Un'altra sorprendente storia metropolitana
Questo mese vi raccontiamo un’altra storia metropolitana, perfino più sorprendente (tristemente sorprendente) di quella dello scorso numero sui parcheggi sotterranei di via Scheiwiller.
Atto 1°Nel 1980 la proprietaria dello stabile di Corso XXII Marzo 22 (e di molti altri), signora Bonomi Bolchini, vende i negozi agli affittuari, dando loro la prelazione nell’acquisto, ed il resto dell’edificio al Comune di Milano, che lo acquisisce nel luglio 1980 per destinarlo ad edilizia residenziale pubblica.
Come da noi ricostruito e scritto nel lontano aprile 1999, subito il Comune si accorge che “le condizioni strutturali erano tali che si è dovuto liberare l'edificio, poi si sono murati gli accessi alle scale e lo si è abbandonato al progressivo degrado. E' stato quindi necessario prima predisporre un ponteggio antischegge, rimasto su per anni, poi rimuovere tutti gli intonaci pericolanti. Finalmente nel 1995 il primo progetto per il recupero dello stabile, da inserirsi nei programmi di edilizia residenziale pubblica per il quadriennio 1992-95 finanziati dalla Regione.
L'amministrazione comunale avrebbe dovuto dare inizio ai lavori entro marzo 1997, per non perdere la possibilità di usufruire del finanziamento, invece sono iniziati a marzo '99. A questo punto, meglio tardi che mai!”
E più avanti nell’articolo, scrivevamo: “Vincitrice dell'appalto la Donati S.p.A in associazione con Dema costruzioni, costo dei lavori poco più di 6 miliardi e consegna a luglio del 2000. Il geom. Quintiliani con cui abbiamo parlato pensa che saranno addirittura in grado di terminare i lavori in anticipo, senza nulla togliere alla qualità dell'intervento. Un ulteriore elemento positivo: lo spazio occupato dal ponteggio è stato ridotto al minimo, così come il disagio ai negozi presenti.”
Atto 2°
Poiché, a distanza di 8 anni, i ponteggi sono ancora su e la situazione è assolutamente bloccata, ci siamo chiesti il perché ed abbiamo “scoperto” quanto successo, e non successo, in tutti questi anni, con l’aiuto dell’avv. Ernesto Garberi, che rappresenta i proprietari dei negozi, eccetto la proprietà della Banca Europea, che peraltro non ha mai partecipato alle assemblee condominiali.
Questa la ricostruzione che abbiamo fatto.
Quando il Comune decide di fare la ristrutturazione dell’immobile, se ne assume in toto i costi, anzi concorda con i proprietari dei negozi una indennità per impedimento all’esercizio dell’attività commerciale. Nel 1997, quando avrebbero dovuto iniziare i lavori, si scopre una fessurazione in cantina che richiederebbe quindi lavori di rafforzamento delle fondamenta: tali lavori però non sono previsti nel capitolato predisposto!Si deve arrivare a fine settembre 1998 perchè Comune e proprietari arrivino ad un accordo che prevedeva l’assunzione da parte del Comune dei costi aggiuntivi del consolidamento in cambio di una rinuncia all’indennità di compensazione.
I lavori così iniziano, con una previsione di durata di 3 anni al massimo.
Nel 2001 viene trovata un’altra fessurazione nelle cantine, la cui causa è attribuibile, secondo l’ing. Pedrazzini, consulente del Comune, ai lavori di sventramento dell’edificio per rifare tutte le solette di legno. Altro stop ai lavori e necessità di trovare altri 300 milioni di vecchie lire per i nuovi lavori.Vengono fatte una serie di riunioni, perché il Comune non vuole sostenere da solo i costi e gli altri condomini (che, per inciso rappresentano circa un terzo dei millesimi) ritengono che, come da accordi precedenti, la ristrutturazione spetti per intero al Comune.
L’impresa appaltatrice incomincia ad accumulare ritardi nei lavori, anche a fronte di richieste di modifiche e varianti da parte del Comune di Milano a cui non corrispondono maggiori stanziamenti; dal canto suo l’Ufficio tecnico del Comune di Milano rileva da parte dell’impresa tali ritardi e una qualità dei lavori non adeguata. Giova ricordare a questo punto che l’appalto era stato vinto dalla ditta Donati con un ribasso di quasi il 50%, decisamente troppo per poter garantire la qualità necessaria!
Nel 2002 si bloccano i lavori, viene risolto il contratto con l’impresa e la controversia viene rimessa ad un arbitrato.Anche se non sono stati comunicati ufficialmente i risultati dell’arbitrato, l’avv. Garberi ritiene che esso si sia concluso, perché nell’aprile del 2005 vi è un incontro informale fra i proprietari dei negozi ed il Comune per cercare una soluzione che permetta di riprendere i lavori in tempi ragionevoli accelerando alcuni passaggi burocratici.
Sei mesi dopo questo incontro informale, nell’assemblea condominiale del 19 dicembre 2005, il rappresentante del Comune (mai lo stesso, peraltro, cosicché il rapporto fra i proprietari dei negozi e il rappresentante del Demanio viene reso ancora più difficile) afferma che le extra spese per il consolidamento devono essere a carico di tutti i condomini e si dice contrario anche alla proposta di rifacimento delle grondaie e del tetto. Tale richiesta era stata fatta perché ritenuta necessaria, tenendo anche conto del fatto che, con l’impalcatura già montata, i costi non sarebbero stati alti.
Nuova assemblea condominiale nell’aprile 2006: i condomini proprietari dei negozi mettono ai voti una serie di proposte per permettere la ripresa dei lavori (redazione di un nuovo progetto e determinazione dei relativi costi e tempi di realizzazione, incarico all’impresa che avrà presentato la migliore offerta, ecc…, oltre all’indicazione che i relativi costi saranno a carico del Condomino Comune di Milano). A seguito del voto contrario del Comune di Milano, l’avv Garberi “dichiara che i suoi rappresentanti sono disposti a devolvere la soluzione in un senso o nell’altro delle controversie ad un collegio arbitrale.”
A un anno di distanza da quell’ultima assemblea, il Comune non ha dato nessuna risposta e non ha fatto conoscere le sue intenzioni.

Atto 3°
E intanto i ponteggi sono ancora su, e chissà in quali condizioni di sicurezza, e un patrimonio pubblico è tenuto fermo per anni (non è il solo, purtroppo), sottraendo alloggi pubblici in una città che ne ha così bisogno, con una perdita anche economica per il Comune stesso, non solo per i mancati introiti ma per i maggiori costi che dovrà sopportare a distanza di anni dal primo capitolato.
Restiamo ansiosamente in attesa della conclusione del terzo atto.
Stefania Aleni
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