La Cappelli e la Ferrania: settanta anni di storia/2
Riprendiamo la nostra conversazione con Riccardo Bonelli e Franco Galletto sulla loro esperienza lavorativa alla Ferrania, iniziata nel numero scorso di QUATTRO.
Ci facciamo dire come era suddiviso il mercato delle pellicole in Ferrania.
"Sembra strano ma il settore pellicole era un quarto della produzione, un quarto era il settore grafico ma il restante 50% era data dalle lastre radiografiche. Lastre sopravvissute alle pellicole cinefotografiche e che la 3M, che assorbì lanel 1964, produce ancora oggi. La grossa invenzione della 3M nel campo lastre fu l'introduzione del Primax, un foglio di plastica trattato con delle terre rare che permettevano di ridurre fino ad otto volte il flusso dei raggi Roentgen quando ci si sottoponeva ad un esame radiografico. Ancora oggi nei laboratori cosiddetti tradizionali si usano queste lastre che danno delle prestazioni eccellenti".
Anche gli apparecchi fotografici ad un certo punto non vengono più commercializzati.
"La produzione termina dopo vent'anni dalle prime macchine del '48. Apparecchi di basso costo, attorno alle 3000 lire, per poter divulgare la fotografia in Italia. Era un'idea del settore commerciale: "Gli apparecchi hanno poca importanza venduti da soli. Costruiamo l'apparecchio, corrediamolo di due rulli e mettiamolo sul mercato, facciamo in modo che il cliente acquisti ancora pellicole Ferrania (una forma di fidelizzazione, di marketing ante litteram) e il costo della macchina verrà ripagato dalla vendita delle pellicole".
Sulle macchine interviene Riccardo Bonelli ricordando un episodio legato agli apparecchi fotografici.
"Contro il volere della sede fu messo in cantiere il progetto di un apparecchio formato Leica, chiamato Piccolino, ma al momento della presentazione le alte sfere bocciarono l'iniziativa e non se ne fece più nulla. Al reparto vendite pensarono di farla costruire in Germania o in Svizzera applicando solo il logoalla macchina e nacquero così le 24x36. La Galileo aveva tentato di fare un apparecchio per noi tutto italiano ma fu un buco nell'acqua. L'otturatore dette grossi grattacapi, si inceppava, e la produzione, oltre mille pezzi, venne ritirata dal mercato".
Come in tutte le storie c'è una fine, così lo fu anche per la Ferrania che tra il '60 e il '70 conobbe la crisi e il successivo assorbimento da parte della 3M.
"Fino agli anni '50 - racconta Galletto - si può dire che esisteva una sorte di protezionismo dei nostri prodotti ma l'allargarsi del mercato e la concorrenza tedesca di Agfa Gevaert e Voigtlander e l'americana Kodak nel settore pellicole, crea una diversa situazione di mercato che porta inevitabilmente ad un ridimensionamento dei costi e alla successiva chiusura di alcuni impianti la cui produzione viene appaltata a ditte esterne. In Ferrania si faceva solo la riparazione degli apparecchi. Automaticamente il livello occupazionale risentì di questa decisionee il personale si ridusse da 15 a 2.

Lo stabilimento Ferrania
"Già nel 58 - interviene Bonelli - le cose non andavano bene e arrivò un consulente dall'America a rendersi conto della situazione. La relazione che ne scaturì fu che se volevamo restare sul mercato dovevamo dare fuori i lavori come la tranceria, la torneria e altre lavorazioni. Stessa conclusione anche nel sopralluogo a Ferrania, in val Bormida: se volete battervi con il mercato, con una produzione altalenante come qualità, bisogna cambiare le apparecchiature. Ciò voleva dire investire quattrini che non c'erano. Ecco quindi che entra in scena la 3M che acquisisce la Ferrania."
"Questo a Ferrania, a Milano invece - precisa Franco Galletto - la 3M non era ancora entrata nello stabilimento apparecchi fotografici. Nel momento in cui entra però, cambiando direzione e concetto di produzione, arrivano dal Giappone apparecchi a costi ancora più contenuti e tecnologicamente più avanzati. Ricordo che in una riunione alla presentazione di un apparecchio dal costo di 4500 lire si alzò un tecnico e ne gettò sul tavolo uno simile e disse: “Questo costa 2700 lire. Viene dal Giappone, il vostro non ci serve più.” Da quel momento capimmo che non avremmo più fatto apparecchi fotografici".
