Dove il passato è ancora presente
Capita a volte di imbattersi in luoghi dove il tempo sembra essersi fermato, dove la polvere degli anni racconta la vita, la storia di questi luoghi e tutto scorre quasi come allora. Questa sensazione la si prova entrando in un negozio, termine riduttivo, di via Marco Bruto laddove la strada piega per unirsi ai viali Forlanini e Corsica.
Il negozio è quello di Franca e Luigi che da anni si occupano di rimettere in sesto la nostra fidata bicicletta, il nostro “cavallo di ferro” quando necessita di qualche sistematina.
Entrare e salire i tre gradini in pietra consumati dall’uso negli anni è immergersi in un altro mondo. Bici nuove convivono a contatto di manubrio con quelle di seconda mano o quelle in attesa di essere riparate e trovare un padrone e tra loro fanno capolino due “antiche” moto.
Siamo nel regno delle bici, certo, ma Luigi un tempo si occupava anche di motorini e la passione è rimasta e ogni tanto libera i due bolidi e ci fa un giro. “Il Cardellino 65 della Guzzi nonostante la cilindrata poteva portare due persone mentre la Enfield – racconta Luigi – è una 350 monocilindrica, quattro tempi che funzionano ancora. Il Cardellino va a miscela ma “la fa un fumm de la malora”, l’altra con la verde. L’Enfield me lo hanno chiesto in molti ma non intendo venderlo: se lo vendo do i soldi a mia moglie e finisce che non ho più i soldi e non ho più la moto” – chiude ridendo Luigi.
Veniamo ora alla storia di questa attività.
“Il negozio esiste dal 1936 quando, trasferiti da via Repetti, mia madre prese la licenza che poi è passata a me – inizia Franca -. Da sempre ci siamo occupati di bici e continuiamo a farlo”.

Franca e Luigi
In pochi però.
“Sì, siamo rimasti in pochi – interviene Luigi -. Saremo una decina. Noi i Doniselli, i Rossignoli, il Detto Pietro e pochi altri. Molti come noi hanno iniziato negli anni 30 del secolo scorso. Mi è successo di veder dei ragazzi ai quali avevo venduto la bici da piccoli, arrivare qua a comprare la bici per i loro figli e che mi dicono: Luigi, ancora qui? Una cosa che mi fa piacere. Ma se penso che ho servito due generazioni…”.
L’interno del negozio non è cambiato dal 1936. Gli scaffali sempre gli stessi, anche certe scatole di pezzi di ricambio hanno settant’anni, i tre consunti gradini vi portano tra pezzi nuovi e vecchi, gli uni vicino agli altri in un indescrivibile disordine. Apparente però, perché nel “rebellott”, come lo definisce Luigi, si riescea trovare tutto.
Per non parlare del soffitto dal quale pendono cerchioni, tubolari, gomme artigliate, tricicli, ma anche mountain bike e bici da passeggio o da corsa. E in mezzo a queste, in un angolo, penzola una Provini, bellissima bicicletta da corsa, con una particolarità: i cerchi in legno! Un pezzo unico del quale Luigi va giustamente fiero.

La bicicletta da corsa Provini con i cerchi in legno
Infine la cassa: un bancone lungo e lisciato dal tempo pieno di oggetti a fianco della porta che introduce nel retrobottega, dove Marco, il simpatico meccanico, è intento al lavoro. Non aspettatevi una stanza asettica ma immaginate anche qui biciclette una sopra l’altra, cerchioni con o senza gomme, seggiolini, cestini, “una bicicletta del quaranta” – ci indica Luigi. Tutto in un caotico “ordine” che lascia giusto lo spazio al trespolo dove si appendono le due ruote per aggiustarle. Il pezzo forte di questo antro di Vulcano è un mobile la cui parte superiore ha una quarantina di cassetti dove sono riposti catene, tendi catene, gommini, freni e quant’altro occorre. “Una volta la mia mamma – racconta Franca – la usava come scrivania. Non si può per le bici davanti, ma qui esce un ripiano che serviva allo scopo”.
In un angolo, il banco degli attrezzi con chiavi inglesi, pinze ed altri arnesi, molti ricoperti dalla patina del tempo e un vecchio cerchione sul quale un ragno ha “dipinto” la sua ragnatela.
“Voglio farti vedere un pezzo unico” mi dice Luigi, e da una scatola tira fuori un fanale da bici. Non è un fanale qualsiasi: appartiene ai primi del 900 e funzionava. A carburo. C’è da scommettere che se Luigi ci mette le mani è in grado di rimetterlo in funzione. Un oggetto veramente incredibile del tempo in cui le gomme erano piene e ci si portava dietro i ricambi.

