Innocenti spa: quando Milano fabbricava
Non siamo più tornati in quell’area sterminata dell’Ortica compresa tra via Rubattino e via Pitteri. Ci dicono che non è rimasto più niente di quelle ciminiere fumose che facevano sognare noi “colletti bianchi” sempre seduti alle nostre scrivanie: salpare per qualche isola esotica e sparire da tutto e da tutti.
Scomparse: probabilmente costrette a rimanere inoperose avevano deciso una volta per tutte di seguire il bianco vapore che erano solite sollevare per sciogliersi con lui nel cielo basso di Milano. Più niente di quella distesa di capannoni schierati a perdita d’occhio come l’accampamento sulla pianura di un esercito napoleonico nell’imminenza di una battaglia decisiva. E battaglia c’era ed era quotidiana la “ricerca” incessante di tecnologie e innovazione e i tentativi di conciliare idee e progetti con la concretezza della loro realizzazione.
Più nessuna traccia di quelle enormi “bocche” sul selciato nei pressi dei capannoni che sollevavano fumo nero-lacca nella notte a disperdere nel buio il mistero della sua origine e i segreti delle lavorazioni.
Segreti “coperti” altresì dal rumore assordante dei macchinari a regime ventiquattro ore su ventiquattro. Nessuno, ad eccezione degli addetti al loro funzionamento, che lo potesse sopportare e quindi nessun estraneo che si arrischiasse ad entrare in quelle officine delle idee e del fare.
Più nessuno di quelle migliaia di uomini, chi in tuta blu (gli operai generici), chi in tuta bianca (gli operai specializzati) che incrociandosi brulicavano come formiche impazzite e come le formiche ognuno con nella testa la memoria di un codice genetico che faceva loro svolgere un compito specifico da portare a compimento nel miglior modo possibile e nei tempi stabiliti.
Al posto di questo contesto di un tempo, pensante ed operante, ci riferiscono dell’esistenza di scatoloni per lo più prefabbricati, quegli stessi che vediamo aver riempito in ogni possibile spazio le periferie di Milano in particolare in prossimità degli svincoli autostradali. Siamo in molti ad essere all’oscuro (ma nemmeno spesso ce lo chiediamo) cosa di preciso contengano questi fantasmi metropolitani e che realtà commerciale od altro rappresentino. Ci limitiamo a sfiorarli con animo inquieto, rarefatti e silenziosi come sono e il più delle volte installati paradossalmente in un contesto di antica agricoltura o in una vegetazione del tutto naturale e spontanea. Così come si manifestano, possiamo solo immaginare che contengano tuttalpiù la sola aria, l’ultima rimasta imprigionata dentro la pareti, una volta ultimata la loro costruzione. E se un’attività la rappresentino, questa si svolge senza coinvolgere in nessun modo la nostra città e comunque senza avere nulla a che fare con la nostra esistenza, quella almeno di tutti i giorni.
Un’attività che probabilmente è tesa e vibra fra un casello autostradale ed altri caselli lontani; un dialogo che non percepiamo perché si svolge utilizzando vibrazioni invisibili e mute tra computer e altri computer disseminati nel mondo. Un operare, come si dice oggi, “virtuale” che permette uno scambio non di cose, ma di “servizi”. Se si riflette bene attorno a tutta questa astrazione che sta calando (sembra definitivamente) sull’attività degli uomini, bisogna anche riconoscere che tutto era già stato anticipato (come è nella sua natura premonitrice) dall’arte. Da tempo l’arte esprime “l’astratto”, essendosi “liberata” (come dicono i sostenitori del genere) da tutto ciò che ha a che fare con la figura e quindi dalla concretezza del nostro fare.
Ci resta a questo punto solo da sperare che tanta astrazione non ci dissolva tutti in futuro, come quelle ciminiere dell’Innocenti che inutilizzate, alla fine si sono decise a seguire il vapore che sollevavano, sciogliendosi nella sua inconsistenza…
Gianni Tavella
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