Sandro Gamba, l’insegnante dello sport

 

È primo pomeriggio e sono in ritardo. Allungo il passo mentre leggo i numeri civici dei palazzi che raggiungo e subito mi lascio dietro. M’infilo nel portone di un elegante palazzo, a due passi da Porta Venezia, e un attimo dopo sono davanti alla porta d’ingresso del centro Psicosport. Mi aprono due giovani psicologi, Stefania e Vanni, che mi invitano ad entrare; sapendo il motivo della mia visita, i due ragazzi mi lasciano il tempo di curiosare tra le foto e gli oggetti che decorano le pareti dell’atrio, dopodichè mi indicano, in fondo al corridoio, la stanza di Sandro Gamba.

Attraverso il corridoio con un po’ d’emozione, poi giro l’angolo e lui è lì, seduto, che mi accoglie nel suo ufficio. Finalmente stringo la mano ad un monumento dello sport italiano.

Sandro Gamba, per i pochi che non lo conoscono, rappresenta cinquant’anni di pallacanestro italiana. Più semplicemente, lui è la storia della pallacanestro italiana.

Il suo palmares come giocatore non ha eguali: dieci scudetti vinti, oltre al privilegio di essere stato capitano della squadra olimpica a Roma nel 1960. Le generazioni under cinquanta lo ricordano però come l’allenatore italiano più vincente di sempre: tre scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe ma, soprattutto, la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Mosca nel 1980 e il titolo di campione europeo a Nantes nel 1983.

Sandro Gamba si occupa attualmente di formazione: è direttore tecnico del Centro studi e formazione in psicologia dello sport, nato nel 1995 per volontà della professoressa Marisa Muzio, un passato da atleta prima di diventare docente di Psicologia presso la Facoltà di Scienze Motorie e la Scuola di Specializzazione in Medicina dello Sport dell’Università degli Studi di Milano.

Passione per il lavoro, aggiornamento continuo e capacità di comunicare: sono questi i tre principi che guidano “coach” Gamba nella sua nuova attività. “La gestione del gruppo – spiega Gamba – è importante, sia in campo sportivo che in quello aziendale: l’allenatore che gestisce uno spogliatoio e il manager che dirige un’azienda amministrano entrambi un gruppo di persone. È un ruolo delicato, e per questo è necessaria una preparazione.”
Quali sono gli errori che un allenatore o un manager non devono mai compiere? “Nelle mie lezioni cerco sempre di far capire quanto possa influire l’allenatore sulla psicologia dei giocatori. L’allenatore può essere un modello positivo o negativo, aseconda di come si comporta: se nel mezzo di una partita io rimprovero un mio giocatore per un errore che ha commesso, io sbaglio, perché non è quello il momento di farlo. Allo stesso modo io sbaglio se do l’impressione al gruppo di fare differenze tra i singoli. Per evitare ciò, nella mia carriera di coach ho cercato di trattare tutti i giocatori allo stesso modo, in maniera da non creare malumori o suscitare gelosie. Addirittura capitava talvolta di rimproverare davanti a tutti Dino Meneghin [il più famoso cestista italiano di tutti i tempi, ndr] per un passaggio sbagliato o un movimento non eseguito correttamente; l’ho dovuto fare per far capire ai miei ragazzi che da me non avrebbero ricevuto trattamenti di favore, neanche se si fossero chiamati Meneghin.”
Una volta curato l’aspetto tecnico e psicologico, si scende in campo. “Se la partita è stata preparata bene, quando l’arbitro fischia l’inizio del match i giocatori sanno già cosa devono fare. A quel punto le parole del coach contano poco, e la gestione della partita viene rimessa nelle mani e nel cervello del playmaker, il giocatore con il quale l’allenatore mantiene un immaginario cavo di comunicazione.” L’allenatore può essere amico dei giocatori? “Io diventai da un giorno all’altro allenatore di coloro che fino al giorno prima erano i miei compagni di squadra. Feci loro un discorso molto chiaro, e cioè che potevamo sempre uscire la sera in compagnia, ma che quando ci si allenava i ruoli dovevano essere chiari: io dirigevo e loro mi dovevano seguire.”

Lo hanno seguito, con lui hanno vinto e dopo di loro altre generazioni di atleti si sono affermate sotto la sua guida. Adesso la panchina è stata sostituita dalla cattedra, ma dai ragazzi che lo vengono ad ascoltare lui continua a farsi chiamare “coach”.

Alessandro Modena