Gianni Tavella, un poeta
Caro Gianni, ho “rubato” questa intervista perché volevo fare una chiacchierata autentica, tra amici, sincera, genuina fuori da ogni schema, parlare del più e del meno, della tua poesia. È emerso il tuo modo di vedere la poesia, con le considerazioni che magari qualcuno non condividerà. Perdonami il sotterfugio per farti conoscere, mai ce ne fosse bisogno, ai lettori di QUATTRO. E adesso leggi.
Quando nasci come poeta?
“Una passione nata improvvisamente, come una folgorazione, alla fine degli anni 70, dopo un periodo di malattia lungo e di sofferenza. E qui è nata una poesia che è stata la prima: mi è arrivata come una folgore già quasi scritta in testa. Si intitolava “Meteoriti della mente” dove descrivo questa situazione metafisica. Un momento di liberazione come se questi meteoriti, come ho chiamato i disturbi, fossero discesi sulla terra e finalmente si riposassero. Ero guarito e ho proseguito a scrivere”.

Prima di fare il poeta chi era Gianni Tavella?
“Alla Maserati ero responsabile dell’ufficio stampa e pubbliche relazioni e in parte pubblicità. Prima ancora in banca ma era un lavoro che odiavo. Quando ho avuto questa che io chiamo folgorazione, nonostante il lavoro fosse impegnativo, avevo comunque il tempo di prendere appunti”.
Lo fai ancora adesso o devi chiuderti in te stesso e pensare ad una poesia?
“No, non è questione di meditazione è un’idea fulminea che ti viene. È come se qualcosa ti dicesse qual è la situazione che sta dietro. Ultimamente ho visto una famigliola che passeggiava e parlavano tra di loro con un linguaggio molto loro, attinente alla loro vita di tutti i giorni. Un linguaggio in codice e lì mi è “saltata” una poesia che ho appuntato. In quella immagine c’era come una verità della famiglia: la felicità o la serenità che una famiglia rappresenta per i suoi componenti. Da lì sono nati dei versi che sto sviluppando”.
La poesia di oggi com’è?
“La poesia di oggi è secondo me largamente fasulla. Molti poeti pensano di scrivere poesie ma in realtà fanno molta retorica, prevalentemente fanno della prosa non della poesia. Fanno osservazioni, scrivono riflessioni: quella non è poesia. La poesia è attinente alla realtà in un modo assoluto perché individui nella realtà che rotola davanti a te, dei momenti un po’ magici per cui vedi quello che c’è al di là della situazione reale. Vedi la verità dietro la realtà. Secondo me questa è l’unica poesia possibile”.
Quindi secondo te un domani la poesia non avrà fortuna?
“La poesia se non cambia registro, pur essendo la poesia un frutto della creatività, la forma che dovrebbe essere più libera, in fondo è vittima anche lei delle istituzioni, dell’influenza della politica. Sono riconosciuti leader della poesia individui che sono sempre quelli”.
Poeti di oggi?
“La mia sarà una dichiarazione che potrebbe essere esageratamente estrema, ma non trovo tracce autentiche di poesia, salvo quelle di Franco Loi che ha una poesia dialettale ma è una poesia universale. Il linguaggio non ha importanza sia si usi l’italiano sia si usi il dialetto. Un altro grande poeta, morto recentemente, era Baldini un poeta dialettale romagnolo. Poi una poetessa morta relativamente giovane la Donato che viveva a Roma e in poesia era buona”.
Ada Merini?
“Ha iniziato bene, sta finendo male. La Merini ha il merito di avere una capacità straordinaria di leggere i propri lavori con passione interiore. Una parte del suo lavoro è notevole fino a quando la popolarità l’ha ridimensionata. Ha un grande senso di sé e quando viene a mancare l’umiltà la poesia si solito ti sfugge”.
E degli stranieri?
“Degli stranieri dobbiamo fidarci delle traduzioni, un americano del quale ho letto qualcosa ed è un grande. In Inghilterra c’è una poetessa di grandi capacità espressive”.
Pound?
“È alterato dalle traduzioni però sicuramente traspare un valore eccezionale”.
Il periodo migliore della poesia…
“Dante Alighieri. Non aggiungo altri nomi perché solo lui ha fatto una poesia talmente straordinaria. Nel ‘300 siamo al massimo e un po’ il Rinascimento, che ha investito di più nelle arti figurative, con Lorenzo de’ Medici che ha fatto della poesia di un certo valore. E poi non dimentichiamo un certo signor Shakespeare”.
