Milano, il dialetto, le canzoni, le memorie
Nanni Svampa racconta
Il Cabaret Concerto di Nanni Svampa si tiene in Zona 4, al Nuovo Teatro Oscar di via Lattanzio, ma le sue parole, i suoi ricordi, e le sue canzoni, rimandano ai luoghi vissuti da bambino e ragazzo, fra le zone Venezia e Città Studi.
E’ per questo motivo che gli chiediamo un’intervista, e al termine dell’ultimo spettacolo domenicale Nanni Svampa si accomoda con noi nel foyer del teatro per raccontarci un po’ dei suoi ricordi, anche se poi il discorso si amplierà…...
Eccoci di fronte a Nanni Svampa che i lettori certamente conoscono per le sue canzoni, per essere stato uno dei "Gufi", per essere da sempre il cantore di Brassens, di cui ha tradotto le canzoni in milanese, regalandoci esilaranti interpretazioni, sempre però con una morale.
Iniziamo con la domanda più ovvia ovvero quali ricordi ha della zona 3 di allora.

"Mi ricordo le uscite con gli schettini fino in piazza Da Vinci, o quando alla sera si girava in via Ponchielli e via Ozanam a giocare a pallone. Poi, anche se non ero proprio adatto, giocavamo a pallacanestro all'oratorio di San Gregorio oppure all'uscita della scuola facevamo di due tombini le nostre porte, il pallone era un sasso e si giocava. Tiravamo tardi alla sala giochi che era sotto il cinema, nel palazzo dove c'erano le calzature Barbieri. Partite a calcio balilla e madri arrabbiate per i perenni ritardi.
Corso Buenos Aires era un salotto ai nostri tempi; al massimo si arrivava in San Babila dal Pedrinis dove facevano un toast squisito con una salsa di vongole. Facevamo vita di quartiere, non ci allontanavamo tanto; al massimo fino al Giuriati o all'Ortica che era la meta per andare in camporella”.
Saltano poi fuori dai cassetti della memoria tanti aneddoti, particolari come alcuni personaggi che giravano per il quartiere.
"Quando ero alle medie, c'era il gelataio (il gelato era schifoso) che girava col carretto, lo stesso che in inverno usava per le caldarroste. C'era poi un personaggio strano, probabilmente un reduce, fuori di testa con gli occhi iniettati di sangue, ma era di certo per l'effetto del vino. Si fermava all'angolo di piazza Bacone e gridava: "Perché loro hanno in mano l'esercito, culattoni della bassa Italia", e se ne andava. Una frase ermetica che non sapevamo cosa volesse dire e di certo non andavamo a chiederne il significato. Pensandoci dopo, era di certo un trauma della guerra. Poi c'erano altri personaggi, come la classica portinaia milanese, donnoni imponenti, che non ti facevano giocare nel cortile. E poi i ragazzi di Buenos Aires, non che facessero la vita, ma con la scusa di vendere i pacchetti del pronto soccorso cercavano di agganciare”.
C'erano trattorie o locali che le sono rimasti impressi?
“Da giovane non sono stato mai frequentatore di bar salvo quando, diventato adulto, andavo con gli amici al Gatto nero all'Ortica. In zona Buenos Aires non c'era granché. Poi ho iniziato a frequentare i cabaret, lontano dalla mia zona, e ci si ritrovava nei bar che restavano aperti fino alle 4 di notte come quello vicino al Refettorio (altro locale storico del cabaret milanese n.d.r.), o altri dove si incontravano giornalisti, scrittori a tirare l'alba, con altri amici. Come quello che aveva affittato un garage e lo aveva riempito di divani: arrivavamo alle tre di notte e tiravamo mattina mentre lui si metteva alla macchina per scrivere e traduceva dall'inglese”.
Ricordando cabaret e cantine, ai tempi le chiamavano caves per fare molto francese, Nanni racconta come il padre lo volesse impiegato con un buon posto di lavoro, mentre la musica, Brassens, gli incontri con altri musicisti gli avevano fatto intraprendere un’altra carriera. Naturale allora la domanda su quale reazione avessero avuto i suoi genitori davanti a quella scelta.
