C’era una volta la Tensi in via Maffei
Prosegue anche con questo numero il viaggio di QUATTRO alla ricerca delle fabbriche che un tempo operavano in zona. Grazie alla mostra di vecchie foto allestita al teatro Silvestrianum, abbiamo conosciuto una persona il cui padre ha lavorato alla Tensi che forse molti ricordano fino al 1973 nel quadrilatero Maffei-Fogazzaro-Bergamo-Morosini.
La fabbrica inizia la sua attività nel 1870 come calcografia in corso di Porta Romana e si trasferisce dieci anni dopo in via Orti. Nel 1905 nasce la Fratelli Tensi e inizia la produzione di carte fotografiche per stampa, lastre per apparecchi da studio e per macchine a soffietto nel formato 6x9. Successivamente, nella sede di via Maffei vengono prodotte anche pellicole per l’industria cinematografica e per la foto amatoriale.

Cicerone di questa storia è Teresio Marchiori, figlio di Giuseppe, che della Tensi fu custode, responsabile antincendi e sicurezza e centralinista.
“Un lavoro che non permetteva a papà, assunto alla Tensi attorno agli anni 30, nemmeno un giorno di riposo, sempre presente per ogni evenienza: Natale, Capodanno, Ferragosto, Pasqua. Abitavamo nella palazzina di via Maffei che ospitava il direttore tecnico, il fuochista, il frigorista, un autista e qualche caporeparto, dopo che la nostra casa era stata bombardata e distrutta. Avere a quei tempi una casa non era facile, era un lusso avere il bagno in casa ma soprattutto un tetto sulla testa durante il conflitto”.

Il signor Francesco ha “tramandato” notizie e testimonianze fotografiche della Tensi al figlio che racconta come prima della guerra gli addetti erano 300, scesi a 150 durante il periodo bellico, fino ai 400 prima della chiusura. “La produzione, considerata bellica in quanto le pellicole erano usate sugli aerei da ricognizione sia italiani sia tedeschi, era incentrata soprattutto sulla carta fotografica e il ciclo di lavorazione si svolgeva completamente al buio con il solo ausilio di lampade rosse che non impressionavano (come ben sanno i fotografi di una volta) il materiale. Un ciclo che iniziava con il passaggio in un calamaio delle enormi bobine che venivano spalmate con un’emulsione di sali di bromuro d’argento la cui composizione era un segreto che solo il capo tecnico conosceva. Argento che - prosegue Teresio - era conservato in cinque o sei casseforti ed era un rito quando si dovevano aprire per estrarre il contenitore dove era custodito il prezioso materiale. Dopo questo trattamento la carta passava in ambienti caldi per asciugare e poi seccata in apposite celle frigorifere (ecco il perché della presenza costante in azienda di un fuochista e di un frigorista). Alla fine, sempre al buio, le bobine sensibili erano trasferite al reparto confezionamento dove le operaie tagliavano la carta nei differenti formati e impacchettavano il prodotto finito, pronto per essere commercializzato”. La cosa particolare era che tutto questo processo, come quello relativo alle lastre fotografiche, si svolgeva sottoterra e curioso è anche sapere che ai tempi alla Tensi si faceva una specie di raccolta differenziata con gli scarti della carta e del vetro ammucchiati nel cortile in attesa dei camion della Nettezza Urbana.

La produzione era diretta…
“Solo in Italia, nulla andava all’estero dove Agfa aveva il monopolio. accresciuto con l’acquisizione della belga Gevaert”.
“Una delle produzioni più grosse della Tensi erano le cartoline. Si preparavano alcuni tipi di bobine che venivano spedite nelle località turistiche. Qui i fotografi stampavano le vedute dei luoghi e al momento dello sviluppo sul retro della foto apparivano già predisposte le righe per l’indirizzo e lo spazio per i saluti dove campeggiava il marchio Tensi. Un nome noto che ricordo era il Ghedina di Cortina d’Ampezzo” – precisa Teresio. Anche un certo Nicola Oscuro di Gaeta, aggiungiamo noi. La carta migliore, anche rispetto ad altri fabbricanti, era la famosa carta Tensi al bromuro che permetteva di far risaltare al meglio le tonalità di bianchi, neri e grigi della foto e utilizzata da molti fotografi in Italia, al punto che a Torino fu aperta una succursale di via Vinzaglio 5.

Condizioni di lavoro?
“Buone, direi, anche se nel periodo bellico non erano ottimali. Già negli anni Trenta c’era la mensa interna, anche perchè molti operai arrivavano da Bergamo, da Melzo, da Caravaggio”.
Molte le vicende vissute dalla Tensi durante la guerra e culminate con il bombardamento che distrusse parte delle strutture, tranne quella produttiva che era situata sottoterra. Momenti di tensione tra il personale quando arrivavano ufficiali tedeschi per gli acquisti, ma poteva anche significare il trasferimento a lavorare in Germania. “Siccome la produzione Tensi era considerata bellica, i nostri operai avevano delle tessere che garantivano loro una sorta di immunità. Altri momenti tesi ci furono dopo il 25 aprile quando il direttore incaricò mio padre di prendere contatti con i partigiani per costituire una squadra a difesa dell’azienda. Ne trovò dodici e vennero ospitati nella palazzina per diverso tempo”.
Teresio ricorda poi l’episodio della cattura in via Maffei, la foto appare sul libro di Pansa Il sangue dei vinti, del boia del Verziere che aveva mandato nei campi di concentramento molti ebrei e ucciso diversi partigiani. “Da via Maffei fu portato in piazza Libia per essere fucilato dove aveva fatto fucilare i partigiani. In viale Lazio, dove oggi c’è un chiosco di bibite, tentò di scappare, ma venne raggiunto da una scarica di mitra e liquidato”.
I ricordi riaffiorano nella mente di Teresio che racconta come il gruppo di case di Fogazzaro, Maffei, Clusone e viale Montenero, con il “mitico” 50, fosse ai suoi tempi una specie di casbah. “C’erano anche persone per bene, ci abitavano molti lavoratori del vicino mercato, ma erano tanti quelli che avevano problemi di giustizia e quando c’era una retata la polizia doveva controllare tutte le quattro vie perché i modi per sfuggire erano molti. Anche il 12 di via Maffei, proprio di fronte alle finestre di casa mia, era un luogo per certi versi abitato da gente poco raccomandabile”.
Torniamo ora all’argomento del nostro articolo e Teresio ci racconta gli ultimi anni della Tensi, quando dopo il pensionamento dell’amministratore Piero Marni la Ferrania (della quale abbiamo scritto su QUATTRO di febbraio e marzo) cercò di assorbire la Tensi.
“Non era tanto la Ferrania in sé ad essere interessata alla Tensi quanto la Fiat che la controllava, e che era interessata, e ancor più il suo socio Gabetti, alla vasta area dove sorgeva la fabbrica. Anche l’amministratore che era succeduto alla Tensi, si chiamava Interollo, si dice che fosse stato messo lì per far chiudere l‘azienda. Alla fine ci fu l’offerta, ovviamente rifiutata, di proseguire nell’attività riqualificandosi nella produzione di carta per fotocopie. Ovvio che era un modo per far cedere definitivamente e così avvenne. Era come se avessero chiesto a Leonardo di smettere di fare la Gioconda e diventare imbianchino. Negli anni ’70 il complesso fu raso al suolo e sull’area furono costruiti i condominii che possiamo vedere oggi”.
Finiva così l’avventura della Tensi e finiva un pezzo di storia imprenditoriale italiana e milanese sacrificata alla speculazione edilizia.
Sergio Biagini
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