferta gli sproloqui del rifugiato, che è un gran chiacchierone. “Gheddafi è malamente, tutti i libici sono malamente” sta dicendo con l’accento partenopeo ricordo degli anni passati a Napoli vendendo sigarette di contrabbando. “Gheddafi puah, lui e tutti i libici. Nei suoi carnezzai sono tutti i giorni mazzate, se provi a scappare ti sparano, e quello che fanno alle femmine si sa” e ammicca inequivocabilmente. “Avanti bionda, alzati e cammina” gli intimi. Alla storia dei rifugiati politici non tanto credi, ma sul fatto che nei campi di detenzione di Gheddafi possa succedere di tutto hai molti meno dubbi. Migranti, carne da macello arsi di sole e di disperazione e di buio e di incertezza e di sfruttamento. Chi glielo dice di muoversi, pensi quando li trovi fra le file folte della tua clientela. Macché fame e macché guerra, pensi quando più forte ti viene la voglia di strozzarli. Intanto loro arrivano, ci sono, uomini e donne, biomassa pulsante di reperto umano che deve dimenticare l’umanità. Gheddafi li usa. Può scaraventarcene addosso moltitudini o, a suo piacimento, ricacciarli nel deserto, uomini che non hanno il diritto di essere uomini, donne che hanno la sola funzione di venire usate prima di smettere di essere donne. Il tuo rifugiato brillo al tot per cento non ha ancora capito che lo stai rilasciando, quando arrivate sul marciapiedi di Fatebenefratelli, fra due piantoni, ti guarda in modo interrogativo. Non resta che salutarlo con le buone maniere, come ti ha raccomandato il capo: “Se ti trovo ancora a inciuccarti sbracato per terra ti spezzo le gambe” scandisci indicandogli la strada. Ti guarda obliquo e se la fila prendendo a sinistra, verso i Giardini Pubblici, per andare a perdersi fra gli altri come lui. “Ci mancava di mettergli la passatoia rossa” dice Guzzardella ai piantoni. “Sì, e magari gli diamo anche la medaglia, a ‘sti farabutti, gli uomini che quando va bene spacciano e le donne che battono” dice uno dei due che non hai mai visto prima. “Gheddafi ci costa, però adesso da lì non ne vengono più” dice l’altro. Già, Gheddafi; e non puoi non pensare a quando, nel 1970, cacciò gli italiani. Erano circa 20000, altri 10000, fiutato il vento, se ne erano andati nei mesi precedenti. I loro averi confiscati, nessun diritto e nessun ritegno, i frequenti tentativi dei miliziani di denudare le donne con la scusa di controllare che non tenessero nascosti addosso i gioielli.

Gheddafi, appunto. E a distanza di trentanove anni eccolo lì, in uniforme, sul petto la foto dei suoi martiri giustiziati dagli occupanti italiani, intorno le sue amazzoni extralarge che sembrano lottatori di sumo, la tenda già montata ad aspettarlo per la rivincita villana sull’Italietta che nel mondo non conta niente, e allora tanto vale approfittarne. Sanno chi siamo. La Francia rifiuta di estradarci la brigatista Marina Petrella per intervento diretto della première dame, ex top model, oltre che sfiatatissima cantante, e il Brasile ce la mette tutta per fare altrettanto con il pluriomicida Cesare Battisti. Ci conoscono. Così ecco arrivare Gheddafi con le sue pose ieratiche e i suoi ritardi cafoni, a ricattare e a provocare, non vi piacciono i barconi diretti a Lampedusa e io non li faccio più partire, è solo questione di prezzo. La stessa Lampedusa verso la quale, nel 1989, ha lanciato due missili, e meno male che sono caduti in mare.Gheddafi che accoglie come un eroe il criminale che ha assassinato 270 persone, fra cui due italiani, a Lockerbie. Chiedergli scusa per l’occupazione, primi nella storia, ma noi siamo noi, italiani-brava-gente, noi occupiamo sì, ma dopo, a prenderci per il bavero, facciamo atto di sottomissione, la nostra schiena è tutta a tornanti. Ai piedi della scaletta dell’aereo lo statista di Tripoli abbraccia lo statista di Arcore, che in fatto di capi di stato esteri è di bocca buona, e a fine agosto il più grande statista che Arcore abbia avuto in 150 anni di storia patria restituisce la visita, con le Frecce tricolori che, secondo lo statista di Tripoli, dovrebbero ingoiare la villania estrema di colorare di verde islamico anziché di tricolore il cielo libico, per dargli meglio la misura del nostro calarci le braghe e costringerci a festeggiare con la faccia per terra il quarantennale della sua dittatura: coraggio, continuiamo a farlo ridere alle nostre spalle questo mondo malinconico, pensi. Ma, a parte delegarle il lavoro sporco sugli immigrati, la Libia è ricca di due cose che ci servono, perciò è inutile sollevare questioni di principio. “Tripoli bel suol d’amore” cantava nel 1911 Gea della Garisenda avvolta nel tricolore, e si diceva che sotto quello non avesse altro, mentre sotto quelle sabbie sterili c’erano gas e petrolio, ma noi, mentre gli altri colonizzatori si accorgevano di tutto, non ci accorgevamo di niente e, per giustificare la nostra presenza in quel deserto, fabbricavamo martiri impiccando i resistenti locali. “Meglio tenercelo buono adesso, Gheddafi; e poi anche la Fiat, che è la Fiat, ci ha fatto affari” dice Guzzardella. Sbuffi. Ti avvii per tornare in ufficio.“A Tripoli, a Tripoli!” ti canta il cervello. Poi smette di cantare, perché al suo posto canti tu. A squarciagola, con la tua voce male impostata e stonatissima: “Tripoli bel suol d’amore, ti giunga dolce questa mia canzon, sventoli il tricolore sulle tue torri al rombo del cannon…Naviga, o corazzata…o qualcosa del genere, credo; comunque: Tripoli, terra incantata, sarai italiana al rombo del cannon!” Guzzardella ti rincorre. Ha appena intravisto il piantone anziano che, rivolto all’altro, picchiava il dito indice sulla tempia indicandoti. “Commissario…!” supplica guardandosi intorno. Lo fissi diritto negli occhi. “Peppino, per intenderci: io quello neanche lo facevo scendere dall’aereo, lui, il suo tendone da circo e il suo seguito da operetta” gli spieghi secco. “Come canti male Gualtieri” ti senti dire da dietro. Ti volti e vedi Stiaccini che sale in compagnia della bellissima Bellani. “So anche Faccetta nera, e Giovinezza la cantavo a mio figlio come ninna nanna” dici per dire qualcosa, e quando c’è di mezzo la Bellani riesci a dire solo stupidate. Incroci lo sguardo bruno di lei, che ti detesta (vedi “Evasi e belle ragazze con la pistola”) e non fa che ignorarti, e non dovrebbe, sei suo superiore e ti deve il saluto. “Miseria porca se è bella!” pensi.