Del Novecento chi salvi? Carducci, Pascoli…
“Del Novecento Carducci bisognerebbe purtroppo eliminarlo da tutti i testi perché come si dice oggi è un trombone, e così, sempre per me, D’Annunzio. Si rifà all’immaginazione ma l’immaginazione non ha niente a che fare con la poesia, la poesia ha a che fare con la realtà. D’Annunzio ha creato immagini inesistenti anche se in certi momenti di estrema sincerità con se stesso scrisse La pioggia nel pineto. Ha avuto solo dei momenti felici. Pascoli invece è un poeta a tutto tondo: dell’Ottocento salverei Leopardi. Quasimodo non riesco ad apprezzarlo completamente. Sotto sotto c’è molta retorica nonostante il Nobel. I Nobel vengono dati in Svezia dove l’italiano è poco conosciuta e gli autori vengono presentati dalle case editrici che tendono a piazzarli”.
Questo spiega Dario Fo.
“Questo spiega Dario Fo. Dal punto di vista teatrale, dal punto di vista recitativo è stato geniale. Non aveva niente a che fare con la letteratura. Un premio Nobel della letteratura a Dario Fo è proprio… non ha senso. Rimane un fenomeno dal punto di vista della recitazione”.
Una poesia si legge col cuore o con la mente?
“Col cuore. Come dice Franco Loi con l’intelligenza del cuore e quindi non con la passione languida del cuore ma riuscendo a sintetizzare il cuore con la mente.”
Cosa preferisci. Una poesia d’amore o una poesia triste?
“Una poesia d’amore perché l’amore è un aspetto costruttivo della personalità, e quando due persone costruiscono un’altra realtà rispetto a loro stessi ciò è di estrema positività. Se l’amore è inteso in questo senso, se si realizza in questi termini, è equivalente a una poesia di grandissima ispirazione. Quelle tristi quasi sempre hanno un sottofondo di tristezza e amarezza e questo è molto strano perché vengono fuori gli aspetti negativi, pessimistici, dell’esistenza. E viene fuori un panorama che non è certo confortante malgrado certi autori del 900 siano considerati dei grandi. Quelli del Novecento li ho letti tutti come ho letto tutti i francesi: i maledetti. Non li condivido, non c’è un verso di Baudelaire o di Rimbaud che mi esalti particolarmente. Li ho letti tutti proprio per sincerarmi di questo periodo considerato esaltante per la poesia. Il fatto che fossero chiamati maledetti la dice lunga. Si ispiravano alla disperazione dell’esistenza: non è buona partenza per la poesia. Ti devi ispirare a quella che è la realtà dell’esistenza. Anche alle piccole cose, ai particolari che sono quelli che comunicano di più perché è inutile che voliamo verso l’alto, diciamo a far propri concetti elevatissimi, astratti come l’esistenza. Facciamo la fine di Icaro. L’uomo si deve adeguare ai suoi limiti e le sue grandi capacità che nascono dalla sua umiltà e porsi come osservatore delle cose. Le piccole cose ti possono parlare e dire la realtà in qualche caso e quindi tu per raccogliere la voce delle piccole cose ti devi mettere all’altezza delle piccole cose, farti piccolissimo, quasi inosservato. Invece se ti spingi in alto ti sciogli nella concettualità, nella retorica perché non ci sono parole che possono rappresentare certe realtà come il significato dell’esistenza, i suoi perché, le domande esistenziali. Ti devi accontentare, a volte nel piccolo trovi il grande”.
La tua poesia più bella?
“Quella che considero più riuscita è “Gli omini del ferro e del carbone”. Un’immagine che ha a che fare con l’immediato dopoguerra e che rappresenta la sofferenza di questi piccoli uomini avvolti da teli di sacco, sui camion che traballano, uomini costretti a lavorare per tirare a campare in tempi di economia limitante per tutti. Esseri che si muovono prima dell’alba come se non volessero mai essere individuati.”
Hai buttato via poesie?
“Tante. Ho fatto un lavoro di scelta con l’aiuto di Loi”.
Quanti libri hai scritto?
“Tre finora. Che sono finiti alla biblioteca Sormani e che considero una specie di riconoscimento. Come quello che mi vede citato nell’antologia che Garzanti ha edito selezionando le poesie più significative degli ultimi trenta-quarant’anni”.
Cosa bolle in pentola?
“Da un paio d’anni mi trovo in una situazione di aridità mentre mi sono messo a scrivere racconti incentrati sul dopoguerra che sono ospitati su Quattro un giornale che a mio parere ha una bella qualità e lo dico al di fuori del fatto che vi collaboro. Una considerazione obiettiva. Un giornale di servizio ma dove ci sono delle penne che ci sanno fare”.
Torniamo alla poesia, chi butti dalla torre?
“Carducci sicuramente uno dei primi da gettare, uno sfacelo nazionale quel tipo di poesia, ma butterò anche me stesso”.
Spero non butterai anche me dopo questa chiacchierata. Ciao Gianni, con affetto.
Sergio Biagini
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