Un viaggio nel tempo tra giochi e giocattoli

È il più grande in Italia, in Europa non ha rivali e nel mondo non ne esistono di simili. È il Museo del giocattolo di Milano, in via Pitteri, ospitato nella sede dei Martinitt, che con le sue sale ci conduce attraverso il tempo a conoscere i giochi e i giocattoli che hanno fatto compagnia ai bambini dalla fine del 1600 fino agli ani Sessanta del 1900.
Un viaggio temporale con bambole, soldatini, pupazzi, giochi meccanici, giochi di società per conoscere il cambiamento avvenuto nel tempo dei compagni dei nostri figli, dei nostri nipoti.

Ne parlo con Alessandro Branzini, figlio d’arte per aver raccolto il testimone dal padre, responsabile di questo Museo, bello ma dimenticato dai milanesi.
“Sì, può sembrare strano ma l’utenza che visita il nostro museo arriva per lo più da altre province. Bergamo è quella che utilizza di più la nostra struttura ma anche dalle altre province lombarde sono in tanti che arrivano da noi. Non che i milanesi non vengano, ma sono in netta minoranza”.

Come nasce questo museo e quando?
“Dalla raccolta che mio padre ha iniziato per passione e che lo ha portato a costituire un patrimonio storico, oltre che economico, ma non è questa la parte che c’interessa, d’indubbio valore. È stato difficile trovarli e scovarli ma dopo anni di paziente ricerca siamo arrivati ad avere una collezione che qui ci permette di esporne 2000 oltre a quelli che sono a Santo Stefano Lodigiano nella casa dei miei genitori (2500 pezzi più una raccolta di tavole di disegni di Rubino, uno dei primi illustratori del Corriere dei Piccoli che molti dei nostri lettori ricorderanno) e gli altri che abbiamo in magazzino e che utilizzeremo.

“I giocattoli che sono qui vanno dalla fine del 1600 fino al 1960 circa e possiamo dire di essere un museo “in progress” in quanto cerchiamo di arricchirlo e ingrandirlo con nuove esposizioni usando quelli che sono in magazzino, valutando quali sono da esporre per il loro valore storico”.
Ricordo che avete iniziato in uno spazio molto ridotto sul Naviglio e poi avete trovato questa sede dove rimarrete ancora per due anni. Vero?
“I Navigli è stata la prima sede nel 1989 dopo che dieci anni prima avevamo promosso una mostra itinerante con la nostra collezione. Nell’89 la Provincia aveva visto qualità nel nostro lavoro e ci aveva dato un aiuto per trovare la collocazione.È vero, stiamo per fare trasloco. Ci hanno chiesto i locali e due anni fa abbiamo già preso contatti con il Comune di Cormano e nel 2008 il progetto si realizzerà. Un museo alloggiato in un padiglione d’archeologia industriale molto bello che diverrà un polo per bambini, con un teatro e una biblioteca specialistica. Spiace dirlo, ma Milano non ha interesse per un museo di questo tipo. E infine mi spiace lasciare questo posto pieno di storia”.

Tanti giocattoli che prenderanno la via di Cormano “che se vogliamo vedere è più vicino a Milano di quanto si pensi. In un quarto d’ora con le Nord si arriva”.
A proposito di giocattoli, nella presentazione su internet mi ha colpito una frase: “È il bambino a dignificarlo”.
“Oggi i giocattoli danno ordini ai bambini, sono loro che spesso conducono il gioco. Un tempo il giocattolo era lo strumento che veniva utilizzato dai bambini per inventare storie, situazioni a seconda del tempo e a quel punto il giocattolo acquistava valore, dignità”.

Nel frattempo Alessandro ha avuto tempo di rispondere quattro volte al telefono alle richieste di prenotazione delle scuole per una visita, confermandole, ma solo per il mese di marzo 2007. Scuole che arrivano qua sia per vedere il museo in sé sia per partecipare ad uno dei laboratori organizzati. Laboratori dove si creano, ovviamente, giocattoli partendo da materiale povero, e così appesi al soffitto nelle aule volteggiano aerei costruiti con bottiglie dell’acqua o strani robot in latta e plastica sono appoggiati sulle mensole. Mentre Alessandro mi mostra questo fa da sottofondo, a riprova dell’interesse, il vociare di ragazzi che davanti alle vetrine lanciano Oh! di meraviglia o si danno di gomito dicendosi “Guarda, guarda quel giocattolo”.

E le scuole rappresentano il maggior introito di questo museo che, grazie ad attività didattiche esclusive che vengono messe a punto, riesce a sostenere le spese di gestione. Esiste anche un contributo da parte del Comune per specifiche iniziative, ma viene elargito solo dopo che l’iniziativa viene effettuata e il rimborso non supera il 75% e non sempre c’è. “Prima bisogna spendere, poi forse rivediamo i quattrini” – precisa Alessandro.

Infine Branzini mi accompagna a vedere le vetrine illustrandomi i vari giochi. Bellissime bambole di porcellana con le gote rosa e scatole di giochi antenati degli odierni puzzle, in un angolo la scatola del Monopoli del Ventennio con riferimenti all’impero italiano o la vetrina dove numerosi Pinocchio mi guardano. Non potevano mancare i giochi di guerra con soldatini, castelli medioevali, cannoni e truppe. “Guardi quei soldatini – mi indica Alessandro -. Sono particolari e difficili da trovare: sono ritratti non in atteggiamento guerresco ma mentre si lavano, si radono, lavano i propri indumenti”.

Man mano che proseguo nella visita i giocattoli si fanno più “tecnologici”. Cambiano i materiali, le forme si raffinano, i particolari sono molto più dettagliati. Né mancano i classici trenini elettrici o le automobiline a pedali fino ad arrivare ai giocattoli degli anni ‘60 sempre più sofisticati. Qui si ferma il viaggio nel tempo ma prima di uscire dalla mostra un altro passo all’indietro: nell’ultima sala è stata ricostruita con pezzi originali una classe degli inizi del ‘900 con i banchi con il buco per il calamaio (per i giovani, quell’aggeggio che conteneva l’inchiostro), una bellissima lavagna rotante con le righe su una faccia e i quadretti sull’altra. Particolare la cattedra: sembra un leggio.
Restano meno di due anni ai milanesi per scoprire questo museo.
Sergio Biagini