“Reagirono in modo diverso. Mia madre ad esempio andava alla Standa di Buenos Aires a spostare i miei dischi davanti agli altri. Mio padre sperava che dopo l'università e il militare mettessi la testa a posto. Invece mi sono messo a fare questo mestiere. Anche se dava l'impressione dell'incazzato, mio padre quando andava al paese diceva agli amici "Te vist el mè fioeu?”. Un altro esempio? Nel giugno 64 ho accettato di fare la parte del cantastorie nel Tarfante al Manzoni. Mia madre e mia sorella erano in teatro. Mio padre per ripicca andò alla birreria Porta Renza”.
Nanni Svampa è un fiume in piena, i ricordi vanno dal lago Maggiore (dove ha passato alcuni anni da bambino durante la guerra) a Milano, agli anni dei primi debutti e tutta una serie di memorie che ha fissato in un suo libro “Scherzi della memoria”, dove tra l’altro abbiamo scoperto che il Nanni ha dedicato una canzone alla Cascina Rosa e al contadino che allevava mucche a ridosso della ferrovia di Lambrate. La Cascina Rosa che oggi, fatiscente, si può vedere vicino a largo Murani.
Raccontando di canzoni e di milanesità, Svampa lamenta come oggi il dialetto stia morendo e di come a Milano non esista più.
“La lingua dialettale sta morendo. Concepire la lingua dialettale come una lingua che si parlava al bar, all'osteria, è superficiale. Sono lingue vere e proprie dove c’è uno strato leggero di lingua parlata ma in continua evoluzione e poi altri strati: di canzone popolare, di poesia, commedia, letteratura. Un ragazzo oggi fa bene a studiare il latino o la letteratura inglese, ma dovrebbe studiare anche il patrimonio letterario che c'è dietro questa lingua bistrattata dai poteri centrali chiamata dialetto. Siamo in un paese dove puoi cambiare 400 regimi ma dall'unità d'Italia ci sono stati solo regimi statalisti che non hanno capito l'importanza del dialetto e della concezione di uno stato federale. Un concetto che secondo me doveva esser nella costituente. Forse se ne avrebbe avuto giovamento, in ogni senso. Dalla cultura all’imprenditoria, meno assistenzialismo, maggiore autonomia ma con uno Stato presente con i suoi ammortizzatori”.
Definitivamente finito il dialetto allora?
“A Milano di certo, difficile sentirlo in giro, usarlo in ufficio poi… e questo è conseguenza della megalopoli dove tutti convergono. Nel resto della Lombardia non è così: si va a lavorare a Varese ma alla sera si torna nel proprio paese e lì si continua ad usare il dialetto. Come in Veneto o in Liguria dove le infiltrazioni sono state minori e si sono mantenute tradizioni e lingua. Per non parlare del sud. C'è una grande forza tradizionale dietro al dialetto napoletano”.
Svampa però continua a coltivare questa passione, prosegue nel suo lavoro di ricerca e infatti: “Sto preparando un’antologia dei grandi autori milanesi. Faccio un lavoro da bibliotecario, da preservatore. A me interessa la memoria più che la nostalgia e quindi queste cose le faccio per la memoria e poi servono a stimolare la conoscenza della poesia e della letteratura”.
E per fare questo, per scrivere i suoi libri su una dimensione che Milano non ha più, ha scelto da anni la tranquillità del “suo” lago Maggiore. A Porto Valtravaglia ha ritrovato una sua dimensione, ha messo radici sul lago. Il giro di amicizie in paese, i conoscenti nel paese dei genitori, la cura dell’orto o le uscite in barca.
Un’ultima domanda. Torna volentieri a Milano?
“No. È un casino, è una città di maleducati, sporca, vengo solo per lavoro, due, tre giorni. Poi sto magari un mese lontano ma non mi manca. Ho un rapporto odio-amore con Milano, però mi fa piacere rivedere il mio quartiere". E poi torna sul lago.
Stefania Aleni - Sergio Biagini
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