 

19 - ODIO IMPLACABILE

La signora Ida è ciociara. Abita esattamente sopra di te, nel senso che lei sta al piano rialzato e il tuo “confortevole ampio loft pluriaccessoriato” è in cantina, con tre docce come accessori (prima c’era una palestra) e un allagamento quasi sicuro a ogni temporale. E’ vedova e ha un figlio da qualche parte, ma deve trattarsi di un posto parecchio lontano, dato che non si vede mai. Ti ha preso in simpatia, spesso la sera ti porta un piatto di minestra. “Con il brutto mestiere che fai, sempre in mezzo ai delinquenti, devi mangiare cose calde” ti dice, ancora non hai capito con quale logica. “Figlio mio” aggiunge spesso, e in effetti potrebbe essere tua madre, il che la rende affettuosamente invasiva per le tue questioni private. “Non è che la brunetta con quelle belle zinne è troppo giovane per te?” ti domanda riferendosi a Betty. S’è buscata un febbrone e non può andare a fare la spesa, da un paio di giorni provvedi tu. Oggi c’è il mercato, è il turno di frutta e verdura. Con la sua scrittura infantile e sgangherata ti ha preparato il biglietto. “Ehi, ma mica vai dai marocchini, eh? Da quegli schifosi non devi comprare niente” ingiunge con gli occhi che le brillano non solo di febbre. A te gli islamici non piacciono, ma non vuol dire, nemmeno quelli di Comunione e Liberazione ti vanno a genio, eppure ne hai sposata una. E poi business is business, e Hamed, il tuo fornitore abituale, nel suo genere è anche simpatico. E’ piccolo, brutto e rumorosissimo. Declama la merce alla maniera antica, e non sta mai zitto. “Guardate che peperoni, che in Marocco non ci sono le pastiglie per fare certe cose, in Marocco gli uomini mangiano peperoni uguali a questi e le donne sono contente, sono tutte contente le donne in Marocco” strilla. Nei pressi della sua bancarella si aggira nulla facendo la moglie, una rossettina scialba e sfiorita probabilmente italiana, che non ha l’aria di essere molto contenta, il che lascia supporre che Hamed non mangi abbastanza peperoni. “Perché ce l’ha tanto con i marocchini?” domandi incautamente alla signora Ida. Lei ti guarda con due occhi durissimi. “Lo sai di dove sono io? Lo sai cosa è successo nel ’44? Dalle mie parti i tedeschi non mollavano, gli americani ci si sono rotti le corna per mesi. Allora sono arrivati i marocchini, che stavano coi francesi. Solo a vederli passare mettevano paura. I tedeschi li hanno sconfitti loro, e ai prigionieri tagliavano naso e orecchie, li ho visti con i miei occhi. Poi si sono buttati addosso a noialtri. Capisci cosa voglio dire? Donne giovani e donne vecchie, e bambine e bambini, e uomini pure, e preti, per loro era lo stesso. Hanno violentato migliaia e migliaia di persone. C’era la moglie del farmacista del mio paese che stava morendo di un brutto male, e se la sono presa lo stesso, e agli uomini che cercavano di difendere le loro donne prima facevano la stessa cosa e dopo, se non gli tagliavano la gola, gli tagliavano…be’, ci siamo capiti. Qualche uomo con la scorza dura è riuscito a fargliela pagare: quando erano ubriachi e restavano isolati facevano una brutta fine, quelle bestie. Porci schifosi. Luridi. Se ci fosse un dio, se ci fosse. Pregare e perdonare, ti dicono in chiesa, e allora in chiesa uno non va più, così queste stupidate non le sente. Certe cose ti segnano la vita per sempre, altro che perdonare. Non le cancelli con un paternoster, certe cose. E quei maiali degli americani, disgraziati pure loro, ma abbiamo anche dovuto dirgli grazie perché ci hanno dato la penicillina, altrimenti la sifilide ci mangiava tutti quanti, quelle luride bestie erano tutte impestate” dice con la voce che le vibra, e hai il sospetto che la temperatura le stia salendo. Capisci che non andrai da Hamed. Al mercato ti guardi un poco intorno. Individui una bancarella tenuta da un numero indefinito di fratelli pugliesi, una volta andavi là, non riesci a ricordare perché hai cambiato.

