Alla ricerca dei cinema perduti in zona Quattro
“2 films 100 lire”

 

Passandodavanti al cinema Maestoso in Piazzale Lodi, serrato e con un cartello ambiguo che dice ”chiuso per lavori”, mi sono ricordato dei tanti cinema che c’erano nella nostra zona e che non ci sono più.

Ma in particolare mi sono venuti alla mente quelle sale “2 films 100 lire” che, dalla fine degli anni cinquanta e sino ai settanta, sono stati, come si direbbe oggi, un luogo di aggregazione, quasi come gli oratori e le case del popolo.

Il Minerva era dove adesso c’è Darty all’inizio di via Sabotino, il Lux in Corso di Porta Romana dove c’è la voragine lasciata dalla demolizione di Teatri d’ Italia, l’Ideal in corso Lodi sostituito da Euronics, l’Embassy in via Fàa di Bruno che, passato alla clandestinità degli spettacoli a luci rosse, sta ora rinascendo come condominio, l’Astoria anch’esso da porno cinema a futuro luogo di sfilate modaiole, l’Umbria di via Tito Livio trasformato in mega sala da biliardo e poi nel MecHotel, l’Alce di via Caposile prima garage e poi suddiviso in negozi, il XXII Marzo dopo un lungo periodo come negozio di mobili è ora chiuso e in attesa di ristrutturazione.
Erano gli anni delle madonne pellegrine e dei comunisti trinaricciuti, di doncamilli e di pepponi.
Si rideva dei disabili, degli omosessuali, dei cornuti e dei balbuzienti e il politicamente corretto non si sapeva cosa fosse.

Noi bambini a 6 anni andavamo a scuola con il tram da soli e non con il SUV di mamma, non avevamo la televisione e poi entravamo nei cinema ”2 per 100 lire” non solo per vedere i film.
C’era del marketing ante litteram nellaprogrammazione: le pellicole erano infatti di genere diverso. Il primo era unfilm di avventure western o di “milleeunanotte” o di “cappaespada” per i maschi. L’altro invece era un film per le femmine, sentimentale e romantico o “strappalacrime”.

Durante la proiezione del primo film si scatenava l’entusiasmo del pubblico, cadenzato dal battere ritmico dei piedi sul tavolato di legno, dal cigolio e dallo sbattere dei sedili contro lo schienale, dagli urli di approvazione e di rabbia nei confronti di protagonisti e comprimari, dalle scazzottature imitatoriee poi di scherno, accompagnati da boati, a sottolineare unbacio appassionato maa labbra serrate o, ancora di più, lo scatto dirottura della pellicola seguita dal rumore secco dei giri a vuoto della celluloide.

Errol, Gary, Tabù, Victor eravamo noi e avevano tutta la nostra totale approvazione ed invidia, anche se, o forse proprio per quello, trattavano l’altro sesso come una entità aliena e subumanae i nemici in funzione del colore del loro “muso” che era giallo o rosso o nero, a seconda della latitudine in cui operavano.

Ma lo scatenamento, senza possibilità di argine da parte delle maschere, dei direttori e dei macchinisti della sala, avveniva durante la proiezione del secondo film, a cui gli spettatori del primo non rinunciavano, proprio per dare il loro contributo a ciò che sullo schermo avveniva. E sullo schermo si rappresentavano, nel primo tempo, tutte le nefandezze a cui un essere umano può essere sottoposto. Bambini strappati dalla culla e obbligati a vivere nelle fogne di Londra ma fortunatamente dotati di un medaglione rivelatore, donne violate e obbligate a cantare nei più sordidi locali notturni di Tangeri, mogli angeliche accusate di avere ceduto, per denaro, alle voglie di un vecchio amico di famiglia, cieche per le strade di Sorrento, orfanelle travolte da un destino infame nei sotterranei di Parigi. Tutto e di più.

Alla fine accadeva un fatto imprevisto: quelli che arrivavano dal primo film, sghignazzando ad ogni sopruso, nella seconda parte cedevano alla tenerezza e si univano agli altri in un pianto silenzioso e liberatorio per il lieto fine della storia di Yvonne, Milly, Silvana.

E poi i film venivano proiettati senza soluzione di continuità. Si entrava quando si voleva e si ripigliava il film nel momento in cui si era entrati, con qualche difficoltà di comprensione della storia ma con la libertà di rivedere il film, se ci piaceva, tutto il giorno.
Tutto era molto più semplice e i colori della vita erano più netti, c’era meno grigio e più bianco e nero e solo qualche film di Hollywood, come d’altra parte l’America, brillava dei colori sfavillanti del Technicolor.

Ma non era il paradiso, come paradiso non era la sala in cui, insieme al film, si rappresentava, un altro spettacolo.
Perché al Minerva, al Lux, al XXII Marzo, all’Umbria, all’Astoria, all’Ideal viveva anche un mondo oscuro che dall’oscurità traeva il suo piacere.

Normalmente la sala era divisa in tre settori ideali: davanti, nelle prime 10 file, i ragazzini urlanti, in mezzo le persone di mezza età che volevano vedere il film, dietro, nelle ultime quattro file, chi del film non gliene importava niente ma le cui attività, diciamo fisiche, erano molto intense.
A questo si sommavano il via vai nei gabinetti che sprigionava cigolii e lampi di luce nell’oscurità, lo stormire delle pesanti tende di velluto delle uscite di sicurezza, la luce fioca del venditore di bibite in piedi sul fondo, in attesa dell’intervallo.
E poi la polvere azzurra che faceva da cortina allo schermo, il fumo delle sigarette che saliva verso il soffitto, le cicche per terra insieme alle carte di caramelle, ai biglietti usati, a scarichi organici, alle bottigliette di chinotto vuote .
L’odore eracaldo, umido, di cipria e di sudore e di brillantina, di nazionalie di disinfettante e di panini al formaggio.
Ancora oggi quelloè il vero, originale odore del cinema ed è la sua mancanza che si sente quando a casa si infila un dvd nel lettore.
Vecchi cinema, film sgangherati, di quando esisteva la seconda, laterza e anche la quarta visione: “2 film 100 lire”, appunto.

Da tempo, ormai, la tendenza è di accorpare le proiezioni nelle multisala: fra un po’, forse, migreremonella futura, molto promossa e promessa Città delle Meraviglie che sarà Santa Giulia al prezzo di “1 film 8 euro”.
E’ proprio il caso di dire: “Staremo a vedere”.

Francesco Tosi