Il progetto rappresenta il completamento della prima fase del recupero a verde della zona: la seconda fase dovrebbe infatti riguardare l’ambito dei capannoni industriali dismessi che oggi definiscono ancora il bordo est del parco.
I primi giudizi qualitativi sono tuttavia contrastanti. Da un lato appare interessante la sperimentazione di una volontà progettuale che punti ad un recupero al pedone e al ciclista di ogni tipo di spazio facendolo diventare effettivamente pubblico, anche nel caso di luoghi in parte compromessi dalla presenza di manufatti infrastrutturali ad alto impatto ambientale come il viadotto della tangenziale: il recupero, parziale o totale, di questi luoghi è possibile e il caso in esame dimostra che non è per forza obbligatorio il loro abbandono a spazi marginali e inabitabili. Il parco esprime inoltre un ulteriore elemento qualitativo: la volontà di definire una continuità funzionale e paesaggistica tra il parco Lambro, a nord, e il parco Forlanini, a sud, proprio sui bordi del fiume. Dall’altra parte, tuttavia, emergono alcune criticità. In primo luogo, colpisce il cosiddetto inquinamento acustico, ovvero il rumore delle auto: non che si stia male all’interno del parco, in termini di comfort, ma certo, nonostante le nuove alberature, la presenza delle auto è dominante e questo non agevola la sensazione di uno spazio intimo e di quiete.
Ma è soprattutto in riferimento a ciò che accade intorno al parco che nascono le più evidenti criticità, per lo più riconducibili al disegno del nuovo quartiere residenziale sulla via Pitteri: un quartiere eccessivamente denso e con architetture di qualità modesta che definiscono un bordo ovest del parco anonimo e poco interessante (sul PRU Rubattino, e sulle caratteristiche qualitative di questo progetto, torneremo più dettagliatamente nei prossimi numeri). Per quanto riguarda il versante est, quello dei capannoni industriali dismessi, va detto che la loro presenza è oggi un po’ inquietante anche se testimonia il fascino del passato industriale del luogo.
Per concludere, l’esperienza del parco Maserati sembra insegnare che l’interessante idea di recuperare al pedone spazi infrastrutturali altrimenti condannati al degrado sia necessaria ma non sufficiente per un esito finale soddisfacente: l’adeguata definizione anche di ciò che accade intorno a questo spazio è, infatti, altrettanto importante e, da questo punto di vista, il progetto solleva delle criticità che solo in parte potranno essere risolte con il futuro recupero delle aree dismesse a est del parco.
Vito Redaelli
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