Ti metti in fila con il biglietto della signora Ida in mano. Ne hai davanti quattro. Già hai notato per il mercato l’aggirarsi truce dei giovani zingari romeni che borseggiano, forse uno è anche stato tuo cliente, perciò, quando l’ossigenatissima signora con i magri polpacci muscolosi che ha finito di essere servita strilla che non ha più il portafogli non ti stupisci. Lei è presa da un tremito, ha la voce rotta. “Avevo dentro le carte di credito, la carta di identità, il tesserino sanitario…” balbetta guardandosi intorno con gli occhi persi. Già che c’era poteva metterci anche un panino al prosciutto e un paio di mutande di ricambio, pensi malevolo. La gente che porta appresso tutta la possibile documentazione personale nell’oggetto di desiderio dell’intera delinquenza circolante che è il portafogli non ti commuove, quando viene derubata. “Fessi, il portafogli l’hanno inventato i borseggiatori” pensi spietatamente. “Quando li prendono dovrebbero ammazzarli tutti” dice in milanese la seconda della fila, canuta e rigida e padana. “Ah sì, ci vuole la pena di morte” dice la terza, una ragazzotta o molto sovrappeso o molto incinta, così su due piedi non riesci a capirlo. A te la sola idea della pena di morte in un paese dove, per omicidio, fra licenze premio, arresti domiciliari e affidamento ai servizi sociali stai dentro sì e no qualche anno fa ridere, ma il pensiero in sé non ti ripugna. Certo, però, per un portafogli ti sembra un’esagerazione. “Basterebbe tagliargli una mano” dici con la più bronzea delle tue facce. Quello che hai davanti, un anziano pelato e tondo, si gira e ti guarda. “Sì, e poi dobbiamo anche dargli l’invalidità e mantenerlo a vita. Ammazzarli tutti bisogna, pena di morte ci vuole” dice con fierissimo accento siculo. Vada per la pena di morte, allora, purché ci si sbrighi, visto che dopo devo andare a giocare a guardie e ladri e sono già in ritardo, pensi. Finalmente tocca a te. Uva, mele e due peperoni. Quello che ti serve è veloce, in un baleno hai tutto davanti. Manca però una cosa. “Mi devo fare rimborsare, mi serve lo scontrino” dici. Ti fulmina con gli occhi e, da quel che capisci di tranese, ti pare che, fra i denti, evochi chi ti è morto, chi ti è stramorto e chi ti suonerà le campane a morto: bello conoscere le lingue. Ripesa l’uva e aggiunge un grappolo. Ah, pensi. Ripesa le mele e ne aggiunge una. Ah, pensi ancora. Ti sbatte in mano lo scontrino e tu gli dai la banconota da dieci euro che la signora Ida havoluto anticiparti. Prendi le monete di resto, senza controllare le cacci nella tasca dove hai solo il cellulare. E’ davvero tardi, perciò per te non compri niente. La signora Ida guarda con occhio critico uva, mele e peperoni. Le dai lo scontrino e il resto. “Figlio mio, mancano cinquanta centesimi” ti dice. Colpito e affondato. Adesso ti viene in mente perché non vai più dai fratelli apuli e sei passato alle facezie ribalde di Hamed. Non potendo fregarti sul peso, ti ha fregato sul resto. Metti la mano nella tasca dove le tue monete già hanno aperto un minuscolo buco che prima o poi diventerà una voragine, rastrelli cinquanta centesimi. “Non è che sei andato dai marocchini, eh?” fa la signora Ida continuando a scrutare con diffidenza la merce. La butti sul ridere: “Questi erano di pura razza ariana, alti, biondi, con gli occhi azzurri e l’accento bergamasco, praticamente celtici, gli mancava giusto l’elmo con le corna” rispondi. E in famiglia avranno avuto parenti deceduti in epoche recenti e in epoche remote, e a questi parenti qualcuno avrà ben suonato a morto le campane, pensi, e lo pensi in tranese. Davvero, è bello conoscere le lingue.

 

20 - QUANDO PASSA LA MODA

Serataccia. Guzzardella è di riposo e Fara ha la febbre, con Di Salvo, per evitare intrusioni nel tuo gruppo, ti metti di turno tu, che invece avevi in programma il cinematografo con Betty. Visti i gusti di lei in fatto di film, ti va anche bene. Davanti all’ingresso trovi Magri e Stiaccini con la loro combriccola. Stiaccini è stato promosso commissario-capo e offre l’aperitivo, chiaro che non sei stato invitato. Mentre sali sulla scassatissima Punto lanci un’occhiata alla Bellani, che stasera ha i tacchi ed è bella da levare il fiato. “Non capisco con che coraggio quell’idiota di Stiaccini sta sempre appiccicato a un capolavoro di ragazza come quella” dici a Di Salvo. Lui tace e avvia. “Oddio, come cervello non è che anche lei ne abbia tanto, ma porca miseria l’età, Stiaccini sarà un bell’uomo, ma ci sono almeno vent’anni di differenza, cosa potrà mai sperare” aggiungi, e lanci un’ultima occhiata alla Bellani, che sembra una Monica Bellucci più bella di Monica Bellucci, il che è tutto dire. Di Salvo guida e tace. Sono giorni che ha i nervi a fior di pelle. Sua moglie è vicina a partorire, e sarà la seconda volta. La prima è stata quattro anni fa: una bambina cardiopatica che è morta dopo una quarantina di giorni. Lui ha paura che ricapiti, non è una paura ragionevole, ma lo capisci. Passano pochi minuti e la radio comincia a gracchiare: donna, giovane, che minaccia di buttarsi dal quarto piano. Sbuffi. Un classico. L’esperienza ti dice che chi vuole buttarsi si butta e amen, e che se invece comincia a urlare per far correre gente è sicuro che non si butterà, tanto varrebbe lasciarla dov’è a rinfrescarsi le idee. Ma Di Salvo, mettendo la sirena, sentendoti ribadire il concetto ti lancia un’occhiata severa e riacquista l’uso della parola. “Commissa’, e se quella si butta davvero?” domanda. “Arriverà a terra e là dovrà fermarsi, è scientifico” rispondi. Sul posto trovi il consueto capannello di curiosi a naso in su. Guardi in alto e la vedi, sul balcone, semplicemente affacciata. Continua a sproloquiare, mi butto-mi butto, e intanto resta dove si trova. Ti sembra giovane. “Trent’anni sì e no” conferma uno. Sembra anche niente male. “Niente male? Una sberla di gnocca che bisogna vederla, altro che niente male” sentenzia il tuo improvvisato informatore. Varchi il portone e sali per le scale, perché l’ascensore, un sinistro gabbione metallico, non risponde a nessuna sollecitazione. Al quarto piano suoni ai vicini. Risuoni, ma devono essere affacciati a godersi lo spettacolo, arrivano solo quando prendi l’uscio a manate. Ti guardano furiosi, se quella dovesse buttarsi in quel momento perderebbero il finale.

