Il Politecnico e la Zona 3.
“Milano città universitaria” è un motto consolidato: esprime, senza alcuna retorica, una delle specificità più importanti del capoluogo lombardo rendendolo competitivo in uno scenario internazionale. Le università milanesi, peraltro, formano parte inscindibile di un sistema universitario lombardo che a maggior ragione pone la nostra città all’avanguardia del mondo della ricerca. Se osserviamo la Zona 3 troviamo conferma di quanto detto con la sede del Politecnico: un polo universitario che rappresenta la più importante funzione pubblica della circoscrizione e che a partire dalla sede storica di Piazza Leonardo da Vinci si è sempre più radicato nella città giungendo fino a via Golgi, coinvolgendo anche altre strutture di servizi come le case per studenti di viale Romagna, via Bassini e l’appena inaugurato pensionato in via Pitteri oltre ai nuovi spazi didattici di via Paisiello. In breve, un isolato urbano concentrato nell’ambito centrale della Zona con delle propaggini che si insinuano in diverse direzioni: anche dal solo punto di vista morfologico, se osserviamo una planimetria della Zona 3, ci si rende conto del peso di questa “infrastruttura della cultura e delle idee” che a tutti gli effetti è una città nella città. Vista l’importanza di tale presenza, siamo andati ad intervistare Alessandro Balducci, direttore del Dipartimento di Architettura e Pianificazione (DiAP) della facoltà di Architettura, il quale ci ha ricevuto nel suo ufficio di via Bonardi in un pomeriggio di ottobre che vedeva gli spazi dell’università brulicare di centinaia di studenti intenti a seguire i nuovi corsi accademici: Balducci è un docente attento alla gestione della ricerca universitaria ma anche un urbanistica attivo nel guidare una collaborazione attiva tra il Politecnico e le altre Istituzioni pubbliche per affrontare i problemi della città, alla grande scala regionale e internazionale come alla dimensione fisica e sociale più minuta del quartiere. Per fare solo un esempio: Il DiAP ha recentemente collaborato con il Comune di Milano per la scelta dei progetti di residenza pubblica uno dei quali localizzato proprio nella Zona 3, in via Civitavecchia.
Oggetto della conversazione è stata la relazione che oggi esiste tra il Politecnico e la Zona 3 nonché quella che potrebbe essere pensata per il futuro. Una relazione di grande potenzialità ma che tutt’ora viene percepita attraverso i suoi aspetti meno positivi e che Balducci propone di affrontare attraverso la costruzione di un necessario pensiero comune tra università e città: “Si potrebbe affrontare in modo diverso i problemi che una popolazione come quella studentesca induce sul quartiere. Dai temi di pressione sul mercato abitativo, pensando a soluzioni di accoglienza diverse e ad una qualche politica per contenere i prezzi, ai nuovi servizi che possano mettere in contatto gli studenti con la città”.
Quali altre problematiche sono individuabili? “Ad esempio, tutto il tema dell’accessibilità con i percorsi principali che sono superutilizzati dagli studenti creando a volte delle criticità: perché non usare questa presenza viva degli studenti anche per avere non solo degli abusi di spazi come spesso capita nei giardini, ad esempio in Piazza Leonardo da Vinci, ma anche per pensare un progetto di miglioramento della Zona usando le capacità progettuali che ci sono all’università? Credo che ci sia, da questo punto di vista, un ampio campo di esplorazione per affrontare, da una parte, problemi che oggettivamente ci sono e, dall’altro, per esplorare nuove opportunità nel vedere in comune certe cose”.
Quale insegnamento è possibile trarre da altre università? “Nelle università dove il rapporto si è sviluppato c’è spesso questa forma di scambio con la comunità locale mentre oggi il Politecnico è una specie di astronave vista da una parte dei cittadini anche come un peso”. Questo “pensiero comune” può essere ricercato, secondo Balducci, trovando “delle occasioni specifiche, anche istituzionali, ad esempio tra il Politecnico e il Consiglio di Zona, per fare una prima mappatura di problemi e opportunità e affrontare insieme queste cose. Penso, ad esempio, alla dimensione sportiva legata al Giuriati, alla piscina Ponzio. Si tratta di tematizzare in modo innovativo questa relazione che oggi vede sfruttare l’energia che deriva dalla presenza degli studenti da tutti i commercianti della Zona (con bar e fotocopie) con un uso molto funzionale e passivo ma senza il tentativo di costruire qualche valore aggiunto oltre al bisogno basico. Pensare, ad esempio, ad una serie di pedonalizzazioni, anche limitate, che creino degli spazi pubblici che possano essere utilizzati anche dalla città, così come è avvenuto in modo quasi spontaneo con la via Ampère”.
Cosa può fare, in concreto, il Politecnico per la Zona? “Credo che si possa pensare ad orientare una parte dell’attività di progettazione nei diversi corsi universitari sulla base di un comune interesse per affrontare problemi locali dei quartieri insieme al Consiglio di zona stesso. E’ vero che la Zona 3 è abbastanza consolidata dal punto di vista urbano con le strutture dei piani urbanistici milanesi del primo ‘900, con degli spazi molto belli, ma è altrettanto vero che alcuni luoghi in trasformazione ci siano ancora come sta accadendo in modo molto accellerato oltre la cintura ferroviaria. A Lambrate e a Rubattino, ad esempio, dove mi sembra che il rapporto con il quartiere sia stato trascurato nei progetti, con dei nuovi recinti che si sono collocati nei vecchi recinti delle fabbriche perdendo l’occasione di creare un’interazione: resta, in quelle aree, un terreno di esplorazione importante e i giochi sono ancora aperti se ci muoviamo attraverso uno sguardo che cerchi di ricostruire delle nuove relazioni con il quartiere esistente”.
Cosa, viceversa, può fare la città per il Politecnico? “Credo che la città debba curarsi maggiormente della università come una risorsa mentre fin’ora è stata vista come un attività ingombrante che pone problemi di spazio e di accessibilità. Al contrario, le dieci università milanesi sono le industrie più importanti della città di oggi, con 187.000 studenti a Milano di cui 100.000 circa pendolari, 50.000 fuori sede e 37.000 milanesi. Su questo punto siamo, per responsabilità di tutti, ancora all’anno zero. Si pensi, ad esempio, all’attraversamento pedonale di via Ponzio, tra le vie Celoria e Bonardi, dove migliaia di studenti passano tra due parti fondamentali del campus universitario e non ci sono nemmeno delle strisce pedonali”.
Per concludere questo primo breve ragionamento sul complesso rapporto tra il Poli e la Zona 3: se il “pensiero comune” ricercato da Balducci dovesse dare vita a dei nuovi progetti che si occupino dei problemi della Zona, Tre ne darà testimonianza e informazione ai cittadini.
Vito Redaelli
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