Mafia invisibile a Milano, anche all’Ortomercato?

 

 

“La mafia a Milano è ovunque e dappertutto”. Cita il pubblico ministero Laura Barbaini il dottor Predolin, rispondendo ad una domanda specifica sulle infiltrazioni della criminalità organizzata all’Ortomercato. Ma la cita da un articolo del Corriere della Sera, perché nessuno della Sogemi ha ritenuto di dover partecipare ad un convegno che si è svolto a Palazzo Marino, il 9 e 10 novembre, dal titolo “La Mafia invisibile. Criminalità organizzata al Nord. Controllo del territorio e potenza economica.”

E facendolo, applica uno di quei “trucchi” da giornalista che dice di disprezzare. Perché se è vero che la Dottoressa Barbaini ha pronunciato quella frase, è anche vero che ha proseguito illustrando i legami che ancora oggi garantiscono alla cosca di Africo dei Morabito-Bruzzaniti-Palamara il libero accesso alle strutture dell’ortomercato, che vengono utilizzate per nascondere armi, droga e summit mafiosi.

Sulla base di inchieste già dibattute che arrivano fino all’inizio del 2007, il PM che ha in mano le maggiori inchieste antimafia a Milano, ha ricostruito il modo di operare della ‘ndrangheta calabrese che arriva ad insediare gli uffici delle proprie cooperative nello stesso palazzo della Sogemi. Solitamente il contratto di locazione viene stipulato con un referente incensurato delle cosche che opera per tutte le cooperative del gruppo, anche per quelle di cui non fa parte. Alcune di queste società poi, non lavorano neanche per lo scalo milanese.

Ma l’insediamento strategico all’interno del mercato ortofrutticolo viene costantemente ricercatoperché permette loro di intrattenere rapporti con società internazionali di primo piano e di aggiudicarsi appalti che vanno dalla movimentazione della merce alla riscossione dei dazi doganali, oltre naturalmente a sfruttare la difficoltà dei controlli per portare avanti traffici illeciti.

Se è vero, come dice Predolin, che l’utilizzo di prestanome incensurati rende difficile l’identificazione di queste connessioni, è anche vero che il ripetersi di certe modalità dovrebbe iniziare ad insospettire e indurre a prendere dei provvedimenti politici.

Per esempio si è visto che i consorzi che raggruppano queste cooperative sono spesso in mano a nomi ricorrenti, mentre le singole imprese che di solito si aggiudicano i subappalti, sono intestate a persone extracomunitarie. La vita di queste società è inoltre caratterizzata da un improvviso exploit economico e da una crisi altrettanto rapida, che porta, nel giro di breve tempo (in genere non oltre i tre anni), al fallimento della società o al suo trasferimento al sud, mentre dal punto di vista contabile i rapporti fra le varie consociate permettono di aggiustare i bilanci facendoli apparire in sostanziale pareggio e con un utile irrisorio rispetto alla mole degli affari.

Bisogna dare atto però a Predolin di aver già preso dei provvedimenti se è vero, come ha annunciato in Consiglio di Zona, che ha provveduto a sfrattare dal palazzo della Sogemi le società che fanno capo ad Antonio Paolo, ex sindacalista accusato di essere il referente di Salvatore Morabitodai magistrati che nel maggio scorso hanno condotto l’ultima inchiesta che ha portato alla chiusura del night For a King.

Il problema è che l’ortomercato di Milano è un importantissimo snodo degli affari dei clan, dove narcotraffico e riciclaggio si incontrano, e attività lecite e illecite si confondono (come si è visto per la riscossione dei dazi doganali, che rappresentano una funzione di pubblico interesse affidata alle mafie!) Per questo i provvedimenti non si devono limitare a seguire le segnalazioni della magistratura, ma devono nascere anche da una precisa volontà politica che miri a prevenire e ad ostacolare il formarsi di fenomeni mafiosi.
Chiara Pracchi