LESA: dove dalle idee nascevano i giradischi

 

 

Chi passa oggi in via Bergamo, dove ora c’è Prada tra le vie Cadore e Morosini, non sa forse di passare accanto ad un pezzo di storia industriale italiana. Quel palazzo era infatti lo stabilimento di una delle aziende italiane all’avanguardia nel campo della fonia e forse molti ricordano che sul muro laterale campeggiava una scritta blu attraversata da un lampo rosso: il logo della LESA.

Abbiamo conosciuto a San Bovio, alle porte di Milano, Edgardo Magnaghi, che della LESA si può considerare la memoria storica, il custode di fatti, ricordi, avvenimenti che si sono succeduti nella storia di questa azienda che è stata fino al 1972 la maggiore industria produttrice di componenti per la fonia, di giradischi e numerosi elettrodomestici.

La LESA nasce nel 1929 in corso Italia come piccola impresa artigianale con tre operai e due titolari, ma rapidamente si espande costruendo uno stabilimento in via Bergamo che la guerra vede in parte distrutto, ma prontamente rimesso in grado di riprendere la produzione. Agli inizi degli anni 50 la forza lavoro arriva a 800 dipendenti.

È in questi anni che inizia l’avventura di Edgardo Magnaghi, disegnatore progettista meccanico, come direttore di una delle tre sezioni tecniche della LESA “e avevo ben 14 collaboratori disegnatori. E pensare che oggi ne bastano quattro per i lavori che facevamo allora”.

Sotto la conduzione oculata del suo proprietario l’attività della ditta si amplia, assume sempre maggiore importanza nel campo commerciale divenendo l’unica azienda italiana in grado di produrre giradischi di alta qualità e per quei tempi all’avanguardia. Anche la componentistica per apparecchi, non solo del settore, dimostra la propria validità in campo non solo nazionale, al punto che via Bergamo non è più sufficiente: nascono lo stabilimento di Tradate (per il settore della fonia) nel 50 e nove anni dopo quello di Saronno (la cui produzione era indirizzata agli elettrodomestici), ognuno occupando mille persone.

Edgardo Magnaghi è una miniera di aneddoti e di informazioni e racconta di come le prime radioline a transistor che arrivavano dal Giappone avevano al loro interno componenti acquistati dalla LESA, a significare come la qualità e l’affidabilità di quei prodotti non era seconda a nessuno.
Per avvalorare queste sue parole ci mostra il ritaglio di un articolo di una rivista tecnica statunitense dove si elogia la qualità dei prodotti italiani (LESA) nel campo dell’acustica. “Tengo a precisare che non si tratta di un articolo pagato” – ci dice Edgardo.

C’era uno staff ben strutturato, allora.
“Io ero progettista meccanico e c’è… c’era uno staff di tecnici, ricercatori di laboratorio, tecnici di progettazione elettronica di assoluto valore”.

Questo significa che anche le condizioni di lavoro erano buone.
“Erano meravigliose. Cose che non ci sono più. Recentemente con un ex collega si parlava della Geloso, che era sempre in zona, che come la LESA avevano convenzioni con le scuole materne per i figli dei dipendenti, con le colonie estive. Tutte cose che oggi sono sparite”.

C’erano molte donne tra gli operai?
“La forza lavoro era, nel settore montaggio, composta prevalentemente da donne ma ce n’erano anche in altri reparti, come la direttrice che si occupava della chimica dei potenziometri: la dottoressa Torno.”

Parlando sempre di sistemi di produzione la qualità era elevata, l’automazione nei reparti dove si montavano gli apparecchi era all’avanguardia per quei tempi e persino certe macchine o attrezzature utilizzate nel ciclo produttivo erano costruite “in casa” per soddisfare al meglio le prestazione qualitative. Addirittura certi componenti erano prodotti negli stabilimenti fuori Milano perché le vibrazioni derivanti dal traffico milanese influivano sul rendimento di certi processi produttivi.
Una curiosità: chi ha in casa una vecchia Necchi per cucire, ancora funzionante, sicuramente ha un pezzo di LESA all’interno: il motore.

Edgardo Magnaghi va giustamente fiero di una sua creatura, il piatto giradischi PRF 6 degli anni 70, riconosciuto uno dei migliori allora sul mercato e ci mostra orgoglioso i disegni, a quei tempi tutti realizzati con il tecnigrafo, delle varie parti che componevano la macchina. Questo ci porta a fare una domanda:

Quanto tempo occorreva perché un’idea si trasformasse in prodotto finito, in un giradischi?
“Si inizia con la stesura delle specifiche del progetto, la realizzazione del prototipo, la sua messa a punto, l’attrezzamento ovvero l’approntamento degli stampi, l’approntamento della linea di montaggio: mediamente il tempo di gestazione del tutto era di… nove mesi”.

