Appunti a proposito del cosiddetto "arredo urbano"

L'Amministrazione comunale di Milano ripropone periodicamente l'intenzione di operare un consistente cambio di rotta in merito al cosiddetto "arredo urbano". Razionalizzazione degli arredi, "depalificazione", commissione di esperti per individuare le nuove linee guida del futuro arredo, "decoro urbano": sono, queste, alcune delle nuove parole d’ordine per affrontare il tema.

Un qualche rinnovamento pare, in effetti, necessario, dal momento che - in alcuni luoghi della città – si ritrovano situazioni incresciose tipo la moltiplicazione eccessiva di oggetti ed anche una certa confusione di arredi diversi, per stile e tipologia; la scarsa manutenzione dei manufatti, a volte proprio ammalorati; la modesta funzionalità di altri; pali stradali per la segnaletica stradale ossessivamente ripetuti nelle stesse strade, etc.

Non è semplice, tuttavia, individuare una soluzione univoca: per fare solo degli esempi, si sovrappongono questioni funzionali contraddittorie (già oggi, nonostante il proliferare di pali, ci sono alcune zone della città dove legare la bicicletta é un’impresa titanica) a problemi più estetico-simbolici (gli spazi pubblici di Milano sembrano un pò disordinati ma ricercare un’omologazione degli arredi per tutta la città, come peraltro è stato fatto con successo in altre città come Barcellona, appare forse riduttivo).

Che fare dunque? Una strada possibile, per aprire un dibattito critico, può essere cominciare a porsi delle domande di fondo.
Cos'é, ad esempio, l'"arredo urbano"? Cosa si può intendere con questo doppio vocabolo entrato ormai nell'uso comune e che rimanda vagamente all'idea di arredare, ovvero disporre oggetti fisici, nello spazio della città? E, soprattutto, come fare in modo che anche attraverso il cosiddetto arredo urbano si possa progettare una città migliore, inventare nuovi paesaggi che riflettano le specificità dei luoghi milanesi e che siano effettivamente utili? Queste potrebbero essere alcune delle risposte da cercare per elevare il tono culturale del dibattito di rinnovamento sul tema in discussione.

La tesi di fondo è che abbia senso ragionare sul cosiddetto arredo urbano solo se si supera la logica riduttiva di arredare parte degli spazi pubblici ovvero collocare qua e là degli oggetti (panchine, fontane, dissuasori etc.) secondo una logica circoscritta. La componente prettamente di arredo, in altre parole, è solo una faccia della questione.

Il pensiero deve essere declinato in chiave più “nobile”: di qualità funzionale degli spazi aperti, di orientamento e di uso della città (nel senso di orientare fisicamente i percorsi, indicare alcune direzioni, rendere riconoscibili parti di città a seconda degli usi differenziati da altri, etc.), e di profondo legame degli arredi con le tipologie di spazi che si progettano (come dire, e mi rivolgo ai colleghi architetti, una nozione più “strutturale” di arredo). Ma anche, allo stesso tempo, di qualità simbolica del paesaggio: disegnare uno spazio aperto, anche con gli arredi, può infatti risultare decisivo nel consolidare e/o rinnovare l’identità di un luogo in trasformazione.

E’, in altre parole, una questione di disegno complessivo della città. L’“arredo urbano” non è un tema solo settoriale, da trattare a sé, bensì trasversale agli altri settori del governo della città. E’ assai improbabile, ad esempio, riqualificare dal punto di vista fisico e sociale un quartiere periferico degradato con una semplice piazza: per essere efficace, l’arredo urbano deve tornare ad essere una disciplina collocata in una strategia più ampia di recupero del paesaggio.

Un esempio concreto, osservabile nell’intera città e anche nella Zona 3, per chiarire il ragionamento appena esposto: la nuove pensiline di attesa alle fermate dei mezzi ATM. Rappresentano una buona sperimentazione voluta dal Comune: sono, infatti, dei decorosi oggetti di design e, allo stesso tempo, contribuiscono a dare nuova visibilità e confort al trasporto pubblico. Sono, inoltre, riconoscibili in tutta la città, rappresentando dunque un esempio interessante per valutare quali arredi possano essere standardizzati e quali no, per evitare un’omologazione eccessiva del paesaggio.

Vito Redaelli