All’incrocio di via Pacini con via Ponzio, a metà circa della carreggiata, c’è un tombino dal quale, nelle giornate più fredde, filtra un leggero velo di vapore. Sotto di esso si apre un ampio ambiente, dalla volta a cupola culminante proprio in quel tombino e sovrastante la confluenza di cinque canali d’acqua. Una scala a chiocciola in beola, dalle proporzioni armoniche ed eleganti, discende dal livello stradale fino a un camminamento, dal quale è possibile osservare lo scorrere dell’acqua attraverso ampie bifore dalle belle colonne cilindriche, di ispirazione razionalista.
E’ un luogo che sorprende per il rigore architettonico e la ricercatezza formale, ma ancor più per la funzione che esso svolge: si tratta della confluenza sotterranea di cinque canali fognari, realizzata negli anni Venti durante la fase di sviluppo urbanistico delle aree cittadine oggi riunite nella Zona 3. “Era una zona in forte espansione all’epoca, e dal punto di vista della rete fognaria si tratta di una tra le meglio progettate in Milano”, spiega l’ingegnere Maurizio Brown, direttore delle Acque Reflue di Metropolitana Milanese Spa, la società che dal 2003 gestisce il Servizio Idrico Integrato della città: vale a dire tutte quelle attività che vanno dal pompaggio dell’acqua attingendo alla falda sotterranea, fino allo smaltimento e depurazione delle acque reflue. “D’altra parte - aggiunge Brown - fino agli anni ‘60 la progettazione delle fognature ha sempre preceduto la realizzazione dei palazzi in superficie, e questo ha consentito di lavorare al meglio; poi, con il boom edilizio, si è spesso dovuto rincorrere l’edificazione delle case, e in alcuni casi si sono verificati problemi che hanno richiesto la realizzazione di importanti interventi nel corso degli anni Ottanta, soprattutto nell’area più occidentale di Milano”.

Quello di via Ponzio è un cosiddetto “manufatto di confluenza”, dove i quattro piccoli canali fognari che servono via Pacini, due da est e due da ovest, e un canale più grande proveniente da via Teodosio si sommano a formare un unico condotto. Poco più a sud, all’incrocio di via Ponzio con via Bonardi, le acque di questo condotto confluiscono in un canale ancora più ampio, a formare un grande fiume sotterraneo di oltre 4 metri di larghezza che punta dritto a sud, verso l’impianto di depurazione di Nosedo. Occorre fare subito una precisazione: la rete di fognature milanese è di tipo unitario, cioé le acque di rifiuto e quelle di pioggia vengono raccolte in un unico condotto. Ciò che scorre nei suoi canali è poco dissimile, almeno a occhio (e naso) nudo, dalle acque torbide di un fiume particolarmente inquinato. I canali più piccoli, come quelli di via Pacini, appartengono alla rete minore, che serve strada per strada tutta Milano; hanno sezione ovoidale (altezza m. 1,20, larghezza m. 0,80) cosiddetta “inglese”, appositamente studiata per evitare che l’acqua ristagni e lasci depositi.
A Milano, infatti, lo scorrimento delle acque di scarico può rappresentare un problema, dato che il territorio comunale è caratterizzato da una bassissima pendenza del suolo (1-2 per mille, in direzione nord-ovest sud-est): ma proprio la particolare conformazione dei condotti consente all’acqua di mantenere velocità. Nessun dettaglio del manufatto di via Ponzio è lasciato al caso. L’ambiente è in granito, inattaccabile dai gas e dall’umidità. Il fondo dei canali è in gres, una ceramica di grande resistenza alle abrasioni, e le pareti sono in calcestruzzo. Lungo i canali, ogni trenta metri circa si apre una cameretta, per facilitare la periodica ispezione da parte dei tecnici. Le curve di confluenza, vale a dire le pareti che assottigliandosi via via assecondano lo scorrere delle acque nei punti di confluenza, evitano la creazione di turbolenze e quindi lo sviluppo di gas. Al centro della volta, un foro di areazione assicura un adeguato afflusso d’aria: la rete fognaria milanese, infatti, è areata, e questo da una parte ne facilita l’ispezione in quanto non è indispensabile l’uso di maschere, ma soprattutto inibisce la formazione di idrogeno solforato derivante dall’azione dei batteri anaerobici sulle sostanze organiche disciolte nelle acque di scarico. L’idrogeno solforato è un gas letale, che può essere inodore, e che evaporando si condensa e produce, combinandosi con l’acqua, acido solforico, un potente corrosivo per le strutture.
Infine, le beole delle scale e dei camminamenti, oltre a essere resistenti all’umidità, non sono sdrucciolevoli neanche quando bagnate. Nel tempo la scelta dei materiali e delle forme si è rivelata ideale se, come racconta Brown, “questo manufatto non ha mai avuto bisogno di manutenzione strutturale da quando è stato costruito”.
