La Geloso, un altro pezzo di storia industriale in zona 4
Dopo la Lesa, di cui abbiamo scritto nel numero di marzo, e la Mivar, della quale ci occupiamo in altra parte del giornale, parliamo di un’altra realtà industriale che ha operato in zona 4, e precisamente in viale Brenta: la Geloso. Molti collegano il nome al famoso Gelosino che è stato compagno di chi ha ormai i capelli brizzolati negli anni ‘60 e sul quale si fissavano le canzoni allora in voga. Ma la Geloso non è stata solo registratori; è stata una validissima industria italiana che ha svolto un importante ruolo nell’economia.
Ma ripercorriamone la storia prima di sentire altri particolari dalla voce di due persone, legate da una passione per questa ditta, che abbiamo incontrato a pochi chilometri da Milano.
La Geloso nasce nel 1931 per volontà di John Geloso, figlio di emigranti in Argentina dove nasce nel gennaio del 1901, e che a quattro anni rientra in Italia per poi, a venti, trasferirsi negli Stati Uniti, dove consegue una laurea e dove compie importanti studi di elettronica che culminano con la prima trasmissione di immagini: sembra fosse la foto della moglie Franca.
John Geloso rientra in Italia nel 1931 e fonda in via Sebenico la sua società che ben presto si amplia trasferendosi in viale Brenta 18 (dietro la Fotomeccanica di via Oglio), traslocando in seguito nello stabilimento di fronte, al numero 29. La Geloso acquista sempre più importanza grazie alle capacità di John Geloso, fino a quando nel 1968 il fondatore muore. La fabbrica non gli sopravvive molto. Quattro anni più tardi il marchio Geloso scompare dalla scena.

Armati di registratore e macchina fotografica abbiamo suonato alla porta di Ezio Di Chiaro (a sinistra nella foto), prima dipendente e poi tecnico riparatore di apparecchi Geloso, che ci aspetta assieme all’amico Franco Perna, progettista.
Ci accoglie in un garage-magazzino dove le pareti scaffalate ospitano centinaia di apparecchi prodotti dall’azienda di viale Brenta. E in mezzo al magazzino un televisore in bianco e nero, perfettamente funzionante per la maniacale messa a punto di Ezio, che risale al 1955. Da un momento all’altro ci aspettiamo trasmetta Carosello ed invece è sintonizzato su una delle reti che affollano l’etere.
Che cosa “faceva” la Geloso?
“Alla Geloso si producevano tutti i componenti, escluse le valvole, per assemblare un apparecchio. Dalla vite alla plastica della mascherina, dalle griglie degli altoparlanti agli avvolgimenti fino alla falegnameria, che era a Lodivecchio, dove si costruivano gli chassis che poi ospitavano i vari apparecchi. Per fabbricare i vari componenti John Geloso, che era un grande creativo, progettava lui stesso le macchine per produrle. Ci si faceva tutto in casa”.
La produzione Geloso era vastissima. Si andava dalle radio ai registratori ai televisori e soprattutto le apparecchiature professionali per radio amatori. I registratori che hanno reso famoso il nome della ditta erano solo il 10% della produzione. Ogni “pezzo” era corredato da una sua scheda tecnica particolareggiata con spiegazioni sul funzionamento.
Bisogna aprire una parentesi e spiegare cosa era il “Bollettino Geloso”. Una pubblicazione trimestrale che oltre a dare consigli di manutenzione permetteva, anche a chi non aveva dimestichezza con la materia, di costruirsi un prodotto Geloso. Si iniziava con la specifica dei pezzi, ognuno con il riferimento di catalogo, e le istruzione, chiarissime, per portare a termine il lavoro. Ovviamente Ezio Di Chiaro ha la collezione completa.
Come era organizzata la Geloso?
“Un’azienda solida - interviene Franco Perna -, una di quelle dove potevi lavorare fino alla pensione senza mai cambiare. Avevamo il servizio medico interno, l’attenzione per il lavoratore era significativa. Geloso aveva una grande apertura sociale, prima l’uomo e poi la macchina come alla Olivetti, e questo è dimostrato dal fatto che le donne che vi lavoravano (l’80 per cento delle ottocento persone che erano impiegate alla Geloso) potevano addirittura portarsi il figlio in quanto era stato creato un asilo per i bambini con tanto di medico e infermiere. Una ditta che l’8 marzo chiudeva ed era festa per tutti. Eravamo all’avanguardia a quei tempi: avevamo la mensa interna quando ancora alla Fiat gli operai si portavano da casa la famosa “schiscetta”. “La mensa – prosegue Franco - restava aperta anche nel pomeriggio per consentire a chi come me faceva le scuole serali di poter andare a scuola avendo già cenato. La Geloso era una spanna avanti”.
Gli fa eco Ezio: “Non dimentichiamo che eravamo convenzionati con le colonie estive e mi ricordo che in estate c’erano i pullman che partivano da viale Brenta verso il mare”.
E ancora Franco: “A fianco dello stabilimento c’era (e c’è ancora caro Franco) una palazzina bianca a due piani. Questa era la fucina delle idee Geloso dove al secondo piano venne creato e assemblato il primo televisore in bianco e nero esposto alla Fiera Campionaria di Milano nel 1949. Al primo piano era invece situato l’asilo nido e al piano terra si trovava il Cral”.

