Quando lungo la Roggia Quattro Ave Marie…

 

 

Chi oggi transita in via degli Umiliati, al quartiere Ponte Lambro, non sa forse di passare in un luogo che ha avuto un’importanza economica non indifferente. Qui, infatti, sorgevano fino alla fine degli ’60 le lavanderie, imprese familiari dove erano lavati ed asciugati i panni raccolti, casa per casa, quando ancora le lavatrici erano di là da venire, e il “bucato grosso” era preferibile farlo fare a mani esperte. Mani che in ogni condizione meteorologica sbattevano e sbattevano “su la preia” lenzuola, federe ma anche biancheria intima o asciugamani, e che poi venivano stesi sui fili che disegnavano, come un pentagramma, i prati di fronte alle lavanderie. Un lavoro che si ripeteva continuo tutto l’anno, sedici, diciotto ore al giorno per garantire un servizio, oggi si direbbe door to door, di qualità. Erano trentasei nel periodo di maggior espansione le lavanderie sgranate lungo la via degli Umiliati, e limitrofe, che attingevano la materia prima, l’acqua, dalle rogge Spazzola, Certosa e Quattro Marie, questa oggi ormai interrata, come non rimane nessuna testimonianza visiva di questo lavoro: nemmeno un gradino di pietra dove le lavandaie appoggiavano le ginocchia (dal quale il famoso “el genocc de la lavandera”), la schiena curva sull’acqua a lavare, sciacquare e rilavare. Né restano, se non fagocitata in una casa della via Camaldoli, testimonianze delle tettoie sotto le quali si lavorava anche quando in inverno bisognava rompere la patina di ghiaccio che si formava sulla superficie o staccare le stalattiti di ghiaccio che scendevano dalle gronde di queste tettoie.

I lavandai erano una corporazione molto forte a Milano ed erano sparsi pressoché in tutta la città laddove ogni corso d’acqua o roggia, o i Navigli stessi, potevano servire per svolgere l’attività. Molti di loro erano imparentati perché figlie e figli finivano molto spesso per unirsi in matrimonio ampliando il lavoro e… il patrimonio. Ogni quartiere si può dire aveva i propri lavandai che si dividevano le zone di ogni rione. Locati ad esempio serviva la zona attorno piazzale Dateo.

Ciò che stiamo raccontando è il frutto dell’incontro avuto con uno degli ultimi lavandai di Ponte Lambro che mi ha ospitato narrando fatti e curiosità, indicandoci luoghi dove si svolgeva questa attività, e ora cementificati spesso in spregio al piano regolatore, ovvero non importa come, ma “costruisco una casa”.

La prima lavanderia

È Giovanni Locati, il cui nonno e bisnonno, lavandai ovviamente, arrivarono a Ponte Lambro nel 1910, che racconta:

“La mia lavanderia era situata lungo la roggia Quattro Marie e fino agli anni 50/60 il sistema non era differente da quello “del mé papà” poi mi sono, diciamo, industrializzato e ho tirato fino al 2000. Prima era normale da parte delle famiglie far lavare fuori la roba grossa: sa, a quei tempi non c’erano ancora le lavatrici, o quelle che c’erano erano troppo dispendiose per una famiglia media, e allora si preferiva dare fuori il lavaggio. Andavamo a ritirare casa per casa la domenica e il lunedì e al giovedì si riconsegnava tutto lavato e asciugato. La stiratura non era compresa fino a quando non abbiamo comprato una macchina per farlo e dare un servizio migliore”. Una curiosità: c’era solo un lavandaio a Milano, certo Casiraghi che aveva la casa in fondo a via Ripamonti, che negli anni ‘50 serviva alberghi e ristoranti.

Una bateuse o sciacquatrice

Quanto ore si lavorava in lavanderia?
“In pratica non ci si fermava mai. Si incominciava verso mezzanotte, mettendo a bagno nei vasconi i panni nella lisciva e acqua calda che veniva cambiata spesso per mantenerla in temperatura. Una sosta verso il primo mattino poi si riprendeva fino a mezzogiorno con sciacquo e risciacquo. Dopo la pausa pranzo era il momento dello stendere e si andava avanti fino alle cinque del pomeriggio”.

Un lavoro che a volte si protraeva per 18 ore ma con una media attorno alle 12/15 ore.
“Certo, tutto il giorno a contatto con l’acqua, lo sforzo fisico era veramente usurante. Mi ricordo le lavandaie che in inverno avevano delle escoriazioni alle mani che quando venivano a contatto con l’acqua gelata della roggia provocava loro come delle scariche elettriche”.

