L’Istituto Europeo di Design, via Sciesa e la Zona 4

Dialogo con Aldo Colonetti, direttore scientifico dello IED

 

 

Doveva essere una semplice intervista al dott. Colonetti - direttore scientifico dello IED, l’Istituto Europeo di Design di via Sciesa – sull’onda dell’incontro pubblico tenuto lo scorso giugno allo IED con l’architetto Peter Wilson, progettista della Biblioteca BEIC prevista per l’ex scalo di Porta Vittoria.Un’intervista per capire meglio il tipo di collaborazione instaurato fra il prestigioso Istituto di Design e la Fondazione BEIC, con i suoi primi “frutti” realizzati dagli studenti con la creazione di materiale iconografico.Un’intervista utile ovviamente anche per parlare dello IED, presenza più che ventennale nella nostra zona che ha contribuito a far diventare la via Sciesa un luogo di grande vivacità, sempre affollata di giovani di tante nazionalità diverse. Preparando le domande dell’intervista, inoltre, abbiamo anche pensato di aggiungerne altre sulla zona 4, considerata appunto la collocazione dello IED e l’osservatorio privilegiato che essa rappresenta per l’intera nostra zona.

Doveva essere una semplice intervista, dicevamo: invece è stato un interessantissimo incontro, scambio di informazioni, ricordi, opinioni sulla nostra zona e sulla città, dal design all’arredo urbano, dall’urbanistica all’Expo 2015, con la scoperta di comuni conoscenze e amicizie. Ne è emerso soprattutto un ritratto inedito delle trasformazioni degli ultimi 40 anni della zona 4, delle caratteristiche sociali e delle attività umane che vi si sono succedute nel tempo. E di questo incontro vogliamo condividere con i nostri lettori gli aspetti che più riguardano la nostra zona, per conoscerla meglio.

Cominciamo il dialogo con Colonetti chiedendogli perché lo IED scelse di collocarsi in via Sciesa.

“In origine lo IED non era in via Sciesa: dal 1966 ai primi anni ’80 infatti eravamo in Piazza Diaz, come scuola di arti e mestieri. Si scelse poi una politica di internazionalizzazione e, nel 1983/1984, la crescita portòa guardare altrove per avere più spazio: il centro storico imponeva costi immobiliari impossibili e così ci si avvicinò all’attuale zona 4 che all’epoca conservava ancora un’immagine, ereditata degli anni 70, di periferia considerata popolare dove non c’erano ancora le funzioni attuali legate alla moda. Era una zona che frequentavo fin dagli anni 60, ad esempio, per collaborare allo storico giornale di zona “Il Dialogo”, in Piazza Martini, una bellissima piazza dove c’era anche la sede di un’importantissima struttura che era la cooperativa Intrapresa con le sue pubblicazioni” Alfabeta”, “La gola”. Io ero uno dei direttori ed era in via Caposile; lì ho conosciuto moltissime figure della Milano intellettuale del tempo, era una cooperativa culturale che faceva cose, eventi, festival (Milano poesia) riviste. Più in generale, la zona est della Milano di allora non era tanto la città della grande borghesia Pirelli Falck quanto piuttosto quella della piccola borghesia che poi ha ricostruito la rinascita della città. Vi era, da un lato, lo spirito della Milano delle arti e dei mestieri - quello delle professioni, della classe operaia e, per intenderci, dell’Umanitaria - e dall’altra, un aspetto intellettuale, filosofico e direi quasi underground.

Come si arrivò dunque alla via Sciesa?

Il presidente dello IED di allora ebbe l’idea di fare attività formativa in luoghi in cui nel passato si produceva e ci mettemmo dunque a cercare una vecchia fabbrica: trovammo una struttura in vendita, l’ex tipografia di Stato delle azioni ENEL, quella appunto di via Sciesa.. La ristrutturammo mantenendo la connotazione originale dell’edificio: nell’aula magna, ad esempio, ci sono ancora le stesse colonne di zinco”.