"L'unica produzione rimasta erano i caricatori delle pellicole che erano ricavati da lastre di alluminio, piegati, poi veniva loro applicata una striscia di velluto ai bordi per non rigare la pellicola.
Quattrocentocinquantamila pezzi al mese".
"Negli anni successivi la produzione calò sensibilmente e ad un certo punto la direzione decise di chiudere lo stabilimento, nel 1974 ce ne siamo andati e il terreno dove sorgeva la fabbrica venduto così come i macchinari o gli arredi degli uffici. Ricordo - prosegue Franco - che mentre stavamo traslocando le ultime cose, le ruspe incominciavano già ad abbattere il vecchio stabilimento Cappelli. Ci siamo trasferiti per un certo periodo a Plasticopoli, vicino all'Idroscalo, nello stabilimento che era della Vortice e ci siamo rimasti per cinque anni.”
Al di là degli aspetti relativi alla produzione, come era il clima in fabbrica?
"La fabbrica aveva una spinta enorme. C'era un meta data dal direttore, ma una volta che si diceva “si fa questo apparecchio”, ognuno, dall'operaio all'impiegato, si concentrava su questa meta. Naturalmente lo scontento c'era, soprattutto in uno stabilimento. Noi abbiamo lavorato per una decina di anni a cottimo. Si rilevavano i tempi di lavorazione e in base a questo si dava il cottimo ovvero un piccolo guadagno se si producevano tot pezzi nei tempi stabiliti. Si partecipava assieme ai progetti: ricordo che quando fu deciso di costruire la Rondine (un apparecchio fotografico), vi erano dubbi sulla sua riuscita per via di una fusione venuta male. Invece con gli sforzi di tutti il progetto andò in porto e la Rondine fu un bell'apparecchietto".
L'Eura
I ricordi si affollano nella mente dei nostri ospiti ed ecco l’ultimo episodio che ci raccontano.
“A un certo punto abbiamo prodotto l’Eura, una delle prime macchine in plastica, ma il materiale non resisteva a certe temperature e si deformava, come si poté constatare da un carico rimasto nel cassone di un camion parcheggiato al sole. Per stabilire a quale temperatura si verificasse questo inconveniente e per porvi rimedio la soluzione fu di immergere la macchina in una pentola d'acqua e controllare a quali temperature si deformava. L'esperimento fu fatto sui fornelli della mensa riuscendo in questo modo a trovare il rimedio; ma da quel momento la macchina ebbe il soprannome di Eura in brodo.”
Sergio Biagini
Una testimonianza inaspettata
E’ stato sicuramente sorprendente per noi scoprire che una nostra lettrice si è riconosciuta nella fotografia delle lavoratrici nel salone di montaggio della Ferrania pubblicata lo scorso mese! La signora ci ha contattato e ci haraccontato la sua esperienza personale in quella fabbrica.
Giuliana Pozzi, 66 anni, vive in viale Ungheria e ricorda con piacere i cinque anni trascorsi lavorando in via Contardo Ferrini: “Sono stati anni molto piacevoli, l'ambiente di lavoro era davvero sereno e poi noi ragazze eravamo trattate benissimo, con molta dignità”. Giuliana racconta che erano circa 200 le persone che lavoravano alla Ferrania e che svolgevano diverse mansioni. “Nella foto che avete pubblicato mi si vede al nastro dell'assemblaggio dei materiali, per costruire le macchine fotografiche, ma ho spesso lavorato anche nel reparto confezionamento”. Le foto che Giuliana ci ha gentilmente concesso di pubblicare, e che sono state fatte con macchine Ferrania,sono una ricordo prezioso. La si vede mentre lavora con cura al montaggio delle parti delle macchine fotografiche e anche insieme al signor Castelli (Giuliana non ne ricorda il nome, ma magari troveremo qualcuno che ci aiuta a recuperarlo tra i nostri lettori) al campionamento: qui venivano realizzati i prototipi che servivano come modello per la realizzazione dei pezzi in serie.

“Eravamo quasi tutte donne perchè per montare apparecchiature dai pezzi così piccoli ci volevano mani minute e precise” continua a raccontare Giuliana.Entrata alla Ferrania nel 1962 lasciò il suo posto nel 1965 perchè in dolce attesa. La Ferrania è rimasta nella vita delle signora Giuliana per una strana coincidenza: la ditta, infatti, venne assorbita qualche anno più tardi dal grande gruppo 3M dove ora lavora suo figlio Roberto, “Penso che sia una sorta di passaggio di testimone” .
Federica Giordani
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