Il meccanico Marco
Riparate solamente le bici?
“Principalmente sì, ma vendiamo anche bici nuove. Di nostre non abbiamo mai pensato di costruirne e poi non vale la pena. E una volta facevamo assistenza ai motorini”.
Siete rimasti in pochi a riparare?
“E sì, c’è Cross in piazza Guardi per esempio, e pochi altri ma bisogna vedere quanto resistono. Il nostro è un lavoro stagionale “quand taca a pioeuv, fa brutt o taca à fiocca basta”. La gente mette via la bici fino a primavera. Non è come in paese che la usano tutto l’anno. Sono pochi quelli che usano la bici tutto l’anno a Milano. “Semm cume i gelateè” che in inverno lavorano meno”.
Luigi lamenta il fatto che la concorrenza dei grandi magazzini si faccia sentire nell’acquisto di una bici ma spesso per il rapporto qualità prezzo non sempre vale la pena. “Anche perché dopo un po’ vengono qua a farla riparare perché non sempre i materiali sono di prim’ordine. E si lamentano anche che la riparazione costa come metà della bicicletta.”
Luigi mi accompagna poi a vedere il “deposito” nel cortile dietro il negozio dove sono accatastate centinaia di altre bici in attesa di essere rimesse in ordine, bici che il Luigi compra alle aste degli oggetti rubati o dimenticati. “E non posso farti vedere il box là dietro – mi dice -. Ce ne sono altrettante e anche qualche motorino che mi è rimasto dai tempi”.

Fanale di bicicletta dei primi del 900
A proposito di tempo e di anni passati tra pedivelle, corone, catene, tubolari e raggi viene spontaneo chiedere quali cambiamenti ha subito questa parte della Zona 4.
“C’è stato un cambiamento spaventoso, nei prati che avevamo qui dietro hanno costruito i palazzoni. Di qui passava il 35 e faceva capolinea alla rotonda di Mecenate. E poi c’erano le Camine, le case minime, “dove gheren tutt quei che pagaven no l’affitto e allora andaven dent lì – così racconta Luigi”. Fa eco la moglie: “Io sono nata qui e ho visto cambiare tante cose. Lungo la via Zama c’era la Trecca con le case popolari. E poi, dove adesso c’è un deposito di auto, fino agli anni 50 c’era il deposito della sabbia dell’Idroscalo che arrivava con un trenino. Invece via Cavriana e dintorni conservano ancora le caratteristiche di una volta con i prati e la cascina “dedreè al gasometro”.
Franca racconta quando durante la guerra c’era un rifugio poco lontano da casa dove si pagava l’ingresso per avere riparo durante i bombardamenti. “I bombardamenti li ho sentiti bene – prosegue Franca che oggi ha passato gli “anta” -. Avevamo la Caproni vicino e l’aeroporto e poi la ferrovia, dove si andava a raccattare il carbone che cadeva dai vagoni, che erano un bersaglio”.
Mentre faccio questa chiacchierata con Franca e Luigi i clienti vanno e vengono. “La lasci qui, passi domani pomeriggio che è pronta”. Rapidità e cortesia non mancano mai in questo negozio dove dai muri e dalle cose sembra colare la memoria che la patina del tempo non ha cancellato. Muri e cose che sono ancora lì a raccontarsi.
Sergio Biagini
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