La città abbandonata. Ovvero: un’analisi sociologica dell’ex zona 13
Quando vi chiedono se abitate in centro o in periferia, voi cosa rispondete?
Certo, il centro è a pochi minuti di distanza d’autobus, eppure certe scene che viviamo e vediamo ogni giorno non assomigliano alla realtà patinata delle vie dello shopping. Allo stesso tempo progetti d’eccellenza come quelli che stanno sorgendo in via Mecenate o a Rogoredo costituiscono a loro volta dei nuovi “centri”, mentre il cuore della città, spogliato degli impiegati che lo animano di giorno, non sembra certo una vitale capitale europea dopo le 9 di sera.
Che le cose stiano cambiando? Che la dicotomia centro/periferia non sia più utile per spiegarci la realtà?
Per capire come sono mutate le nostre città, quali logiche le governano, da quali fratture sono percorse o, al contrario, quali legature ancora tengono, è uscito ora per il Mulino un interessantissimo studio condotto dall’equipe del Professor Mauro Magatti, Preside della facoltà di Sociologia della Cattolica, in collaborazione con la Caritas italiana, dal titolo La città abbandonata. Dove sono e come cambiano le periferie italiane.

Alla presentazione del libro, avvenuta tempo fa al Teatro Delfino di via Dalmazia, il professor Magatti, insieme con Monsignor Nozza, Don Roberto Davanzo, e l’urbanista Stefano Boeri hanno spiegato le ragioni e gli intenti di questo studio.
Quando questo lavoro era incominciato, non si era ancora avuta la rivolta nelle banlieu parigine- ha esordito Magatti- ma sempre più, anche da noi, le periferie si stanno trasformando in trappole dalle quali è sempre più difficile uscire per chi si sente abbandonato “dalla” città e “nella” città.
Storicamente le periferie sono sempre state il luogo del disagio, ma almeno nella loro omogeneità sociale e culturale erano in grado di fornire un’identità, un senso di appartenenza. Oggi proprio quelle zone che avrebbero bisogno di maggiori risorse e attenzioni, sono costrette a subire le conseguenze delle globalizzazzione: centri commerciali che raddoppiano per decisione della casa madre straniera; assi viari che vengono costruiti perché la gente possa spostarsi più velocemente; comunità straniere che si insediano nei quartieri più disagiati per la logica dei prezzi di mercato.
Su tutto questo domina il nuovo orientamento della politica, che è quello di demandare la gestione del territorio e del sistema sociale all’iniziativa dei privati.
Ma se la politica viene meno al suo ruolo di guida, il risultato è quello di una città dei progetti, cattedrali nel deserto che non dialogano con il territorio circostante, ma che anzi lo frammentano in isole d’eccellenza e di degrado.
Vediamo degli esempi concreti: per Milano lo studio ha preso in considerazione l’ex zona 13, una zona che a noi può non sembrare così problematica, specie se paragonata con altri quartieri analizzati nel libro (fra questi, Scampia a Napoli, Zen a Palermo e Esquilino a Roma), ma che può tristemente vantare un bel secondo posto fra le zone più povere e disagiate della città.
Santa Giulia, i nuovi studi della Rai, così come i numerosi progetti che stanno sorgendo in via Mecenate, dei quali QUATTRO ha già ampiamente parlato, sono il frutto di decisioni commerciali prese altrove, che ricadono semplicemente sul territorio senza arricchirlo di possibilità. I teatri di posa, i luoghi di registrazione della Rai resteranno reclusi agli abitanti, che si limiteranno a veder passare “celebrità” e tecnici specializzati.
Lo stesso dicasi per le grandi strutture ricettive create nei capannoni della ex Caproni, che porteranno centinaia di persone in transito, con tutte le conseguenze che ne derivano per la viabilità della zona, senza mai farli entrare in contatto con il contesto che li circonda.
Si dirà che tutte queste attività creano nuove occasioni di lavoro, ma proprio perché questi nuovi progetti sono improntati all’eccellenza, ricorrono a personale venuto da fuori, come ben hanno evidenziato le interviste raccolte nello studio.
Santa Giulia, nuova città ideale dell’architetto inglese Norman Foster, rischia di diventare un ricco fortino, all’interno di un contesto degradato che sentirà come estraneo e tenderà ad escludere.
E in un periodo in cui la sicurezza va di così di moda, in cui si dichiara guerra ai writers e tutte le altre forme di disagio simbolico, è importantissimo capire che non c’è nulla come la sensazione di esclusione che può scatenare la violenza.
Per il professor Boeri, il modello da seguire è quello di QT8, l’unico quartiere a Milano che è stato progettato tenendo conto delle diverse realtà sociali esistenti ed integrandole in uno spazio comune. Ma per intraprendere questa strada, occorre che la politica riprenda il suo ruolo di guida, e torni a pianificare una città capace dialogare al suo interno e aprirsi all’esterno, prima che la situazione esploda come è avvenuto in Francia. E per far questo, secondo il professor Magatti, abbiamo ancora solo una decina d’anni.
Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, anche rispetto alle altre città prese in considerazione, rimandiamo a La città abbandonata: dove sono e come cambiano le periferie italiane, a cura di Mauro Magatti, Bologna, Il Mulino, 2007, 528 pagine, 30 euro. Il volume contiene anche un Cd-rom con tutte le interviste realizzate per lo studio.
Chiara Pracchi
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