Colpi di lucchetto e colpi di fulmine
I bilanci della vita sono imprevedibili, ti viene di farli quando meno te lo aspetti, così Mary ci si trovò dentro in Corso Buenos Aires, cioè, per lei che abitava in periferia, praticamente nel paese delle fiabe. Si disse porca puzzola, ti regali una mattinata di tregua per guardare un po’ di vetrine e rilassarti, e ti arriva fra capo e collo il pensiero che hai trentasette anni, fai un mestiere che raccomanderesti solo alla tua peggiore nemica, hai dietro le spalle un matrimonio fallito e nemmeno sai più quante storie una peggio dell’altra, e devi quotidianamente fare i conti con una figlia di nove anni che, quando ci si mette, la Mafia del Brenta e la Banda della Magliana al confronto sono da ridere. Certe cose prendono, così non fece caso ai tre ragazzi rom dall’aria feroce che la incrociarono poco prima di Via Vitruvio e le si misero dietro. Mary però di mestiere faceva la maestra d’asilo, e all’asilo i bambini ficcavano le mani dappertutto, comprese le sue tasche, la sua scollatura e lo zip dei suoi jeans, “per esplorare” dicevano gli psicologi che ogni tanto le tenevano svogliati corsi di aggiornamento, perciò era allenata alle intrusioni. Si girò di scatto e si trovò al cospetto di un ceffo da tagliagole che brandiva il suo portafogli.
Fece la mossa di strapparglielo.“Puttana schifosa” disse lui in un italiano encomiabile. E lei, fallito il tentativo di riprendersi il portafogli con la mano destra, gli allungò un ceffone con la sinistra. Se li trovò tutti e tre addosso, il più grande le strappò anche la borsetta. Mary stava ancora pensando a quanto le sarebbe costata quella botta di vita,quando si trovò stretta contro una vetrina da una di quelle signore-bene che biciclettano sui marciapiedi incuranti di tutti e in particolare dei vigili, del resto incuranti di loro.
La signora-bene era in mocassino scamosciato e polo firmata, e dietro il sellino portava ripiegato Il manifesto. Una compagna, si disse Mary, lei, piccola comunista ingenua, che conosceva i compagni delle periferie e niente sapeva di quelli laccati e inamidati che abitavano in duecento metri quadri nel centro. E infatti: “Brutta stronza, come ti permetti di picchiare un bambino?” si sentì urlare. “Ma quello mi ha…” fece per dire Mary, esterrefatta.“Se la prende con i bambini, la stronza!” urlò la signora-bene, che con la bici ormai impediva a chiunque di passare. Mary si disse compagna o no, io questa la stiro, e le afferrò il manubrio. “Allora ce l’hai per vizio, stronza!” urlò quella, e come dal nulla spuntò la catena antifurto della bicicletta, munita di uno spigolosissimo lucchetto che arrivò diritto sul viso di Mary.Mary vide rosso, e non per dire. Cercò di ripulirsi del sangue che le colava sulla faccia da uno sbrego sopra il sopracciglio destro, con l’intenzione di far perdere un voto alla sinistra trucidando la compagna-bene. Si sentì sollevare il mento. “Faccia vedere” le disse una voce gentilmente perentoria.
“Fate luogo, polizia” ripeteva a pochi passi da lei un’altra voce, meridionalissima. “Io quella la ammazzo, io le ficco nel didietro la bicicletta con le ruote che girano” ripeteva Mary guardandosi bellicosamente intorno, senza più vedere la compagna-bene. “Farà queste belle cose dopo il pronto soccorso” disse il primo poliziotto, e la sospinse verso una Punto bianca, ammaccata e sporchissima. Mary si trovò così dentro un’auto-civetta, con due poliziottiin borghese. Il meridionale che stava al volante era lungo senza essere alto, e aveva un viso da pellerossa. L’altro, che sembrava il capo, portava la barba. “Metti la sirena” ordinò. “Commissa’, non si ricorda che sono sei mesi che la sirena sta rotta?” disse con enfasi l’autista-pellerossa. Il poliziotto con la barba si girò per guardarla. “Sanguina ancora.Ferma qui, davanti al supermercato, vengo subito” disse, e scese a precipizio.
