Corso Buenos Aires: fiume di umanità
In prima battuta, quando penso al territorio della Zona 3, ancor prima di sfogliarne le immagini, non posso evitare di identificarlo nel Corso Buenos Aires, un viale irripetibile che nella nostra città, privata delle sue acque dalla stupidità istituzionale di certi anni, restituisce in umanità che scorre come un autentico fiume, quel danno irreparabile.
Un fiume in ogni suo istante “in piena” e nel quale si gettano, alimentandolo senza sosta e da ogni angolo, affluenti che nascono da quartieri tra loro contrapposti sia per ceto sociale sia culturale ed etnico.
Da alcuni lati gente che piove dai cascami di ruggine delle ringhiere di case popolari, ragnatele che sprofondano sempre più per il peso della povertà che aumenta e rimane ancor oggi imprigionata nelle sue maglie. Da altri lati persone che affluiscono da quartieri residenziali o da quelle piccole e riservate ville liberty, vere casseforti di un benessere sotto chiave che viene consumato da generazione in generazione senza lasciarne attorno una sola briciola.
Ai margini del Corso, strisciando la propria vanità lungo i muri degli edifici, un canale parallelo formato da coloro (in prevalenza signore) che lo percorrono ipnotizzati dagli articoli in mostra nelle vetrine. Merce accumulata in uno studiato disordine, il più vicino possibile a quello dei desideri confusi dei clienti. Abiti e stoffe di ogni genere, per lo più provenienti da etnie a da epoche le più disparate. Epoche e culture estranee tra loro per spazio e tempo, accatastate lì senza distinzione esprimono quell’aria disorientata che procura loro il reciproco contatto.
Un canale, quest’ultimo, che procede ad una velocità ridotta, tale da “cucinare” a fuoco lento i desideri, sino a farli lievitare e alla fine traboccare incontenibili.
La sua lentezza non interferisce col corso principale che ha invece la velocità della pallina da roulette, quella velocità che è propria degli affari, dei gesti dei brokers, azzardo e guadagno immediato, “lampeggiato” da quei segnali rapidi e misteriosi che gli africani si lanciano con lo sguardo per comunicare tra loro quando ci vogliono escludere dalle loro intenzioni ed esprimere liberamente i loro pensieri. Per contro, gremito com’è sino all’inverosimile da mille piccole faccende e minuscole compravendite, l’estenuanti saracene contrattazioni, lunghe quanto l’arco del sole e le cui ombre riverse all’alba ad Ovest, si estendono ad Est al tramonto. In fondo, appartato nel tempo, estraneo al via vai febbrile del Corso ma che la nostra memoria non può evitare di intravedere anche da distanza, Piazzale Loreto.
Molti di noi che hanno vissuto certi anni della storia, la sfiorano ancora oggi con un brivido, con nelle orecchie i colpi (là proprio nel centro del Piazzale) dei fucili fascisti su una schiera muta di cittadini inermi, sacchi vuoti che si afflosciarono senza più a tenerli assieme, il respiro dei loro pensieri. E, sempre nello stesso punto del piazzale, negli occhi le immagini di Mussolini e la sua compagna messi a penzolare già morti, a testa in giù, appesi a un cappio attorno ai piedi, perché “rigettassero” tutta la storia di cui erano stati responsabili. E gli sputi sui loro volti di quella madre vestita di nero che urlando i nomi dei propri figli morti nella guerra partigiana, sparava su quei corpi tutta la sua disperazione. Pallottole che fischiando sulla storia di quegli anni la trapassavano da parte a parte, permettendo che ne nascesse una nuova.
Ora questa “arena” è stata completamente trasformata: aiuole fiorite dappertutto e percorsi obbligati che ti allontanano da quel punto preciso della memoria, pensati con il proposito di “rimuoverla” per sempre. A ristabilire in parte le nostre origini e i nostri costumi, la domenica il baracchino ancora dello zucchero filato al quale ci avvicinavamo da bambini, più attratti dalla “magia” di quella lavorazione che dalla gola: un buco vuoto che dal “sottosuolo” soffiava impetuoso (“ma chi c’era sotto a soffiare?”) facendo uscire invisibili capelli di zucchero che si materializzavano quando l’artigiano li arrotolava attorno ad un bastoncino. Il loro gusto, mah, ancora adesso mi riesce difficile definirlo; il profumo sì, era buono, proprio quello dello zucchero al velo, ma quando questo gomitolo lo portavamo alla bocca, il suo sapore era pressoché inesistente. Ma l’effimero avvolto attorno al bastoncino di cui non riuscivamo a trovare il gusto, ma solo sentirne l’aroma, ci spingeva a riprovarci ancora e poi ancora. Lo stesso splendido effimero del quale sono strapiene le vetrine di quei negozi allineati senza soluzione di continuità, dai quali usciamo con l’acquisto tra le mani con una soddisfazione, dentro di noi, senza sapore. Più avanti il gazebo dell’uomo cieco della lotteria che augura buona fortuna a tutti. Martella ossessivamente il ripiano del suo banchetto per richiamare l’attenzione di un mondo che non vede e della cui esistenza non ha certezza. Negli specchi dei suoi occhiali neri, il passaggio delle nostre presenze. In questa anonima folla che ci rende indistinti, unici “testimoni”, quegli spessi occhiali neri, del nostro esistere.
Lunga vita a te, che sei infinitamente lungo quanto straordinario e irripetibile, Corso Buenos Aires di ieri e di oggi.
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