Il loro balconcino di servizio è diviso da un davanzale di finestra dal balconcino di servizio della ragazza, ma è fine novembre, difficile che là ci sia qualcosa di aperto ti dicono con malignità, vera coppia mista che testimonia quanto sia possibile l’integrazione razziale, lui padano gutturale e ruvido, lei pugliese velenosamente logorroica. Neanche li ascolti. Sai che in questi casi di pura esibizione esiste un momento critico che può portare alla tragedia, ed è quello dell’arrivo dei vigili del fuoco, perciò devi sbrigarti a entrare e a prenderla alle spalle. Adesso che ci sei di mezzo tu non deve buttarsi, è una questione di principio. Chiedi una sedia, dopo una certa resistenza la ottieni. La signora pugliese e logorroica annegandoti in un oceano di parole la protegge con un giornale. Appoggi il giaccone sulla spalliera e, guidato dal santo dei pazzi, ti trovi non sai come sul davanzale della finestra, le unghie fra le fessure della tapparella abbassata. “Meglio se non guarda giù” grugnisce il rude padano. Dal davanzale alla ringhiera del balcone c’è un passo e mezzo, ed è il mezzo a fare la differenza. Senti avvicinarsi la sirena dei vigili del fuoco. Respiri fondo. Se è rischioso andare avanti, lo è altrettanto tornare indietro. “E adesso che faccio?” ti domandi, dopo aver constatato che la coppia apulo-padana è sparita, senza dubbio per andare ad affacciarsi dal lato della strada e godersi lo spettacolo. “E domani sarà anche il mio compleanno” pensi. Fissi il balconcino come volessi addomesticarlo, poi, senza rendertene conto, spicchi uno sgangherato salto. Tocchi con un piede la ringhiera e ti dai slancio, così precipiti all’interno e ti abbatti sulle piastrelle umide, la testa che va a spaccare un piccolo vaso di coccio, e già che si trova spacca anche se stessa. Ti alzi e guardi la finestra. La tapparella è abbassata, e deve esserci un fermo, per quanto cerchi di alzarla geme ma resta immobile. Quel che ti esce dalla bocca ti farebbe perdere il paradiso anche se nel tuo destino estremo ci fosse la santità Provi e riprovi, spezzandoti le unghie. Perdi sangue dalla fronte e dalle dita. Infili in un’idea di fessura la chiave della casella, e te la vedi dimezzare. Quella del portone non ha migliore fortuna. Ti alzi e sferri un calcio e due e tre, all’ultimo cadi seduto. “Ma la stupida non poteva buttarsi prima di mettermi in questo guaio?” domandi all’opale caliginoso del cielo. Quello che non puoi sapere, mentre resti seduto sul balcone giocando al piccolo effrattore con la chiave di casa, è che la ragazza è stata una modella. Ha sfilato fra i vapori delle ultime gocce della Milano da bere, le gambe lunghissime e secche, le cosce d’osso, i fianchi striminziti da taglio cesareo sbattuti ritmicamente a destra e a sinistra, con i minuscoli glutei ad assecondarli. Volto da sfinge e anima che sanguina, perché il mestiere dura quello che deve durare, cioè pochissimo. Sbocci e appassisci. Non fai in tempo a dire che sei una modella e già più nessuno ti cerca. Continui a mangiare insalata scondita e yogurt scremato e guardi il telefono. Aggiungi un grissino, poi due. Aggiungi quattro biscotti. Prendi un chilo dopo l’altro, ma nessuno se ne accorge perché nessuno ti cerca. Cinque chili su un metro e settantanove di altezza sono niente, anzi ti fanno più donna. Ma tu non vuoi essere più donna, tu vuoi sfilare, e viaggiare, e guadagnare. Finché il telefono squilla per qualcosa. E’ uno che conosci anche troppo bene. Ti comunica che c’è un pezzo grosso che vuole sfoggiare una bella ragazza, ma non dice bella ragazza, dice bisteccona. Ci vai. Il pezzo grosso non vuole solo sfoggiare, e di mezzo ci sono soldi. Ma sì, sospiri, tanto più che sulle passerelle non sei arrivata tenendo le ginocchia troppo vicine, il mondo è quello che è. Una settimana, e arriva un altro pezzo grosso in cerca di bisteccone. Ma sì, ti ridici, e così via. Adesso sei nel giro, guadagni. La cocaina non è una novità per te, la novità è il bere, perché non hai più paura di ingrassare. Prima eri una cavalletta macabra, adesso sei una splendida donna. Ma anche dentro l’anima esistono gli specchi, così, nell’ultima sera di novembre, la bottiglia di vodka vuotata e più neppure un granello di quella polvere che dura sempre troppo poco, ti trovi aggrappata alla ringhiera del balcone, con sotto una strada piena di gente che ti guarda. All’improvviso capisci che qualcuno ti stringe forte. Ti trovi sopra un lettino di ambulanza, con la sirena che ferisce il velo della notte. Tu, ragazza di moda che ha perso la moda, e domani chissà che giorno sarà. Quanto a te, commissario Paolo Gualtieri, che ancora stai sul balcone scalciando una tapparella che sembra un muro, i vicini maledetti scomparsi, il cellulare che suona Bach dalla tasca del giaccone rimasto appoggiato alla spalliera della sedia, è passata mezzanotte, è il tuo compleanno. Ti siedi sconsolato, la fronte che continua a sanguinarti, senza sapere come e quando ti leverai da lì. “Un po’ di vita normale tutto mi farebbe fuorché schifo” dici alla notte, che disperde gelida il bianco del tuo fiato.

 

21 - QUANTE VOLTE E' MORTA JENNIFER?

