Il lavoro giovanile: precariato unica speranza?
Il lavoro è un diritto per tutti gli uomini, su cui tutte le società occidentali evolutehanno fondato iprincipi delle loro democrazie.
Ma come è cambiato, se è cambiato, il concettodi lavoro negli ultimi anni?
Noi di Quattro ci siamo posti questa domanda, che riguarda in particolare l’universo giovanile, ma anche una “necessità di ritorno” per cinquantenni che si trovano a dover fronteggiare un evento quasi sempre drammatico della loro vita.
Per saperne di più abbiamo rivolto questa ed altre domande ad alcune Società che si occupano di gestione delle risorse umane nella nostra zona.
Pensiamo che l’argomento sia di interesseper una buona parte dei nostri lettori e ci impegniamo sin da ora a proseguire questa ricerca, intervistando altre Società del settore.
La prima intervista l’abbiamo realizzata contattando la Società Lavoropiù, una delle prime società nate e autorizzate dal Ministero del Lavoro nel 1998, prima come società di lavoro temporaneo e ora Agenzia per il Lavoro. Lavoropiù, realtà fondata da imprenditori italiani attivi da anni nell’area della ricerca e selezione e della consulenza, è riconosciuta sul mercato per la serietà e la competenza ed è presente con oltre 60 filiali sul territorio nazionale.
Giuseppe Orlandi è uno dei soci fondatori e responsabile delle Agenzie lombarde, oltre che della filiale di Via Ripamonti, una delle prime filiali di Lavoropiù che ha al suo interno figure con alta professionalità sia nell’area commerciale che in quella della ricerca e selezione.
A lui abbiamo rivolto alcune domande:
Quando si può parlare di lavoro giovanile? E per quale fascia di età?
Possiamo individuare la fascia “giovanile” di lavoratori in coloro che hanno un’età compresa tra i 18 ed i 34 anni. La maggior età è certamente una soglia ragionevole per fare ingresso nel mondo del lavoro, ma, molti, troppi, sono i casi di un entrata tardiva.L’aumento delle immatricolazioni universitarie è certamente la causa positiva dell’“anzianità” dei lavoratori di primo impiego. D’altro canto, la continua diminuzione della recettività del mondo del lavoro spinge a studiare più a lungo “forzatamente” e ad intraprendere (accettare) percorsi formativi e formule contrattuali precarie a basso costo.
C’è una richiesta di personale italiano anche da parte di Società straniere? Per quale livello scolastico?
La nostra esperienza ci permette di appurare che le Società Multinazionali straniere richiedono personale italiano, generalmente laureato, e che la tendenza generale è quella di mantenere in Italia le mansioni meno qualificate e spostare all’estero quelle più qualificate. È quindi decisiva, in questi contesti lavorativi, la disponibilità a trasferimenti e trasferte dei candidati all’assunzione.
E di contro quale è la percentuale di personale straniero, anche extracomunitario, che si rivolge a voi per cercare un lavoro? E quale tipo di lavoro?
Una precisazione necessaria: i dati in nostro possesso derivano dalla richiesta che le aziende ci fanno e dall’incontro delle loro necessità con la selezione, tra gli altri, di lavoratori stranieri. A questo proposito si può specificare che il personale straniero è assunto quasi esclusivamente per attività legate alla produzione, quindi mansioni operaie semplici o specializzate. Nel caso di Milano la città è oramai da diversi anni legata quasi esclusivamente al terziario e, di conseguenza, la richiesta di personale straniero è molto bassa; al contrario, altre zone della Lombardia, come ad esempio le province di Brescia, Bergamo e Varese, dove le aziende manifatturieresono sempre alla ricerca di operai generici e specializzati, molte sono le assunzioni di stranieri, in primis extracomunitari con percentuali superiori al 50% dei nostri lavoratori.
Come e perché , secondo voi, è cambiato il concetto di lavoro negli ultimi anni nella società italiana? E ne vedete ulteriori, futuri sviluppi?