In capo a tre minuti ripiombò in macchina con una busta di piselli surgelati. “Sulla ferita” intimò, e si capiva che era abituato a dare ordini. Non ci fosse stata di mezzo la fontana di sangue che già le aveva fatto inzuppare un pacchetto di fazzoletti, Mary gli avrebbe servito una gagliarda razione di disubbidienza civile. Lei, rampolla di una dinastia di comunisti militanti, era praticamente prigioniera del braccio armato dello stato repressivo, che va be’, al governo adesso ci siamo noi, per quel che deve durare, ma che la polizia sia fascista non ci piove, e se questo sbirro in giacca di lino che sembra che ci ha dormito dentro scopre che mi sono fatta tutte le manifestazioni di Mani pulite, e gli scioperi generali, e i girotondi, si riprende i piselli e mi manganella. Intanto la Punto era arrivata davanti al Fatebenefratelli. Il poliziotto con la barba mandò via l’auto e la accompagnò all’interno.“Mi arresta perché ho dato uno schiaffo a quello zingaro?” ebbe finalmente il coraggio di domandare Mary, col candore della propria coscienza antagonista.Lui sorrise.“Uno solo?Peccato. ”Eccolo qua il poliziotto fascista, si disse lei. “Eh già, perché voialtri volete a tutti i costi che siano botte, vero?” scandì. “Come no: noi della pula meniamo a cottimo, ci pagano un tanto a cazzotto, e io oggi, per colpa sua, non ho ancora picchiato nessuno. Ma di qui a stasera…” replicò lui,serissimo. “Vi ho visti all’opera, sa? Ero a Genova per il G 8, nel 2001.” “Anch’io” disse lui. “Be’, avete fatto schifo, caricavate i cortei pacifici invece di prendervela con quelli che sfasciavano tutto, e alla scuola Diaz…” “Non è stata una bella cosa” disse lui. Mary lo guardò gelidamente, con il proprio azzurrissimo sguardo. “Cos’è, mi prende per il culo?
E che ci facevano i dirigenti di Alleanza Nazionale nella sala operativa, e i vostri telefonini che suonavano Giovinezza…” volle insistere, a voce ormai talmente alta che tutti quanti intorno, per quanto fossero ammaccati e dolenti, stavano guardando e ascoltando solo lei. “No, suonavano Faccetta nera: praticamente un inno all’integrazione razziale e alla società multietnica” precisò lui.
Lo salvò l’infermiera: “La signora con i piselli, venga”chiamò, perché sui piselli avevano fatto ironia tutti quanti, ma nessuno s’era degnato di sostituirli con qualcosa di più ospedaliero. Mary entrò in ambulatorio, furibonda, e poiché lo stoicismo non era nelle sue corde, mentre la ricucivano caiottò indegnamente, che al confronto i suoi bambini dell’asilo, quando si facevano la bua, sembravano altrettanti Muzio Scevola, ma intanto pensava brutto pirla, l’integrazione razziale e la società multietnica…ahiaaaaa! Uscì abbacchiatissima, convinta che lui se ne fosse andato. Invece lo vide esattamente dove l’aveva lasciato. “E non è neanche male, il massacratore” pensò guardandolo, per subito vergognarsi con se stessa: quello per lei doveva restare il nemico. “Speriamo di non rimanere sfigurata” seppe solo dirgli mentre uscivano. “Lei resterebbe comunque bellissima” disse lui, e non le lasciò il tempo di pensarci sopra, già stava chiamando un taxi. A Mary vennero i brividi al pensiero di quanto sarebbe costata la corsa, dopo cheaveva lasciato in mani rumene tutto quello che s’era portata appresso quella mattina. “La accompagno” disse lui vedendola sulle spine. Mary pensò che così avrebbe visto che abitava in una casa popolare, un po’ se ne vergognò, ed era la prima volta in vita sua: dove cavolo stava andando a finirle la fierezza proletaria?
Lui era commissario, vai a sapere quanto guadagnava e che casa aveva. Comunque niente tracce di fedi matrimoniali sul dito, anche se mica tutti gli uomini sposati ormai la portavano più, i maiali. “Anch’io sono cresciuto in una casa popolare, mia madre ci vive ancora” disse lui quando furono davanti al mega-dormitorio dove Mary abitava. Lei non sapeva come fare per il taxi, lui le disse di non pensarci, e la salutò, sorridendole con un sorriso gaglioffo e insieme dolce, che agli sbirri dovrebbe essere proibito quando sono al cospetto delle lavoratrici di sinistra. Né Mary poté accorgersi che, fatti venti metri, il taxi si fermò, e lo sbirro scese per dirigersi verso la vicina fermata di autobus. L’indomani sera Mary ricevette la più inaspettata delle chiamate, sul fisso visto che il suo cellulare in quel momento doveva trovarsi in qualche campo nomadi: “Sono il picchiatore fascista che l’ha accompagnata al Fatebenefratelli, volevo sapere come sta, e se è andata in commissariato a sporgere denuncia.”
Mary si trovò ad avvampare come ormai da tempo non le succedeva. “Io…sì, certo, signor…non so neanche il suo nome” barbugliò, scombussolata al punto giusto. “Il mio nome è Gualtieri, Paolo Gualtieri” si sentì rispondere con un tono che le mise gli ormoni a durissima prova. Sammy, che stava seviziando il telecomando del televisore, le lanciò la più consapevole delle occhiate.“Almeno è un po’ meno pirla degli altri?” volle informarsi. “E’ un pulotto, non lo vedrò e non lo sentirò mai più” replicò Mary, rossa come quando d’estate si metteva al sole e, anziché abbronzare, rosolava. Ma Sammy, nonostante i nove anni, la sapeva lunghissima. “Sì-sì…” fece tornando alla manipolazione dello sventurato telecomando.
Giovanni Chiara
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