Tutta le rete di fognatura in generale ha dimostrato una durabilità considerevole, visto che la sua età media ha già superato abbondantemente i sessant’anni e alcuni condotti sono stati realizzati addirittura 100-120 anni fa. Tuttavia in questi ultimi anni è stata avviata una vasta operazione di manutenzione, in particolare dei collettori più vecchi, ricorrendo a tecnologie innovative di rinforzo e rinnovo che non comportano disagi per la viabilità. Gli interventi si svolgono operando dall’interno, asportando gli strati degradati dell’intonaco di calcestruzzo, sigillando le eventuali lesioni e ricostituendo le pareti delle volte con malte speciali fibro-rinforzate. Un intervento di questo tipo si sta verificando sul collettore di ampliamento est nel tratto compreso tra via Pascal e viale Corsica: unici indizi che vi siano lavori in corso sono le piccole recinzioni di piazzale Gorini, dove sono depositati il materiale e le attrezzature impiegati. Grazie a quest’opera di rinnovo, il collettore non richiederà altra manutenzione sostanziale per molti decenni.
Del manufatto di via Ponzio sorprende la cura degli aspetti estetici, peraltro mai fine a se stessa: le eleganti bifore, per esempio, consentono ai tecnici di verificare il funzionamento del manufatto e di fare misurazioni anche quando l’ambiente, a causa di forti piogge, è quasi interamente invaso dall’acqua. Un felice matrimonio tra estetica e funzionalità che Milano sembra aver dimenticato, almeno a giudicare dal modus operandi adottato in città negli ultimi decenni.Dai canali più piccoli, che hanno una portata di 800 litri al secondo, le acque reflue scorrono verso condotti via via più ampi fino ai collettori principali (altezza m. 3,20, larghezza m. 4,60, con una portata di 20.000 litri al secondo), e infine agli impianti di depurazione.
E’ un vero e proprio reticolo sotterraneo, una sorta di “sistema linfatico” della città costruito secondo uno schema a maglie progettato per affrontare senza traumi anche l’afflusso di grandi quantità d’acqua, per esempio dopo abbondanti piogge. Infatti, quando un potente acquazzonescarica in rete troppa acqua in poco tempo, c’è il rischio che i collettori principali non riescano a scaricarla adeguatamente. Ma una rete a maglie sfrutta il principio in base al quale l’acqua scorre nella direzione in cui incontra meno resistenza: in assenza di forte pendenza, quindi, l’acqua piovana può distribuirsi lungo tutta la rete riversandosi nei canali più periferici e arrivando con ritardo ai collettori, per consentire uno scarico più graduale.
Tale impostazione è frutto dell’ingegno di Felice Poggi, progettista anche dell’acquedotto, che a fine Ottocento coordinò la stesura del “Progetto per la fognatura generale della città”. Fu lui a suddividere il territorio comunale in zone, ognuna servita da collettori quasi paralleli collegati trasversalmente da condotti minori, che in caso di piogge intense servivano proprio da scolmatori. A questo punto, però, sorge spontanea una domanda: perché mai, con una rete fognaria così efficiente, a ogni acquazzone gli incroci stradali diventano laghetti melmosi, impossibili da attraversare per i poveri passanti? “Il problema - precisa Brown - è il drenaggio della strada, vuoi perché i pozzetti sono ostruiti dalla spazzatura, vuoi perché gli strati di asfalto sovrapposti li hanno ridotti a fessure”.
La destinazione finale delle acque reflue milanesi è a sud, nei tre impianti di depurazione, realizzati con grande ritardo rispetto alle necessità della città e attivi soltanto a partire dal 2003: quello di Peschiera Borromeo, che gestisce circa il 10% del territorio cittadino, vale a dire la porzione orientale più esterna; l’impianto di Nosedo, che serve tutto il centro storico e la fascia nord-orientale, tra cui la zona 3, fino alla cintura ferroviaria, vale a dire circa il 50% del territorio cittadino. Si tratta, se non del bacino più ampio, sicuramente di quello più urbanizzato.
Infine il depuratore di San Rocco, che serve la zona ovest e sud-ovest di Milano.“Tutti e tre gli impianti di Milano sono tra i migliori esistenti”, afferma Brown, “in quanto sono stati costruiti per effettuare una ‘depurazione spinta’, cioé del tipo che si applica a aree sensibili come laghi o aree di pregio ambientale”. Le acque depurate vengono scaricate nel Lambro, nella Roggia Vettabbia e nel Cavo Redefossi, “ma teniamo presente che oltre il 50% delle acque vanno all’agricoltura”. In estate, poi, quando i consorzi agricoli che rilevano l’acqua depurata di Nosedo se la litigano fino all’ultima goccia per l’irrigazione dei campi assetati, si può tranquillamente affermare che ben poca dell’acqua in uscita da Milano riesce a giungere fino al Po. Quanto ai “manufatti di confluenza”, resta il rammarico per il fatto che simili opere non siano visitabili da tutti. “E’ un problema di sicurezza”, spiega la dottoressa Dirce Giammarchi, responsabile delle Relazioni Istituzionali. “Ma non in quanto le strutture possano rappresentare un pericolo per i visitatori, bensì per il rischio di attentati”. Un altro lascito, imprevedibile quanto sgradevole, dell’11 settembre 2001. Valeria Andreoli
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