Tutto questo per quanto alla fine del mese?
“Alla fine degli anni ’50 un operaio arrivava a guadagnare 60/70mila lire”.

La Fiat 503 utilizzata per il ritiro e la consegna dei panni

Quanto costava il servizio?
“Faccia conto che mediamente ogni famiglia spendeva 200 lire al mese per far lavare tutta la roba, che non era poca”.

Come si faceva per non confondere la biancheria della signora Rossi con quella della signora Bianchi?
“L’occhio soprattutto. Ricordo che la mia mamma conosceva a memoria la biancheria di tutti i clienti. Questa è della tal signora perché ha una toppa (allora si riciclava), questa invece è di quell’altra. Non succedeva spesso di confondere la biancheria di una famiglia con quella di un'altra. Oltre ai segni che ognuno poneva sulla propria biancheria, quando si stendeva alla fine veniva steso anche il sacchetto dove veniva poi riposta la biancheria. È successo a volte che il vento improvviso (la biancheria non era fissata con le mollette) mescolasse tutto ed allora c’era un gran daffare per rimettere in ordine. E qui entrava in gioco l’occhio del lavandaio che sapeva riconoscere i panni della gente. Succedeva anche che scambiassimo, ma ognuno restituiva le cose non sue. Curiosamente si poteva stabilire il benessere di una famiglia dal tipo di biancheria che ci mandavano a lavare”.

Se pioveva?
“Era normale vedere i lavandai uscire nei prati che erano di fronte alla ditta e guardare verso il cielo per capire come si sarebbe comportato. E se pioveva si riportava tutto dentro negli stanzoni dove al centro c’era una stufa a legna e tutto attorno travi di legno dove mettere ad asciugare la biancheria”.
Solo più tardi con la modernizzazione degli impianti la sciacquatura e l’asciugatura divennero meccaniche ma questo avvenne solo verso gli anni 50.

Intanto Giovanni mi mostra un libro (Panni al sole e al vento di Claudio De Biaggi) che è una vera miniera di informazioni e fatti storici su questo lavoro e sulla vita che ruotava attorno ad esso e che anche Ugo Basso aveva recensito per QUATTRO in occasione della sua uscita.

I ricordi si affollano e Giovanni è un fiume in piena. “Da piccolo ho incominciato anch’io a lavorare come lavandaio: mio padre mi faceva lavare gli stracci del macellaio e poi mi faceva lavare il camioncino perché la merce non venisse sporcata durante il trasporto”. Poi mi mostra una foto: “Questa è una bateuse, la macchina dove la biancheria veniva fatta ruotare per essere strizzata e che buttava acqua dappertutto. Quando abbiamo iniziato ad utilizzare i primi detersivi chimici molte volte creavano così tanta schiuma che spesso fuoriusciva dalla macchina ed eravamo costretti a farci largo in un muro di schiuma bianca. Un avvenimento fu l’acquisto della macchina per stirare ad un rullo, era americana, che abbiamo poi integrato con una a più rulli. Negli ultimi tempi le trasformazioni sono state veloci. Alla fine avevamo una macchina lavacentrifuga e questo ha segnato la fine del lavare “a mano”. In più l’acqua di superficie non era più abbondante e dovevamo prelevare dalla falda più profonda ma con l’acqua più dura la resa era differente anche mettendo gli addolcitori”. Giovanni racconta anche che la falda acquifera si abbassò molto e dovevano pompare l’acqua da 30 metri. E poi: “L’acqua non era il massimo, la Montedison chissà cosa deve aver scaricato sotto terra. Mi ricordo che spesse volte eravamo al bar e dalla roggia che passava vicino arrivavano odori strani, di chimico”.

Non basta a Giovanni raccontare, così mi accompagna a fare un giro lungo la via degli Umiliati e Camaldoli e questo rispolvera altri episodi. “La prima lavanderia era qui vicino al ponte sul Lambro da dove da giovane venivo a tuffarmi con gli amici. Adesso, guardi, è una discarica anche se ho visto qualcuno pescare. Vede quella tettoia? È il resto di quella che riparava le lavandaie e dove c’è quella specie di marciapiede, lì passava una roggia”. E poi ancora mi indica i resti di una vecchia casa, qualche cancello superstite testimone di una delle tante lavanderie dove gli odierni giardini un tempo erano ricoperti di panni con un profumo di bucato che non c’è più come non c’è più il duro, impegnativo lavoro dei Panzeri, Grigia, Besia, Chiodini, Locati, Boniardi, Sacchini, Moro, Legnani e di tutti gli altri “lavandeè” di un borgo ormai scomparso e del quale è importante conservare la memoria.
Sergio Biagini