Con Peter scambiate gli auguri natalizi. Di solito scrive lui per primo, da Sidney, e sono biglietti molto anglosassoni, grandi e variopinti. Quest’anno lo hai preceduto, e ti è sfuggita una riga in più. “Come sta Jennifer?” hai scritto, in italiano, dopo aver scartato un “How is Jennifer?” del quale non ti sentivi tanto sicuro, perché con i dialetti te la cavi, ma con le lingue straniere resti un disastro. Hai conosciuto Peter più di vent’anni fa, nella ricca provincia padana dove ti avevano mandato fresco di nomina a commissario. Anita ti aveva appena lasciato, per tornare nella sua reggia pacchiana a Valparaiso (vedi “Volver”), ma tu l’avevi sempre nella mente, bella e balzana com’era. Per non impazzirci, quand’eri libero dal servizio andavi per campi a fotografare insetti, la vecchissima Canon FP caricata a CT18, più il soffietto e il flash elettronico. Hai incontrato Peter lungo un filare di salici. Era un omone dal grande viso sorridente, un ciuffo di riccioli biondi sulla fronte, gli occhiali appannati dal sudore, e una soma fatta da retini e barattoli che gli pendevano dalle spalle e dai fianchi. Era un entomologo ricercatore, venuto in Italia per applicare alle coltivazioni certe metodologie antiparassitarie basate sulla sterilizzazione degli insetti infestanti maschi, o qualcosa del genere, il suo italiano faceva il paio con il tuo inglese, le sfumature andavano perdute. Avevi chiaro solo che collaborava con l’università, e che l’alta e filiforme ragazza, sempre in minigonna e sempre in bicicletta, che vedevi prima di cena in mezzo a una combriccola davanti a uno dei bar della piazza era sua figlia. Jennifer, senza curve, i capelli color tabacco sciolti sulle spalle, gli occhi verdi sgranati sul mondo in mezzo a un universo di lentiggini sopra la pelle di latte, androgina e bellissima nei propri quindici anni. Il suo sorriso sapeva di pulito e di sole. Intorno aveva i compagni di classe di una prima liceo scientifico che le serviva a non stare chiusa in casa e a imparare l’italiano, e che probabilmente non avrebbe neppure terminato, visto che il contratto di Peter sarebbe durato sei mesi. La madre era morta anni prima di cancro, e lei, bambina com’era, l’aveva assistita fino all’ultimo. Vedendoti passare ti salutava agitando la mano e gridando “Hi, Gualtiero”. Rispondevi con un sorriso. Ma un giorno. Eri troppo poliziotto per non percepire. La compagnia era cambiata, non più i compagni di classe in bicicletta o cinquantino, ma ragazzi più grandi, moto e automobili. Passando li scrutavi, e sentivi in tutto ciò che avevano intorno l’agliaceo inquietante e opaco che da sempre per te è l’aura del Male. “Hi, Gualtiero” continuava a salutarti Jennifer, e tu avresti voluto fermarti e tirarla via, magari spiegandole che i diavoli sono sempre a caccia di angeli. Peter non capiva i tuoi accenni velati, che la difficoltà di comunicazione rendeva ancora più oscuri. Finché, una notte, t’hanno telefonato dal posto di polizia dell’ospedale. “Commissa’, c’è uno che parla mezzo americano che la cerca, gli hanno appena ricoverato la figlia”. Ancora non sapevi cosa fosse successo, ma lo sentivi, l’agliaceo del Male a riempirti i sensi. Jennifer in un lettuccio, fratture alla mandibola e al setto nasale, quattro costole incrinate, ferite lacerocontuse su gambe e braccia, ed ematomi su tutto il corpo; violentata da almeno quattro persone. “Disgraziati, ammazzarli quando li prendono” ha detto una grassa e attempata suora, e s’è segnata. Jennifer irriconoscibile e persa, e accanto Peter, in lacrime, e un uomo quando piange fa impressione, ma se è grande e grosso fa impressione ancora di più. Lei ti ha guardato con gli occhi non più verdi, e ha accennato, per il poco che la frattura alla mandibola le permetteva, un sommesso “Hi Gualtiero”. Le hai accarezzato la mano ancora sporca, le unghie che trattenevano terra e forse anche la pelle di chi l’aveva assalita. Era pratica di arti marziali, s’era difesa, facendoli imbestialire.

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“Li prendo, giuro che li prendo” hai detto. In questura t’hanno subito guardato storto. “Gualtieri, attento a non farmi casini” ti ha avvisato il capo di allora, che la pensava uguale a quello di adesso, primo evitare le grane. Tu passavi per essere il migliore, t’eri fatto le ossa per strada e negli stadi, mai mandato un altro avanti a te, mai mollato uno che avevi deciso di fermare fosse pure in mezzo a mille come lui; in più sapevi scrivere rapporti e relazioni come nessuno, e i sottoposti borbottavano brutto carattere, non dà confidenza, ma di palle ne ha tante e tutte quadre, e ti rispettavano. Appena arrivato in quella piccola città sonnolenta avevi preso una banda di rapinatori. “Gualtieri, ogni cosa con tatto, non farmi casini” ti ha ripetuto il capo lasciandoti il caso. I giovani in moto e automobili erano spariti, ma i compagni di Jennifer t’hanno fatto i nomi. Le famiglie a trasecolare, mio figlio è in Inghilterra, mio figlio è alla Sorbona, mio figlio è in qualsiasi posto che non sia questo. Ma tu. Sbirri si nasce. Ci hai perso il sonno e l’appetito, finché in una sera di ovatta, per le strade senza marciapiedi lucide di umido del centro, in giro soltanto l’ombra di qualche gatto infreddolito, facendo la posta da solo ne hai pizzicato uno. “Devo chiederti un paio di cose” gli hai detto. L’odore agliaceo del Male e quello acido deitroppi soldi. S’è scrollato per liberarsi del tocco leggero della tua mano. “Meglio se non fai resistenza” gli hai consigliato, ma con la mente invece gli gridavi stringi i pugni, colpiscimi, dammi il pretesto per farti sputare i denti. “Tu non sai chi è mio padre” t’ha detto rabbioso, e ha fatto per darti le spalle e tornare in casa. Sapevi anche troppo bene chi fosse il padre, ma allora ti illudevi che la legge dovesse essere uguale per tutti. Lo hai afferrato per un braccio, e lui s’è voltato, t’ha misurato e pesato, ha concluso di essere il doppio di te e t’ha dato una manata sul petto, facendoti finire contro un muro. Ti sarebbe bastato assestargli il primo ceffone per fargli capire quanto stesse rischiando, ma c’era di mezzo Jennifer, t’è partito anche il secondo, che gli ha rotto le labbra. Prenderlo lo hai preso, ma è stato come prendere l’aria. “Tu lo sai di chi è figlio quello? Lo sai in che guaio ci hai messi?” t’ha gridato il capo. “Ha fatto resistenza” hai replicato. “Come no; ma ha un bel certificato medico, e tu hai solo te stesso, e adesso chissà come ne usciremo” ha urlato ancora. “Come ne uscirà lui, caso mai: lesioni gravi, violenza carnale…”Non t’ha lasciato finire. “Ma quale violenza carnale! Queste troiette vengono in Italia apposta per farsi fottere, chi glielo ha detto a quella puttanella di andare in giro con tutte le gambe di fuori che le si vedeva anche il culo! Ma quale violenza carnale! Prega Iddio che il padre del ragazzo non ti denunci lui per lesioni, altro che violenza carnale! ”In meno di una settimana eri già trasferito a Milano, e cara grazia che era Milano e non l’Asinara, come usava una volta. Peter, salutandoti, ti ha abbracciato e ti ha detto grazie. Di cosa. “Hi, Gualtiero” ha bisbigliato Jennifer cercando di sorriderti, ma quel sole ormai era spento. Gli altri tre giovani erano emersi dalle loro fogne dorate in compagnia di stuoli di avvocati, e l’hanno tutti fatta franca. Da allora Peter, che pure avrebbe di che maledire Italia e italiani, ti manda gli auguri, ogni Natale, e di anni ne sono passati, tanti che questa volta ti sei lasciato sfuggire quella domanda. “Come sta Jennifer?” hai scritto. Peter ha impiegato parecchio prima di risponderti. “Jennifer dies every day” hai letto: Jennifer muore ogni giorno. E di anni ne sono veramente passati, e di giorni ce ne sono stati tantissimi. Ti torna in mente la suora grassa e attempata: “Disgraziati, ammazzarli quando li prendono”. Tu lo faresti. A mani nude. E non sentiresti il bisogno di segnarti. Anzi.