Si trattò dunque di una scelta allo stesso tempo casuale e intenzionale?

“Un’intuizione che trovò il giusto mix tra qualità popolare e artistica del quartiere e l’occasione concreta del luogo dismesso da recuperare per la nuova sede dello IED.E devo dire che, da allora, la presenza dello IED ha dimostrato come sia possibile fare una operazione sul design portando valore e qualificando il territorio: sono cambiate le attività commerciali, la moda poi è arrivata al traino, ma lo IED non ha scarnificato il quartiere e non ne ha messo in crisi l’assetto produttivo”.

Cerchiamo poi di carpire da Colonetti un giudizio più generale sul quartiere oggi, sollecitandolo in quanto osservatore critico che vive e lavora nella zona 4.

“Si sta bene, ci sono tutti i servizi, i trasporti pubblici, negozi di dettaglio che altrove non ci sono più; ci sono poi i piccoli artigiani che oggi convivono con la presenza dei giovani soprattutto internazionali. 1500-2000 studenti fra corsi diurni e serali, quasi metà stranieri, vogliono dire culture diverse.”

Lo IED avrebbe bisogno di qualche iniziativa o progetto specifico da parte del pubblico?

“Il tema dell’ospitalità degli studenti è una delle questioni determinanti perché il costo dell’alloggio è elevato. I trasporti funzionano abbastanza e dal punto di vista dell’attività commerciale c’è tutto. Mi piacerebbe anche che intorno allo IED e alla moda ci fossero più negozi diversi da quelli di via Spiga, attività commerciali legate ai prodotti tipici del made in italy, negozietti creativi, etc.”

Qualche anni fa l’associazione dei commercianti di Corso XXII Marzo aveva proposto la pedonalizzazione di Via Sciesa.

“C’era giunta la notizia ma la proposta non è poi passata: c’è transito frequente verso corso Lodi, la pedonalizzazione ha aspetti positivi e negativi.”

Torniamo infine, quale ultima domanda, alla Biblioteca BEIC di Porta Vittoria che è stata oggetto del recente incontro pubblico allo IED.

“Senza ripetere le cose dette nel seminario di giugno, quel tipo di biblioteca è un modo di produrre cultura sul territorio tenendo aperte le porte e mantenendo anche un’identità culturale molto seria. Un luogo di sapere e un luogo aperto in una zona che è sull’asse dei grandi trasporti urbani e interurbani: quindi un’attività che dovrà riguardare il quartiere, la città ma anche un’area più vasta. Non ci sono più biblioteche in Italia: un’occasione importante per la città e per il Paese se vogliamo essere più presuntuosi, rivolta al mondo giovanile. Questo è un paese vecchio: occorre offrire occasioni e servizi ai trentenni e ai quarantenni. Occorre anche innovare: la biblioteca dovrebbe essere vista nella logica di una cultura al servizio del territorio non in senso autoreferenziale come usavamo noi le biblioteche per andare a studiare o per conoscere le ragazze, ma per creare con la culturaoccasioni di trasformazione. Questo è un progetto per la città, è strategico, devono capirlo, la città ne ha bisogno.”
Stefania Aleni
Vito Redaelli

Illustriamo questa intervista con alcune immagini tratte dal Progetto di tesi: “Identità visiva e comunicazione per BEIC” del Corso di Grafica, presentato e discusso lo scorso giugno. Hanno lavorato al progetto gli studenti: Mattia Bonanomi, Federica Bonfanti, Alessandra Broccardo, Mattia Colombo, Camilla Foglino, Erica Franco, Luca Fresc, Vittorio Gagliardi, Francesco Geronazzo, Lorenzo Lollini, Elena Masiero, Luigi Passante, Carlo Piana, Martina Scapinello, Annalisa Tagliani.
Docente: Paolo Accanti - Assistente: Sara Canadesi