Un primitivo gigante di bronzo, le braccia spalancate e l’espressione di stupore alla vista di una minuscola cascata d’acqua sorgiva. La ricordiamo tutti così, per questa presenza, piazza Grandi. La scultura in purissimo bronzo è protagonista assoluta della scena in quel luogo, tanto da lasciare in secondo piano, a una presenza quasi trascurabile, tutto quanto la circonda che pure è una cornice di un affascinante e pregevolissimo ‘800 e primo ‘900.
Noi, bambini del quartiere, senza naturalmente sapere lo specifico significato attribuitogli dallo scultore, sentivamo una grande attrazione per quel gigante. Lo trovavamo rassicurante vuoi per le dimensioni, vuoi per l’energia che esprimeva, attributi che ritenevamo avrebbe messo in campo a nostra difesa per ogni malaugurata evenienza. Finimmo insomma per adottarlo quel gigante certi che, come tutti i giganti che si rispettino, quello di piazza Grandi fosse dalla nostra parte, dalla parte insomma di noi piccoli (Golia). Circondavamo spesso e volentieri questo giovane selvaggio così simile ad un dio greco antico come per un rito (che se non fosse stato per la nostra tenera età e per i più dei millecinquecento anni che ci separano da quella cultura, si sarebbe tranquillamente potuto definire “pagano” per la devozione che esprimevamo nella circostanza.)

Ci tenevamo per le nostre piccole mani per inebriarci in girotondi senza fine, cantando in coro quelle quiete filastrocche che i “grandi” di allora avevano inventato per permetterci di rimanere piccoli quali eravamo, consentendoci così di godere appieno la nostra infanzia (meditate genitori d’oggi, meditate…). Più avanti nell’età, già ragazzini sui dieci, tredici anni, non lo avevamo ancora finito di amare il gigantesco amico e ci correvamo attorno in sfrenati inseguimenti l’uno degli altri, dalle prime ore del pomeriggio (le nostri madri si affacciavano alle finestre, via via prima una poi l’altra in disperati appelli e sgradevoli minacce che si sarebbero in seguito materializzate nel “salto” della cena) sino al tramonto. Tramonto sul quale crollavamo alla fine esausti (meglio venirci rosei/molli di sudore/come dopo una corsa per salire il colle… scriveva Giovanni Pascoli esprimendo come nessuno dopo di lui sarebbe più riuscito, lo sfinimento felice dei giochi dei ragazzi). Nei nostri occhi e in quelli di quel colosso di bronzo la stessa meraviglia: noi nei confronti della vita che si affacciava radiosa e ricca di promesse nel suo nascere e lui, il primitivo, al cospetto della natura che ancora non conosceva nei suoi più intimi segreti. Entrambi uniti, un solo sentimento, dal desiderio di scoprire l’esistenza e il mondo. Scoperta che purtroppo ci avrebbe di lì a poco riservato anche gli aspetti crudeli della realtà quando l’odio degli uomini sembra prodigarsi per degenerarla. La guerra. La bella piazza fu tutt’altro che risparmiata dai suoi orrori, dei quali fu anzi teatro privilegiato fra i tanti luoghi della città.
Anche il gigante buono subì le sue belle ferite come tutti noi colpiti nella carne e nell’anima. Il foro provocato da un proiettile è ancora lì a testimoniarlo, visibile nel suo costato. A colpirlo fu un proiettile partito da un mitra di un repubblichino che con una sventagliata di colpi riuscìad uccidere un partigiano disarmato che vanamente con la fuga tentava di sottrarsi a quel destino. Oltre a questo doloroso episodio il nostro gigante dovette assistere negli anni della guerra, un giorno sì e uno no, alle abituali battute di caccia di “Pippo” (così era stato soprannominato allora un certo aereo monomotore inglese che imperversava durante gli anni della guerra sulla nostra città con le sue imprese solitarie intese a colpire non specifici obiettivi militari, ma bersagli umani, militari o civili che fossero, a proprio piacimento). Un giorno una mitragliatrice italiana lo centrò in volo proprio sopra piazza Grandi mettendo fine alle sue leggendarie ma ciniche imprese. Sul balcone di un abitante della piazza fu ritrovata la gamba ancora calzata dallo stivale del pilota abbattuto, mentre su un terrazzo adiacente rimbalzò la testa di quel maniaco aviatore andandosi a infilzare nell’asta di una bandiera. Noi, ragazzi degli inseguimenti attorno alla scultura, cominciammo a sorridere e a correre un po’ meno: sull’alba radiosa della nostra esistenza, le prime nuvole nere a prematuramente oscurarne la luce.
Il selvaggio di bronzo invece, privilegiato dall’arte a durare comunque, malgrado fosse stato colpito a morte, non mutò atteggiamento e lo stupore nei suoi occhi non si spense mai.
Possiamo ancora oggi verificare la sua espressione incantata e farne tesoro: uno sguardo che ci incoraggia a conservare quel poco di fanciullezza che è in tutti noi e che rappresenta una vera e propria risorsa nascosta. Risorsa a cui attingere nei momenti difficili e che ci consente di guardarci ”dentro” (se dentro abbiamo conservato un po’ di “bellezza”) quando fuori è assurda tempesta tra gli uomini o in tutti i casi stupirci ancora, comunque la si pensi, per la unicità del mistero che rappresenta il nostro essere uomini sulla terra.
Gianni Tavella
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