 

22 - QUESTIONI DI DONNE

Domenica. Hai tuo figlio a pranzo. Pagella da schifo, perciò c’è in programma un certo discorsetto da fargli. Conti di arrivarci dopo il caffè, intanto improvvisi una spaghettata. Il ragazzo rientra dal cortile, dove è stato per l’ora d’aria di Nick. Da te quasi non c’è luce naturale, questo povero gatto vive in penombra, così, quando puoi, lo porti in cortile, debitamente chiuso nel trasportino perché la prima volta che ti sei fidato ti è toccato di andarlo a recuperare quattro isolati più in là, per lui i muri sono autostrade. Hai il televisore acceso su un programma che trasmette video musicali, passando vedi Natalie Imbruglia. “Capperus se è bella!” ti scappa detto. Tuo figlio s’è bivaccato sopra il divano con Nick sulla pancia. “Somiglia tutto alla mamma” barbuglia masticando un grissino. Ti blocchi. “Quale mamma?” ti viene spontaneo domandare. Si volta per guardarti. “Ma la mia di mamma, no?” risponde. Scruti il piccolo schermo, dove Natalie Imbruglia ce la sta mettendo tutta per far vedere quanto sia bella. “Come va la vista?” gli domandi. “Così. Dovrei cambiare le lenti” grugnisce. Appunto. “La meglio però è Fergie” borbotta. “Chi?” domandi. “Fergie, quella dei Black Eyed Peas. Anche Lady Gaga è gnocca forte, ma Fergie è meglio.” Ti riprometti di documentarti, ma certo dei gusti di tuo figlio non ti fidi, dopo che hai scoperto che aveva riempito la propria mostruosa Smemoranda con le foto della Gelmini. “A te chi piace come donna?” chiede improvvisamente. Con queste premesse dopo dovresti strigliarlo per quella catastrofe che è la sua pagella, pensi. “Nell’ordine: Leona Lewis, Alicia Keys e Kelly Rowland” rispondi rassegnato, e vai a buttare gli spaghetti dentro l’acqua che sta bollendo sul fornello. Attimo di silenzio sgranocchiante. “Cacchio, pa’, saranno gnocche, ma sono negre!” sbotta alla fine. Alzi lo sguardo al soffitto macchiato da un planisfero di muffe. Oltre che orbo è pure razzista, pensi. “Non è che mi diventi leghista?” domandi salando l’acqua e dando una rigirata agli spaghetti. “Ma no, io sono di sinistra” ribatte. “Be’, questa che sei di sinistra non farla sapere a tua madre, altrimenti ti lascia qua davanti in un cesto di vimini con un biberon di ricambio” gli dici. Sul suono della tua ultima parola fuori scoppia il finimondo. Urla di donne e tonfi e insulti e invocazioni e bestemmie e parolacce e urla ancora. Dai un’altra girata agli spaghetti. “Ma cosa succede?” domanda allarmato tuo figlio. Abiti dove abiti, ci hai fatto il callo. “Ordinaria amministrazione” rispondi, mentre da fuori arrivano strepiti e invocazioni, e gemiti e una nuova raffica di bestemmie, questa volta multiculturali. Ma arriva anche la voce della signora Ida, che abita sopra il tuo scantinato: “Commissario, corri, quelle si ammazzano!” Giri ancora gli spaghetti. Tuo figlio s’è affacciato sul cucinino, ti guarda in modo interrogativo. “Selezione naturale” dici impassibile. Ma la signora Ida si è precipitata dietro la porta a vetri che è la tua porta di casa e, visto che non hai il campanello, ci picchia sopra. “Guarda che la pasta non scuocia” dici a tuo figlio, e sali la rampa della scala metallica per andare ad aprire. “Quelle stavolta si ammazzano sul serio!” strilla con il fiato che le viene meno la signora Ida. “Chiamare il 113 no?” domandi sbirciando di sotto, verso il cucinino. “Ma il 113 sei tu!” esclama lei. “Allora il 112, i caramba sono belli tosti“ azzardi. Lei ti guarda come se ti avesse sorpreso con le dita dentro marmellata all’epoca in cui il massimo dei piaceri per i bambini era ficcare le dita dentro la marmellata. Adesso c’è la Nutella, pensi, e con riluttanza ti avvii, non senza aver prima gridato a tuo figlio di scolare gli spaghetti di lì a quattro minuti, e aver ricacciato indietro Nick, al quale non parrebbe vero di replicare senza gabbia la propria ora d’aria. Sai già di cosa si tratta. Lui, egiziano, probabilmente pizzaiolo, pezzo d’uomo brizzolato, la puzza sotto il naso, quando vi incontrate ti squadra con la consapevole superiorità del credente che vede l’infedele, per giunta sbirro, e vorrebbe non vederlo; lei marocchina emancipata, jeans a fasciarle il generoso sedere e un via vai di sigarette fra dita e labbra, nel complesso bella donna, tu saluti e lei risponde, certe volte sorride; più l’altra, italiana, cascata di capelli crespi dappertutto, naso aquilino, occhi spiritati, vestiario straccion-variopinto da pronipote dei figli dei fiori, logorroica e impegnata, su e giù per le scale con tutto un repertorio di bandiere rosse, bandiere sindacali, bandiere della pace e lenzuola diventate striscioni, tipo di donna che tu Adamo e lei Eva piuttosto metteresti alla prova la virtù della moglie del serpente. Così un bel giorno l’egiziano pensa bene di approfondire la conoscenza con gli infedeli, la mette incinta, e da allora per scale e pianerottoli è guerra, la marocchina aspetta l’italiana e ci scappano risse da far correre tutto il vicinato per dividerle, e adesso che l’italiana è al settimo mese sembra ogni volta la battaglia di Lepanto.

