Il futuro trasferimento dell’Istituto Nazionale dei Tumori (INT) dall’attuale sede di via Venezian all’area dell’ospedale Sacco continua a suscitare perplessità e malumori tra i dipendenti della struttura, che il prossimo 3 aprile si riuniranno in assemblea generale.
Per i cittadini di Zona 3 e gli utenti dell’istituto, il segno tangibile della protesta è il presidio all’ingresso, corredato di bandiere e pile di volantini, che dal 26 febbraio informa il pubblico e raccoglie le firme in difesa della sede storica, giunte ormai a quota 10.000. Resteranno delusi quanti volessero trovare una facile risposta alla domanda “chi ha ragione?”, perché la polemica ha mille sfaccettature e molte zone d’ombra.
Tutto è iniziato con l’annuncio della prossima realizzazione di un nuovo polo sanitario milanese, la “cittadella della salute”, che porterà all’accorpamento, nell’area dell’ospedale Sacco, dell’Istituto Neurologico Besta e dell’Istituto dei Tumori. Il nuovo complesso costerà 400 milioni di euro, per la quasi totalità finanziati dall’Inail, e disporrà di 1.300 posti letto: vale a dire gli attuali 500 del Sacco più altri 800 dei “nuovi” Besta e Tumori. I lavori partiranno entro la fine del 2007 e si concluderanno in 2-3 anni.
I vantaggi di questa operazione, secondo la Regione Lombardia, deriveranno dalla possibilità di sfruttare al massimo le potenzialità dei tre istituti, riducendo i costi della logistica ed evitando duplicazioni di reparti di eccellenza, come ad esempio neurochirurgia. Ma il trasferimento ha messo in allarme gli operatori dell’INT che, non va dimenticato, è la più importante struttura pubblica della Lombardia per lo studio e la cura del cancro.
La prima lamentela riguarda le forti spese sostenute negli anni recenti per il suo ammodernamento, che risulterebbero vanificate. “Abbiamo quantificato, per difetto, in 120 miliardi di lire i costi dei lavori di ristrutturazione svolti negli ultimi 20 anni”, spiega Franca Gaetano, rappresentante sindacale Cgil. “Per non parlare dei lavori iniziati anni fa nell’edificio di via Amadeo ex Siemens, ora fermi e per i quali l’Istituto versa quotidianamente 5.000 euro di penale. Lì avrebbe dovuto trasferirsi il dipartimento di oncologia sperimentale e lo stabulario”, cioé gli spazi dove sono allevati gli animali a scopo di studio e osservazione.
In effetti, colpisce l’assenza di una programmazione più attenta delle spese, che avrebbe evitato di gettare soldi al vento.
“Cosa succederà dei nostri reparti gioiello come pediatria e trapianto del fegato, del nuovissimo hospice, di ginecologia e chirurgia toracica che sono state appena rinnovate?”, si chiede Donato Ficchì, del “Comitato INT via Venezian” sorto proprio per il mantenimento della sede storica e attuale.
Per Pasquale Brunacci, coordinatore della Rsu (Rappresentanza sindacale unitaria), il problema maggiore riguarda la natura stessa dell’INT, per cui “se la nostra funzione resta quella di istituto di ricerca, non vediamo da dove nasca questa necessità di allargamento”. Un centro di eccellenza per la ricerca come l’INT, infatti, non va inteso come semplice ospedale, cioé come puro fornitore di cure ai pazienti, bensì come “grande laboratorio” dove sperimentare e ricercare nuove strade nella lotta al cancro. Non è quindi il numero dei posti letto che deve aumentare, è l’obiezione dei rappresentanti sindacali, ma piuttosto dovrebbe crescere la quota di fondi destinata alla ricerca.
Il timore maggiore è proprio questo: che l’INT, da fiore all’occhiello della ricerca pubblica, risulti totalmente snaturato dopo il trasferimento. Un timore alimentato anche dalla notizia che in posizione opposta rispetto alla “cittadella della salute”, cioé a sud di Milano, verrà realizzata una “città della scienza” con la nascita del Cerba, il Centro europeo di ricerca biomedica avanzata, derivato dall’accorpamento dell’Istituto Europeo di Oncologia diretto da Umberto Veronesi e il Centro cardiologico Monzino. Un intervento del valore di oltre 1 miliardo di euro, finanziato con capitali privati di un pool di banche e assicurazioni.
“Non abbiamo niente contro un polo di ricerca privato”, ribadisce Franca Gaetano, “ma vogliamo che continui ad esistere anche un importante polo di ricerca pubblico come il nostro”.
Per il presidente della Fondazione a capo dell’INT, Carlo Borsani, nessuno di questi timori sembra fondato. “Il trasferimento in un ambiente nuovo, razionale e moderno, non porterà che vantaggi ai lavoratori e ai pazienti, per non parlare dell’albergo che sarà realizzato per ospitare i parenti dei malati”. Quanto alle spese sostenute sinora in via Venezian, secondo Borsani sono state necessarie “per mantenere operativa la struttura, che nel frattempo e fino al trasferimento deve comunque poter lavorare”.
Ma è all’obiezione più importante che il presidente reagisce con forza. “Affossare l’Istituto? E’ l’esatto contrario: non vogliamo affossare la ricerca, ma anzi creare un centro di riferimento per la ricerca pubblica, a maggior ragione ora che c’è il Cerba. Sarà una cittadella della ricerca e della salute, in quanto la cura discende dalla ricerca”.
Per Borsani “l’INT conserverà la sua specificità, e anzi sarà potenziata dal fatto di poter dialogare meglio con il Besta per quanto riguarda la parte neurologica. Il nostro nome non può essere lasciato andare. Ma se restiamo qui, in questa struttura vetusta, mentre il Cerba cresce, rischiamo di perdere terreno agli occhi del pubblico”. Quanto alla sorte degli edifici di via Venezian e via Amadeo (dove i lavori di ristrutturazione, informa Borsani, riprenderanno all’inizio di aprile), parte sarà venduta e parte accoglierà ambulatori di analisi e spazi per le prime visite, anche per garantire al bacino d’utenza della zona la permanenza di un’adeguata struttura medica.
Difficile dire se il trasferimento dell’INT sia, come dicono i suoi sostenitori, “un’occasione storica per la regione e per l’Italia”, o se esista davvero il rischio che il tutto si risolva in “un’operazione immobiliare poco trasparente” come affermano i detrattori. Dal punto di vista della cittadinanza, l’auspicio è che, in ogni caso, la vigilanza sull’operazione resti alta, magari aiutata anche da una maggiore attenzione degli organi di stampa, finora poco interessati a quanto sta succedendo in via Venezian.
Valeria Andreoli
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