Da dormitorio a Casa dell'Accoglienza, in via Ortles
Qualcuno lo chiama ancora Dormitorio pubblico, nel 2005 lo troviamo classificato come Ricovero Notturno, ma dal 2007 si chiama Casa dell’Accoglienza Ortles, in viale Ortles 69: un cambio di denominazione non solo formale, per rendere più accattivante la struttura, ma per rispondere al nuovo ruolo che questa vecchia istituzione del Comune di Milano vuole assumere.
Ne abbiamo la dimostrazione quando, su invito della Direzione, domenica 27 maggio ci rechiamo lì, appena al di là del confine della Zona 4, a visitare la mostra “I frutti della carità”, che ci parla con le parole, i documenti e le immagini dei protagonisti dell’assistenza a Milano fra il Settecento e il Novecento. La mostra è quindi una occasione per aprire al pubblico questa Casa, per farla conoscere al quartiere, per abbattere quel muro di diffidenza e di distacco che spesso ci separa da vite difficili, sbagliate, sfortunate.

Oltre alla mostra fotografica (rimasta aperta anche il 2 e 3 giugno), si potevano vedere i lavori fatti dagli Ospiti dello Spazio Diurno, ossia oggetti di legno, tessuti dipinti o ricamati, vasetti di piantine coltivate durante le attività di giardinaggio e perfino gustare un gelato e piatti vari nel nuovissimo spazio ricavato dal vecchio lavatoio ed attrezzato a cucina (ho dovuto rinunciato ai fiori di zucca fritti, data l’ora pomeridiana)
Approfitto della visita anche per dare un’occhiata alla struttura, molto ampia, formata da sette corpi di fabbrica chiamati Padiglioni, separati da ampi spazi verdi molto curati e collegati fra di loro da larghi spazi coperti. La curiosità di conoscere qualcosa di più sulla Casa dell’Accoglienza è tanta, e viene ampiamente soddisfatta da una operatrice dello Spazio Diurno, la signora Giuseppina, che mi accompagna a vederne gli spazi attrezzati, e dalla Direttrice stessa, la dott.ssa Stefania Zazzi che, pur impegnata a fare gli onori di casa, riesce a trovare un po’ di tempo per fare conoscere ai lettori di QUATTRO questo importante servizio che assiste, cura e sostiene gli adulti in difficoltà.

Partiamo dalle informazioni di base, dai numeri: la struttura ha 471 posti ordinari (a pieno regime) più circa 200 per le emergenze, a partire dall’emergenza freddo che ogni anno dura da novembre a fine marzo.Una quarantina i posti per le donne, più di 100 quelli per gli uomini stranieri, e da aprile sono ospitati un centinaio di rifugiati (altro piano d’emergenza), fra cui una parte di quelli allontanati dalla ex-caserma di viale Forlanini, di cui abbiamo parlato nel numero scorso di QUATTRO.
La permanenza presso la Casa dell’Accoglienza è temporanea, dura di norma 6 mesi, perché lo scopo è quello di mettere le persone in grado di avere la propria vita fuori di lì. Per ognuno c’è un progetto a cura del Servizio Sociale lì presente, anche se le attuali 2 Assistenti Sociali (e dovrebbero essere 4 in organico) sono veramente poche per tutte quelle persone che si trovano in situazioni di difficoltà gravi, dall’alcolismo alla tossicodipendenza, a problemi di salute mentale e di invalidità o di reinserimento sociale. C’è anche chi non ce la fa, e dopo sei mesi può ottenere una proroga e prolungare la permanenza.
Importante è anche il servizio Infermeria con un ambulatorio medico e uno psichiatrico e posti di ricovero per gli Ospiti malati e/o dimessi da ospedali. Fondamentale è l’accoglienza, l’assistenza ma anche la “cura” dei presenti.
La vita nella Casa dell’Accoglienza è scandita da orari e regole per responsabilizzare gli Ospiti: il posto letto (box a due letti) va lasciato entro le 8.30, ma c’è ancora un ora disponibile per utilizzare gli spazi comuni; si può poi rientrare dalle 13.30 usufruendo di questi spazi comuni, due sale soggiorno o gli ampi porticati e spazi verdi (c’è anche un campo bocce); alle 17.30 aprono i servizi interni, ovvero le docce, il bagagliaio, le casse e la mensa serale, e l’accesso alle camere avviene dalle 19.00.
“ Orari e norme ci vogliono – ci dice la dott.ssa Zazzi – ma si possono fare rispettare in un contesto umanizzato.”E molte iniziative realizzate in questi anni vanno proprio in questa direzione.
Lo Spazio Diurno, di cui accennavamo all’inizio, è sicuramente l’iniziativa principale: nato meno di 2 anni fa offre, ad un gruppo opportunamente individuato per ora di 15-20 Ospiti, l’opportunità di svolgere attività varie durante la mattinata.Si va dal laboratorio del legno, al giardinaggio con la coltivazione anche di un orto, al decoupage, al cucito e ricamo, alla pittura su stoffa, all’attività fisica e programmi individuali di igiene e cura. Lo scopo è quello del recupero delle abilità psico-fisiche di ognuno di loro a favore dell’utilizzo all’esterno della struttura.
Di queste attività se ne occupano tre operatori interni che hanno messo la loro professionalità al servizio del progetto.Anche lo spazio cucina, ristrutturato con forze proprie, ha questa finalità e permetterà così di cucinare i prodotti dell’orto (vedi fiori di zucca!).
E’ una grande responsabilità quella che ricade sulla direttrice, arrivata qui 4 anni fa’ da altre esperienze in residenze socio-sanitarie e con una preparazione professionale medica sempre da investire, alle prese complessivamente con 600 ospiti, circa 90 operatori (dipendenti comunali e operatori di una cooperativa sociale in appalto), e molte scelte e decisioni da prendere e situazioni sicuramente non facili da gestire.
“Per fortuna abbiamo una bella équipe, la Commissione Interna formata dallo psichiatra, dal medico, dalle Assistenti Sociali e da me, – ci dice la dott.ssa Zazzi - che si riunisce ogni mercoledì mattina ed esamina i casi più problematici e le scelte più significative.”
Io posso solo congratularmi con lei per il lavoro che fa insieme a tutto il personale per assistere e curare tante persone in difficoltà e rendere così la nostra città più solidale.
Stefania Aleni
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