E nella sede di QUATTRO arriva Lucia Vasini

 

 

Abbiamo applaudito Lucia Vasini all’inizio di novembre nelle serate di inaugurazione nel cantiere di via Pier Lombardo che sta diventando la nuova sede del teatro Franco Parenti, di cui diamo conto nell’articolo di Francesca Barocco. Si è presentata come anima del teatro, capace di coinvolgereil pubblico itinerante e perfino di fare recitare per qualche minuto sul vero palcoscenico della sala grande i singoli spettatori attenti e incuriositi. Un gradito ritorno di un’attrice che piacerebbe vedere più frequentemente e presente qui, pur se solo per poche serate, in un ruolo particolarmente congeniale alla sua idea di teatro come strumento appunto di coinvolgimento del pubblico non solo per interessarlo ed emozionarlo – che già non è opera da poco-, ma per riuscire anche a fare emergere quanto ciascuno ha celato dentro di sé e che è gratificante esprimere.

Interessati a questi aspetti, abbiamo incontrato Lucia Vasini nella sede di QUATTRO per riprendere anche personalmente il colloquio con lei. La sua esperienza viene da lontano: scuola di recitazione del Piccolo Teatro, anni di lavoro con Giampiero Solari e in compagnia teatrale con Paolo Rossi e poi ancora con lui in televisione in spettacoli di successo, interprete di noti monologhi di Franca Rame, cabaret, e in anni più recenti cinema, diretta, fra gli altri, da registi come Ferreri, Mazzacurati, Salvatores con parti caratteristiche, anche se non da protagonista. Evoca con qualche nostalgia una giovanile esperienza francese in cui ha entusiasmato il pubblico della Commedia dell’arte con la mimica e i lazzi di Arlecchino, portati in scena senza maschera, che significa concentrazione sulla mimica facciale. Da attrice comica, ha illustrato i diversi caratteri della comicità, del personaggio, della situazione, del contenuto, comicità sempre distinta dal macchiettismo.

Conversando con Lucia Vasini, abbiamo colto però una sensazione di delusione sul nostro tempo in cui ogni attività è sottoposta a ritmi troppo veloci, che non consentono di pensare e tanto meno di approfondire, che rendono difficile perfino mantenere l’umanità nei rapporti; delusione sul nostro paese, dove pare interessino solo i guadagni facili e immediati, e sul teatro, alla ricerca di divertimento di superficie. Un mondo, quello del teatro italiano, dove si regge solo chi riesce a trovare finanziamenti al di là dell’originalità e della qualità della produzione. Tutto all’insegna, per attori e registi che si curino della propria dignità professionale, della difficoltà, della fatica, di grandi sforzi, soprattutto dagli anni novanta del secolo scorso e ancora di più per una donna determinata anche a essere madre, come lei ha voluto e vuole fare. Rimpiange di non possedere con sicurezza le lingue straniere per operare all’estero: un suggerimento anche per i giovani.

Nel suo appassionato parlare, nell’analisi lucidamente sofferta abbiamo quasi avvertito la tristezza del clown: Lucia Vasini alla grande nobile arte del clown vorrebbe tornare e non solo per scatenare una risata da chi comunque se la passa bene, ma per offrire un arricchimento di umanità, per esempio ai bambini ammalati. A questo dedica ora molto del suo tempo professionale: ha incontrato Patch Adams, il singolare medico americano reso celebre dal film che ne racconta la storia interpretato da Robin Williams, che sostiene l’utilizzo della comicità come strumento di cura negli ospedali pediatrici. Lucia organizza seminari per approfondire e corsi per insegnare l’efficacia terapeutica del teatro, capace di effetti shock, per riuscire perfino a ridare la voce a chi non parla più. Ha sperimentato la ricerca psicoterapeutica, anche senza una specifica preparazione accademica, e si riconosce intuizioni da veggente – bel connubio l’attrice con la veggente!- che le permettono di avvicinarepersone con problemi e restituire il gusto della vita a malati di depressione, soprattutto donne, o a quelli che la società considera matti.
Già, i matti: proprio con loro ha lavorato a un film sperimentale che dovrebbe arrivare a breve nelle sale.

Una visione del teatro, dunque, ricca, originale, che non nega le radici di una millenaria tradizione, che ignora la velocità del nostro tempo, che si rivolge all’umanità delle persone facendole ridere dell’insensatezza che si portano dentro, facendole accorgere di quello che sta attorno e restituendo emozioni e coscienza di sé. Auguri a lei e a noi, con la speranza di rivederla anche sui palchi della nostra zona, magari nella parte di quel matto shakespeariano a cui spesso l’autore affida proprio la libertà di dire la verità.
Ugo Basso