Le faccio un esempio che dà un quadro abbastanza chiaro dell’evoluzione del “concetto di lavoro” negli ultimi decenni. Mio padre, andato in pensione negli anni ’70, concluse la sua carriera nella stessa azienda che l’aveva accolto il suo primo giorno di lavoro, senza mai la necessità di aggiornarsi sul concetto di “internet”. Da allora, tutti i contesti lavorativi hanno subito, innanzi tutto, la rivoluzione informatica, che ne ha stravolto -positivamente- la gestione e la produzione. Negli ultimi anni, però, a divenire brutalmente “dinamico” è stato lo stesso business: acquisizioni, smembramenti, trasferimenti, cambi di rotta del mercato hanno destabilizzato l’intero universo del lavoro, e, soprattutto, dei lavoratori. È evidente che si tratta di un processo inarrestabile, bisogna che le nuove generazioni si adattino alla richiesta della cosiddetta flessibilità, ma, di contro, si fa sempre più urgente la necessità che questa sia ripagata con gli stipendi adeguati, facendosi rare le certezze contrattuali. A questo proposito, il lavoro interinale può essere un compromesso ragionevole: un contratto ad interim, ma con tutte le garanzie e le assicurazioni di uno indeterminato. Naturalmente auspicando che una ripresa economica sproni le aziende ad adeguare i salari al carovita.
Per quanto riguarda i futuri sviluppi basta pensare alla Corea, prima terra di conquista qualche decina di anni fa’ delle industrie Europee e ora potenza industrialeanche lei in crisi. Ora sono i paesi del medio Oriente, ex paesi dell’Est Europeo, Cina, India le nuove frontiere, maquando vengono imposti e riconosciuti i diritti sociali i costi mutano e un nuovo paese entra a far parte dello scenario e la ruota continuerà quasi all’infinito, più di mezzo mondo deve ancora entrare a farne parte. E’ chiaro che non possiamo far altro che accettare queste continuetrasformazioni, imparare a guardare al futuro e a questi mutamenti che coinvolgono la nostra vita con curiosità e ottimismo, trasformarci attraverso lo studio delle nuove necessità e prepararci continuamente al cambiamento.
I contratti di lavoro a termine possono portare solo al precariato?
E’ davvero necessario fare una distinzione. Innanzi tutto vi è il precariato dei Contratti di Collaborazione a Progetto, l’attività di quelle Cooperative che vivono ai margini della legalità e le partite IVA, tre espedienti utilizzati molto spesso non per necessità momentanee ma in alternativa ai Contratti nazionali. Vi sono poi i contratti di categoria a tempo determinato e indeterminato. I contratti a tempo determinato, formulati direttamente dalle imprese o somministrati attraverso le Agenzie per il Lavoro, essendo attentamente regolamentati sono, da un lato, una riserva di flessibilità per le aziende, altresìpermettono a chi non ha un impiego stabile di inserirsi nel mondo del lavoro. Infine un dato numerico: nel caso di Lavoropiù oltre un terzo dei contratti di somministrazione vengono trasformati in assunzioni dirette dalle aziende.
Quale è la vostra esperienza circa la ricerca di un posto di lavoro da parte della fascia di età tra i 50 e i 60 anni, uomini o donne?
La fascia d’età tra i 50 e 60 anni è sicuramente quella più in difficoltà nella ricerca di un impiego; chi perde il posto di lavoro o ne cerca uno dopo una maternità deve essere paziente e coraggioso, non abbattersi, aggiornarsi, volgersi ad ambiti anche diversi da quello originale per cui ha studiato o in cui si è specializzato.
Le Agenzie per il Lavoro, nel caso che alla ricerca ci sia un esperto, sono un buon veicolo: le Aziende, infatti, inseguono spesso profili d’esperienza o di competenza specifica e l’età può non essere un vincolo per un contratto di somministrazione. Una volta entrato in azienda il lavoratore deve fare la sua parte dimostrandosi coinvolto, partecipe e professionale e, come per gli altri, le porte si possono schiudere.
Ringraziamo il signor Giuseppe Orlandi per la sua cortese disponibilità e avremo certamente motivo di risentirci in futuro per aggiornare i dati emersi dal nostro incontro.
Francesco Tosi
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