Accorri senza correre, sulle tracce della trafelatissima signora Ida, che con i suoi ottanta anni e altrettanti chili potrebbe anche prendersela più comoda. L’italiana è sul pianerottolo del secondo piano, piuttosto provata, fra quattro donne che la sorreggono a mo’ di stabat mater dolorosa, con lei che invece si sorregge il ventre perché la marocchina, dopo averla fatta rotolare per una rampa di scale, ci si è accanita a calci. La marocchina è sopra, dove s’è aperto il nuovo fronte della battaglia, in ginocchio, aggrappata ai ferri della ringhiera con l’egiziano che gliele sta suonando. “Ehi, basta picchiarla!” intimi. Fino a un attimo fa eri un coinquilino con gli spaghetti sul fuoco, adesso sei il commissario Gualtieri. L’egiziano sembra che suoni il tamburo, e il tamburo è la testa della marocchina. Ti guarda con tutto il disprezzo possibile, e continua. Gli fermi il braccio. “Ehi brutto coso, le donne non si picchiano, finiscila!” urli. Senti il suo braccio che resiste e forza il tuo. Quell’altro giù in cantina si sarà ricordato di scolare gli spaghetti, ti domandi; e al pensiero che non l’abbia fatto perdi la calma, spintoni l’egiziano e lo cacci contro il muro. “Fermo o prima ti spacco la faccia e dopo ti porto in questura” gli dici. Sembra fatta, ma con il multiculturalismo non si può mai sapere. E’ come ti arrivasse addosso un treno, ti senti proiettare avanti e finisci accanto all’egiziano. La marocchina ti mulina a un palmo dagli occhi un carosello di mani armate di artigli. “Bastardo porco, lascialo stare, non toccare il mio uomo!” grida. Sbirci l’egiziano, che è serissimo e ispirato, ma dentro sei sicuro che stia sogghignando. Ti togli dal muro e gli indichi la belva. “Come non detto: pestala e dagliele sode” dici. Scendi di sotto, fendi la folla dei coinquilini scontenti e infili l’uscio del tuo antro, al di là del quale Nick ti sta aspettando con la speranza di fregarti e sgattaiolare fuori. Tuo figlio è seduto davanti al televisore, il sacchetto dei grissini vuoto in grembo. Nel cucinino gli spaghetti, a usarli per attaccare manifesti, farebbero la loro figura. “C’è Michael Bublè, alla mamma piace un casino” dice tuo figlio. Conosci: bravo, una via di mezzo fra Pat Boone e Frank Sinatra, e nel video c’è anche una biondina notevole. Ah già che sei stato sposato per diciotto anni con Natalie Imbruglia e neanche te ne eri accorto. “Andiamo a cercarci un hamburger” dici a tuo figlio, e lui scatta come una molla, segno che gli spaghetti sarebbero stati la parte più dolente del sacrificio domenicale. “Dobbiamo anche parlare della pagella” gli comunichi, tanto per guastargli la festa. Tre piani più sopra continua a impazzare il finimondo.

 

23. AMORE CALIBRO 9x21 IN VIA ARDIGO’

Appartarsi in automobile. I giovani pianificano, mettono musica e mettono tempo. Un giorno avranno una casa loro, di quelle serate di freddo e nebbia, o calura umida o pioggia conserveranno il ricordo di essere stati vivi. Ma non sono solo i giovani ad appartarsi. Anzi. Uomini e donne, forse colleghi di lavoro dopo il lavoro, o persone che non si vedono da giorni o settimane, e che dovranno rendere conto, c’era traffico-c’era un incidente-c’era nebbia, perché quegli adulti che si appartano hanno sempre qualcuno che a casa li sta aspettando. Sono gli adulti che cadono nell’amaro della scontentezza, e non mettono né musica né tempo, ma si abbattono uno sull’altro con la furia di volersi sentire ancora vivi predando vita. Comunque sia, le coppiette cercano il buio e l’isolamento, ma la notte è del lupo, dice il proverbio, e i cacciatori di coppiette vanno in branco come i lupi. Sono in maggioranza slavi, ma non mancano i nordafricani e i borgatari di casa nostra. Sanno che se non si lasceranno prendere la mano e non useranno la violenza, ma si accontenteranno di qualche decina di euro e dei cellulari, la coppietta rapinata non sporgerà denuncia, perché denunciare è uscire allo scoperto, e sono pochi fra chi si apparta quelli che non hanno qualcosa da nascondere. Anche nel ramo rapinatori di coppiette, però ci sono gli stupidi, che bevono o si drogano, e violentano la donna e picchiano l’uomo, per tirarsi addosso tutta la polizia possibile, con l’aggravante di rovinare la piazza agli altri, i discreti, quelli che ogni sera mettono a segno quei dieci colpi dei quali in un commissariato non arriverà mai neppure l’eco. Se però la zona frequentata dalle coppiette è abitata c’è la seccatura dei residenti che tempestano i centralini di 113 e 112 di telefonate, qui è uno schifo-qui è pieno di brutte facce, e finisce che prima o poi una volante da lì finirà svogliatamente per passare. “Bisogna che controlli per qualche sera i posti dove vanno gli zozzoni a zoccolare” ti dice il capo, che non è ampio di vedute. La prima sera vai davanti al cimitero di Lambrate con Di Salvo, la seconda in Via Vavassori Peroni con Fara, la terza tra Via Salomone e Via Mecenate con Guzzardella. Non vedi niente di speciale, oltre alle indaffaratissime coppiette. La quarta sera mandi Fara e Di Salvo in Via Ardigò e rimani a casa. Hai avuto una giornata pesante. La tua ex moglie, tanto per cambiare, è sul sentiero di guerra. Tuo figlio a scuola continua ad andare da schifo, l’indomani lei dovrà vedere l’insegnante di lettere e si aspetta ulteriori catastrofi; in più questo mese il pargolo ha cambiato le lenti a contatto, e a giorni ci sarà il dentista, che naturalmente neanche fa la mossa di rilasciare ricevuta fiscale.“Finisce che qualche coppietta dovrò rapinarla io per sopravvivere” dici a Nick, che ti sta aspettando a letto, pronto a collocarsi fra le tue ginocchia e inchiodarti così fino alle sei di domani mattina, quando suonerà la sveglia. Sono le tre e dieci, invece, quando senti suonare il cellulare. E’ Betty. “E’ successa una cosa brutta assai. Mi ha chiamato la Bellani, è fuori di testa” dice. E racconta.