La Geloso era famosa per i suoi amplificatori e le trombe e c’era un detto “Ogni campanile un amplificatore” perché molte chiese si erano dotate di un impianto di quel tipo. Quando c’era campagna elettorale le vendite salivano perché gli amplificatori veniva montati sulle auto che andavano in giro a fare propaganda per i vari partiti. “Un amico – aggiunge Franco – andava spesso a San Vittore perché l’impianto usato era Geloso, così come nelle caserme. E di questi apparecchi ce ne sono in giro ancora e ancora funzionanti”. Restando in tema militare la Geloso ha prodotto radio trasmittenti portatili per l’esercito e i sommergibili erano dotati di interfono Geloso.
“Prima si parlava di donne – interviene Ezio – e mi ricordo le lunghe file di operaie che al mattino arrivavano da tutte le parti, soprattutto da Porta Romana, e quelli che arrivavano con il materiale prodotto a casa. Molti alla sera, infatti, prima di andare a casa passavano in magazzino a ritirare il materiale che a casa utilizzavano per produrre i pezzi. Ho visto delle cantine trasformate in signore officine e se il tempo non era sufficiente si coinvolgevano persone del quartiere nel cosiddetto lavori conto terzi. Un caporeparto con questi “straordinari” nel ‘62 si permise di tenere la moglie in albergo un mese a Rimini e andare a trovarla nei fine settimana in aereo”.
Ezio e Franco sono un fiume in piena nel raccontare fatti, aneddoti che hanno riguardato la vita della Geloso. E lo fanno mentre ci accompagnano in un altro locale dove restiamo impressionati. La collezione completa dei microfoni e di tutti i modelli di registratori prodotti dalla Geloso. Un vero e proprio santuario dove Ezio Di Chiaro se li coccola e li mantiene “tutti” in piena efficienza.
“Ecco, questo è il primo registratore del 1949.

Èun registratore a filo, infatti al posto del nastro utilizzava un filo magnetizzato da una testina”. Lo accende e dall’altoparlante esce la voce di Mago Zurlì. I primi modelli a nastro, il 250 e 252, erano molto cari (160mila lire negli anni ‘60), si passò poi al 255 e 256 con costi più contenuti e alla fine il Gelosino che fu un successo. C’era il modello basso e quello alto, quello con i comandi per fermarlo e farlo ripartire in modo particolare utilizzato da chi batteva a macchina o quello che si avvia al suono della voce e si ferma dicendo stop. Uno degli ultimi modelli della Geloso fu il registratore con la radio incorporata, prima di quello che utilizzava le cassette. Cosa strana, i registratori Geloso non sono mai stati stereo.
Infine i microfoni.

Un tavolo pieno, sovrastati dall’insegna luminosa (inutile dire funzionante) della Geloso, con tutti ma veramente tutti quelli prodotti negli anni di attività. Dal primo, un cerchio con sospesa nel mezzo una membrana sensibile, a quello senza fili, primo in Italia, usato dai corrispondenti Rai, a quelli da tavolo o da palcoscenico attraversando tutta la vita della azienda milanese. Il microfono era un pallino dell’ingegner John Geloso che passava giornate nella camera anecoica a studiare e sperimentare membrane.
Alla domanda di quando alla Geloso inizia la fase calante che porterà alla sua scomparsa, sia Ezio sia Franco ricordano con tristezza gli ultimi anni. Adeguarsi ai cambiamenti socio-economici che negli anni ‘70 le aziende italiane dovettero affrontare, non riuscì possibili alla Geloso.
La forte sindacalizzazione in atto, un management non al passo con i tempi, le mutate condizioni di mercato e, grave fatto, l’aggravarsi dello stato di salute di John Geloso, portano l’azienda verso la chiusura. Le multinazionali che invadono il mercato italiano con i loro prodotti, che acquisiscono imprese italiane, la spietata concorrenza del Giappone, dove l’automazione porta ad una drastica riduzione dei costi, la morte nel 1968 dell’ingegner John Geloso e il disinteresse degli eredi a continuare nella sua avventura portano inevitabilmente alla liquidazione.
In viale Brenta nel 1972 si spegne l’insegna della Geloso.
E noi spegniamo il registratore: la storia di John Geloso è finita.
Sergio Biagini
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