1948: dai balconi di via Gran Sasso
Sbuffavano di fatica i locomotori per un carico di storia decisamente troppo pesante per la loro capienza. Magari avessero rappresentato, che so, l’avanguardia di un’invasione pacifica di lillipuziani intenzionati a portare festa e allegria e in particolare a restituirci quelle favole che noi ragazzi ci eravamo perse, strozzate sul nascere nelle gole ansiose dei nostri genitori.
La realtà invece era che quei piccoli vagoni trainati dai loro minuscoli locomotori, erano semplicemente carichi dei detriti di quello che eravamo e correvano tra alte muraglie di neve che li sovrastavano minacciose.
Dovevano raggiungere un’area nei pressi dell’Idroscalo che finì per trasformarsi, grazie a quelle macerie, in una vera e propria collina.
Amaro destino quello di Milano che ha sempre desiderato poter vantare qualche altitudine, ma si è vista sempre costretta a vedere esaudita questa sua aspirazione con i resti di se stessa. Gira e rigira, è sempre contando su di sé che anche nelle circostanze in cui la si dava per morta, questa città ha trovato la forza di rigenerarsi. Filavano le ciminiere in miniatura, lasciando dietro di sé scie di vapore e di fumo nero come la pece ma dall’accattivante profumo della carbonella e delle caldarroste. Non si pensi comunque che quegli anni fossero pervasi solo dall’umore nero di quelle ciminiere. Se pensiamo all’immediato dopoguerra, qualche attimo di gioia autentica l’abbiamo pure vissuto. Nello stesso giorno della Liberazione gli adulti si erano scatenati la sera per le strade e nelle piazze (piazza Aspromonte si era trasformata in un battere d’occhio in una gigantesca sala da ballo all’aperto) in quei “bughi-vughi” che negli anni della guerra ci limitavamo ad ascoltare tenendo il volume della radio il più basso possibile (le proibitissime trasmissioni di Radio Londra).
Le gambe di quegli adulti in quella sera di baldoria, mosse soltanto sino allora e in rare occasioni dal languore del tango e del “liscio”, scosse invece dal nuovo ritmo si sintonizzarono, senza mai averla sperimentata, con l’eccitante novità. Quelle note liberatorie rappresentarono per tutti non solo un salto ritmico riferito alla danza, ma un vero e proprio balzo in avanti, in termini di esistenza, di almeno due o tre generazioni, a colmare in un solo colpo un “arretrato” enorme di ottimismo e modernità.
Tutti veramente vissuti questi precedenti di allegria, ma da qui a pensare che fossimo tornati alla normalità era proprio impensabile con tutte le cose che ancora rimanevano da fare in quella Milano ancora buia, coltri di polvere dei bombardamenti che si sollevavano a fatica, indugiando basse nel cielo come per riprendersi da un’emozione difficile a smaltirsi e bisognose di una lunga elaborazione degli avvenimenti.
A ostacolare l’espandersi delle polveri, la sua parte la faceva anche il resto del cielo, quello rimasto terso e immacolato sopra a loro: ignaro, per la sua altitudine di tutto quello che era accaduto sotto, opponeva una fiera resistenza rifiutando di farsi contaminare dalle ceneri e dal dolore di cui erano impregnate quelle esalazioni…
Gianni Tavella
Ma se ne vanno finalmente
Squassano i motori l’azzurro
Per l’ultima volta trema
Urtano le nubi
Già dal primo giorno
Premono ai confini
Non sanno
Se non quel cielo tornato vuoto
Che di nuovo tornano a riempire.
Da un frammento tratto dalla raccolta di poesie “Per nessuno più che ci sia” di Gianni Tavella – Edizioni MOBY DICK
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