Fara e Di Salvo in Via Ardigò: qualche coppietta, e il di più di un’automobile che non è un’automobile qualsiasi. Scendono e si avvicinano. L’automobile è quella della bellissima ispettrice Bellani, cioè dell’oggetto del desiderio di qualsiasi maschio che sia in regola con gli ormoni e non nutra preferenze alternative. “Non è che gliel’hanno fregata?” bisbiglia Di Salvo. Al posto di guida sembra non esserci nessuno, ma sul sedile accanto c’è un uomo dalla sagoma familiare. Fara e Di Salvo si fermano di colpo. “O cacchio è Stiaccini!” esclama Di Salvo. Infatti si tratta proprio del commissario capo Potito Stiaccini, bell’uomo quando sta zitto, altrimenti ruspantissimo con il suo foggiano troppo sommariamente risciacquato dentro i Navigli. “Ma che ci fa nella macchina della Bellani?” bisbiglia Fara. Un passo ancora e la cosa si chiarisce. Stiaccini non è solo. Ha un’aria concentrata, e al di sotto del suo petto si intravede la Bellani impegnata in qualcosa che richiede altrettanta concentrazione. Fara e Di Salvo a quel punto vorrebbero venir via, ma si sono avvicinati troppo, nell’abitacolo è trambusto. Nel giro di pochi secondi si trovano con due Beretta 92 spianate addosso attraverso i vetri. Ritirata precipitosa, ma ormai il guaio è fatto. “E adesso a quei due devi chiudergli la bocca, prima che mettano i manifesti per tutta l’Italia” ti ingiunge Betty. “Vabbe’, capisco l’imbarazzo della situazione, ma che male c’è se Stiaccini e la Bellani stanno insieme? Lui è divorziato, lei che io sappia è single” dici. “E sai male, perché non è single manco per niente, ha il fidanzato a Roma” ti senti rispondere. Lontano dagli occhi lontano dal cuore e non solo dal cuore, pensi dopo che Betty ha chiuso rinnovandoti gli ordini. Non puoi telefonare alle tre e venti a Fara e a Di Salvo svegliando anche le loro famiglie, perciò rimandi tutto a più tardi e cerchi di riprendere sonno. Alle sette e un quarto stai per chiamare Fara, ma il telefono ti squilla in mano. “Lo sai cosa ha fatto quel delinquente di tuo figlio?” strilla la tua mai abbastanza ex moglie. Pensi a qualsiasi peggio. “Siccome sa che stamattina devo andare dalla sua prof, mi ha appena fatto firmare un 4 secco sotto un tema che sembra un ragù, dalle correzioni che ci sono! E sai cosa ha scritto, il deficiente? Ha scritto che il cristianesimo è morto con Cristo, e che l’Inquisizione faceva sacrifici umani uguale agli indios che gli spagnoli cercavano di convertire, e qui c’è il tuo marchio di fabbrica, queste cose può averle sentite solo da te, e la professoressa è una bigotta che per profumo usa l’acqua santa!” urla quasi senza prender fiato. “Io a parlare con quella non posso andare, mi vergogno troppo!”conclude, lei che viene da Comunione e Liberazione ed è formigoniana di ferro. Sospiri. “Ornella, non si può darle buca, i professori sono bestie malvagie e vendicative, e hanno in ostaggio nostro figlio” dici con il fare più conciliante possibile. “E allora vacci tu, visto che è figlio tuo, così quella ti vede e capisce come mai è venuto così scemo!” urla. L’appuntamento è alle 10, fai in tempo a passare dall’ufficio. Già per le scale noti un certo brio. Davanti al tuo loculo senza finestra ti aspetta Betty. “Ma tu sei un disgraziato, sei un porco!” ti sibila afferrandoti per un braccio. La guardi stranito, ma è un attimo, subito capisci: hai dimenticato di chiamare Fara e Di Salvo e loro hanno già messo i manifesti. Risultato, la Bellani ha una crisi isterica e sono in quattro a cercare di calmarla, mentre Stiaccini si è chiuso nel suo ufficio dopo avere annunciato che ti sparerà. “E perché dovrebbe spararmi? Mica c’ero io in Via Ardigò” dici a Betty. Ti guarda con disgusto. “Lo hai fatto apposta! La Bellani ti sta sull’anima e allora l’hai fatta sputtanare. Sei uno schifo! Mi fai schifo tu e mi fate schifo tutti quanti voialtri uomini!” urla andandosene. Qualcosa ti dice che è meglio avviarsi verso il liceo di tuo figlio prima che Stiaccini renda orfano di padre quel povero ragazzo. Uscendo incroci Fara e Di Salvo freschi di bar. “Brutte donnicciole pettegole” dici minacciandoli con la mano, mentre vedi arrivare la 94. La prendi al volo. “Mi sa che la Bellani abbia problemi col fidanzato romano” pensi con il fiato corto. Quanto a Stiaccini, è stupido, cafone, esibizionista, picchiava la moglie, racconta fiumane di barzellette talmente idiote che quelle che l’Utilizzatore Finale Legittimanente Impedito infligge a tutto il mondo sembrano uscite dall’Accademia dei Lincei, cioè è quanto di più diverso ci possa essere da te; eppure ti ci cambieresti subito, con tanti saluti a Betty che crede che tu ce l’abbia con la Bellani.