Ricordi il Roscio?
In via Sciesa, dove oggi ci sono le vetrine della biblioteca dell’Istituto Europeo del design, c’era attorno agli anni 70 il “regno” del signor Roscio. Figlio d’arte, anche il padre, originario di Aosta, nello stesso negozio aveva esercitato il mestiere, Roscio faceva il “battilama” e il “ramaio” due attività che oggi forse nessuno più esercita, sostituita, la prima, dalle macchine che più in fretta, con meno spese ma con meno gusto, fanno le stesse cose, la seconda certamente passata nei musei perché ormai le pentole di rame e stagno non si usano più (forse ancora qualche paiolo di rame per fare la polenta sul fuoco del camino), e quelle attuali una volta logore si gettano per quelle nuove.
Svolgeva la propria attività in una specie di antro buio, fumoso, ingombro di pezzi di ferro, ritti, contorti, avanzi di quelle che parevano essere vecchie ringhiere, cerchi di botte e quanto altro di “ferroso” poteva servire al suo lavoro.
Tanto la mamma era minuta ed esile, quanto il signor Roscio era grande e grosso, due braccia che parevano dei magli, le mani perennemente nere di fuliggine, di ruggine che scivolava dai ferri che maneggiava, di carbone, con il grembiule di cuoio per proteggersi dai lapilli. Oggi la sua bottega si chiamerebbe atelier del ferro battuto, ma allora era come entrare nella fucina di Vulcano.
Dalle sue mani sapienti il pezzo di ferro, reso rosso dal calore, prendeva vita, si trasformava in qualcosa di artistico. Ne nascevano volute, ghirigori plasmati dalla macchina che piegava le barre, non più rosse ma alla giusta temperatura per essere stortate e poi rifinite. Ricordo il rumore che usciva dal negozio, un rumore particolare, un tintinnio che andava ad affievolirsi gradualmente, del martello che, ogni volta che colpiva il pezzo di ferro, andava a rimbalzare sull’enorme incudine dove si scaricava la forza impressa alla mazzuola da quelle mani che sapevano anche tirar fuori da pezzi di metallo piccoli oggettilavorati con abilità.
Il signor Roscio era capace, come un prestigiatore, di sorprendere per la magia che metteva nel creare, colpo dopo colpo, da una semplice lastra di ferro una teglia per la pizza. A volte ne aveva decine impilate una sull’altra e tante altre ancora aspettavano di essere “create”. Una via l’altra, in un paziente lavoro di giorni a lisciare, a martellare, a mantenere la parte esterna più spessa per poi torcerla verso l’esterno per fare il bordo. La pizzeria che stava di fronte alla chiesa del Suffragio era il miglior cliente e si rivolgeva al Roscio per far stagnare l’interno delle teglie quando si consumavano: “Duravano una vita - racconta Gaetano, l’ultimo della generazione dei Fusco - si sostituivano dopo anni e pensa che dopo Roscio dovevamo mandare le teglie a Napoli per stagnarle, perché qui a Milano non c’era nessuno che lo faceva. Sì che me lo ricordo bene il Roscio”.
Oltre alle teglie, come quelle che ancora oggi usano alla pizzeria Due Leccesi in Bonvesin de la Riva, il “battilama di Via Sciesa” era in grado di riportare in perfetta efficienza ogni pentola di rame gli si portasse. Senza contare i lavori in ferro battuto che eseguiva o altri oggetti che era possibile costruire in ferro: dovevi attendere qualche settimana, e non eri mai certo dei tempi, ma potevi essere sicuro che il lavoro sarebbe stato eseguito: a regola d’arte.
Roscio è sicuramente stato forse l’ultimo dei battilama, in Zona 4, e forse di Milano, e di questo ne era conscio perché molto spesso si lamentava e andava ripetendo: “Caro el me sciur Bianchini (non aveva mai azzeccato una volta il mio cognome) dopo de mi, a Milan gh’è nissun che l’andarà avanti con queèl mestee chi. Se fà tròppa fadiga e i giovinott incoeu gan minga voeuia.”
Nonostante siano trascorsi anni, molti se lo ricordano ancora, come Giorgio il barista all’angolo di via Bezzecca: “Veniva qui tutte le mattine a bere il caffè, o a mezzogiorno per un panino. Eravamo molto in amicizia e poi era un ottimo giocatore di carte e abile al biliardo quando avevo la sala per questo gioco. Ricordo che tra gli amici lo chiamavano il nonno non per l’età ma per la saggezza che aveva. Era rispettato da tutti”.
Improvvisamente un giorno Roscio sparì. Passare in via Sciesa e vedere la saracinesca abbassata, non sentire il tintinnare del martello che rimbalzava sull’incudine, non intravedere nel fondo del suo “antro” i bagliori del fuoco alimentato dal mantice fu una sorpresa per tutti. Perché? Perché lo avevano sfrattato per poter ristrutturare la casa e, si vocifera, anche per via dei vapori maleodoranti che emanavano gli acidi che usava. “Qualcuno si era anche lamentato per il rumore – ricorda ancora il Giorgio - e avvalendosi del fatto che il regolamento lo prevedeva, gli era stato imposto di non “battere il ferro” tra le due e le quattro del pomeriggio per permettere il riposo agli inquilini. Dopo che l’hanno mandato via so che era andato a lavorare in un capannone dentro al parco Forlanini, in via Taverna. Poi non ho saputo più molto. Gli amici che avevamo in comune mi portavano sue notizie ma con l’andare del tempo molti di loro sono mancati e da parecchio non se ne sa più nulla”. Di certo si era saputo che era stato colpito da un infarto e che aveva sconfitto un brutto male. Fino a non molti anni fa abitava dalle parti di viale Ungheria…
Sergio Biagini
Macchiette milanesi
Cogliamo l’occasione dell’articolo di Sergio Biagini su un vecchio mestiere, per proporvi un paio di macchiette milanesi: El lampadeee El servitur del mezzafaccia disegnate da Camillo Cima junior. Le 12 macchiette originali che un nostro lettore ci ha permesso di riprodurre furono ricopiate da Camillo junior dalle caricature originali del nonno Camillo pubblicate sulla rivista satirica “L’Uomo di pietra”, fondata nel 1868 e diretta da Camillo Cima fino al 1908, anno della sua morte.
El servitur del mezzafaccia
Una famiglia, quella dei Cima, strettamente legata alla storia di Milano, i cui componenti (ricordiamo anche Otto Cima, figlio di Camillo) sono stati storici, giornalistici, poeti, commediografi, ricercatori di memorie municipali.
Trent’anni fa a loro è stata dedicata una mostra al Museo di via Sant’Andrea. Non ci dispiacerebbe aver la possibilità di vederne un’altra.

El lampadee - 1859
![]() |