All’inizio era una scuola dove si insegnava a creare oggetti in terracotta, si studiava storia dell’arte e altre materie umanistiche con docenti che spesso erano famosi pittori o scultori: una vera e propria scuola con diploma riconosciuto quella che Marieda Boschi aprì nel 1963 nella casa progettata dall’architetto Portaluppi in via Jan 15 e che diresse fino alla sua scomparsa nel 1968.
Con la scomparsa di Marieda la scuola non chiuse, anzi, nel proprio testamento, questa bravissima ceramista i cui lavori denotano motivi di innovazione e sperimentazione artistici, volle che continuasse come atelier della ceramica, dove insegnare sì il modellare la creta per trarne oggetti e figure, ma soprattutto lasciare piena libertà alle sensazioni, alla creatività e alla fantasia degli allievi.
A dirigere questo atelier Marieda volle Migno Amigoni, giovane promessa del tennis azzurro conosciuta nel 1933 sui campi di terra rossa. E ancora oggi, a 92 anni portati giovanilmente, Migno Amigoni, con il gusto dell’arte trasmessole dal padre Luigi, valido scultore le cui opere ornano diverse tombe al Monumentale, porta avanti il lavoro incominciato dall’amica Marieda.

Nei locali dell’atelier, con un proprio forno dove sono cotti e smaltati i lavori eseguiti dagli allievi, sono esposte diverse opere della fondatrice della scuola oggi di proprietà del Comune, accanto ai lavori che amici pittori hanno lasciato nel laboratorio. I loro nomi? Campigli, Dova, Baj, Sassu, solo per citarne alcuni.
Alla fine di ogni corso una mostra delle opere eseguite durante l’anno aperta al pubblico, che ha quindi l’occasione di conoscere da vicino la storia della scuola di ceramica di Marieda Boschi.
Luogo insolito per opere d’arte
La storia del museo di via Jan 15 si lega strettamente con quella di Marieda Boschi e della sua scuola di ceramica. Marieda aveva infatti sposato Antonio Di Stefano le cui volontà testamentarie vollero che la casa intera e la collezione di quadri e opere d'arte raccolte negli anni, duemila pezzi solo in parte esposti, fossero destinate al Comune a patto che l'abitazione dove aveva vissuto fosse trasformata in un museo fruibile dagli amanti dell'arte, e da quanti volessero approfondire un momento particolare della pittura italiana.
Le opere esposte nelle 10 sale della casa museo appartengono infatti al periodo informale italiano che si colloca tra il 1950 e il 1960. Fontana, Dova, De Chirico, Manzoni, Chighine, solo per citare alcuni Maestri dell'arte pittorica nazionale, sono presenti nella Casa-Museo. Un percorso che abbiamo fatto con la dottoressa Ghiazza, curatrice della Fondazione Di Stefano-Boschi, prezioso anfitrione nel raccontare l’arte appesa ai muri. Mentre giravamo per le stanze molti studenti prendevano appunti e studiavano con attenzione le pennellate di colore, gli accostamenti cromatici di alcuni dipinti o gli inconfondibili tagli e buchi delle tele di Fontana.
Quello che distingue questo rispetto agli altri musei è l'atmosfera meno formale e quel senso di tranquillità come se si fosse in casa di qualcuno che si conosce e che ci mostra i propri quadri.
Una collocazione insolita, magari, ma al di fuori dei soliti cliché: manca solo di potersi sedere sull'originale divano appartenuto ai coniugi Di Stefano per godere meglio un dipinto di De Chirico che campeggia sul muro dietro a un pianoforte a coda, che ai tempi dei coniugi Di Stefano veniva utilizzato, anche da concertisti, per allietare le serate culturali dei loro ospiti.
Non si deve poi perdere la sala Sironi, con alcune delle opere del Maestro molto significative.
Si potrebbe continuare a raccontare delle opere esposte, ma vogliamo invece invitare i lettori di Zona 3 ad andare a scoprire questo insolito museo: è aperto dal mercoledì alla domenica, dalle 14 alle 18.
Sergio Biagini
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