Giradischi, cambiadischi, mangiadischi: per chi non ha dimestichezza una precisazione.
“I giradischi, dove si suona un disco alla volta, si dividono in giradischi manuali o automatici; nel primo la puntina viene messa manualmente sul primo solco, nel secondo avviene semplicemente premendo un tasto. Il cambiadischi ha una torretta dove si impilano più dischi (33 o 45 giri) e terminato il primo disco automaticamente scende il secondo. Il mangiadischi invece è quella scatoletta (in voga negli anni 60/70 spesso a batteria per poter essere portato anche in auto) dove si infilava il disco, di norma a 45 giri, che faceva scattare la puntina e inizia a suonare attraverso l’altoparlante incorporato”.

Mentre ci spiega questo, Edgardo ci mostra un catalogo LESA con i vari modelli in voga in quegli anni. Dai giradischi a valigetta con gli altoparlanti staccabili, ai piatti da inserire in mobiletti (sempre prodotti in “casa”) in abbinamento spesso a radio. Veri e propri cimeli che riportano indietro nel tempo e che attraverso la grafica pubblicitaria di allora e l’ambientazione ci mostrano uno spaccato della vita di quegli anni.

Conserva ancora qualche pezzo particolare?
“Non proprio. Ho questo cambiadischi (nella foto) – ci dice Edgargo – perché ha delle caratteristiche particolari. Ho anche altri pezzi ma lo spazio casalingo è ridotto e sono costretto a tenerli in cantina. Non ho una collezione; ci sono però persone che raccolgono vecchi “pezzi” LESA, veri e propri appassionati”.

Ai tempi quali erano i concorrenti della LESA in Italia?
“C’era un certo Tiraboschi che produceva artigianalmente mangiadischi, c’era poi Bonetti un ex tecnico che si era messo a fabbricare giradischi ma erano sempre nel campo artigianale, quindi non risentivamo della concorrenza. Posso affermare che di concorrenza non ce n’era. La GBC, ad esempio, creava giradischi con il suo marchio ma erano pezzi che arrivavano da LESA”.

Però c’era la Geloso?
“Sì ma era specializzata in registratori a nastro e solo negli ultimi tempi noi alla LESA abbiamo prodotto alcuni modelli e anche qualche mangianastri quando sono uscite le cassette della Philips”.

Un passo indietro: la produzione era indirizzata più verso il privato o verso le grandi ditte?
“Le industrie erano i nostri maggiori clienti. La Mivar (che per chi non lo sapesse aveva iniziato la sua attività in zona 4 in via Strigelli) era un cliente fantastico per la LESA. Costruiva le radio con i giradischi che erano i nostri, come faceva anche l’Autovox e altri nomi importanti. Chi faceva radio con il giradischi comprava il giradischi LESA. A livello componentistica la LESA faceva potenziometri, resistenze a filo o a strato resistivo, e anche in questo era unica, esportavamo anche in Giappone”.

A questo riguardo bisogna precisare che non esisteva solo LESA Italia, c’era anche LESA France, LESA USA (“Lì avevamo una sede che si occupava di ricerche di mercato per “piazzare” i nostri giradischi con il design americano”), LESA Germania e LESA Svizzera a riprova della potenzialità di questa industria.
“Negli ultimi anni si era allargata. Il direttore Meoni era andato in America a studiare il mercato ed era tornato con elettrodomestici di piccole dimensione, che poi sono entrati in produzione”.

Come era il direttore Meoni?
“Era il ragioner Meoni, un uomo che aveva una grande passione e che ha creato e sviluppato la LESA; quando rimase l’unico proprietario portò l’azienda ad avere 2400 dipendenti. Ho lavorato in altre ditte ma una persona che accettasse i consigli, le iniziative, le idee dei collaboratori non l’ho più trovata”.

Poi avviene l’inevitabile.
“È stata una cosa logica. Non poteva reggere il progresso. Se non c’è la possibilità di costruire quello che c’è in un giradischi non c’è la possibilità di reggere la concorrenza. I motori dei giradischi dovevamo comprarli in Giappone con i costi che ne conseguivano. Anche quando ci siamo messi a produrli in proprio avevamo comunque bisogno di certi componenti che arrivavano da là. Non c’era nessuno che in Italia che producesse integrati o altri componenti”.

E qui il discorso finisce sugli ultimi tempi della LESA, che per i motivi di cui si diceva prima e per il fatto di non poter far fronte alla concorrenza dei prodotti dagli occhi a mandorla cominciò la fase calante.

“Nel 1972 viene dichiarata fallita – dice con un po’ di rammarico Edgardo -. La sede di via Bergamo fu occupata per quattro mesi, siamo finiti anche in parlamento con alcune interpellanze per far sì che non finisse la storia della LESA, ma alla fine venne alzata bandiera bianca. Fu creata la Gepi, che ritirò il fallimento. La LESA venne inglobata nel gruppo Seimart (dove c’era anche la Magnadyne di Torino) e divisa in due settori: la Panta nello stabilimento di Tradate, per il settore giradischi, e gli “irriducibili” di via Bergamo confluirono nella Seli (Società elettronica lavorazioni industriali) con sede in via Vitruvio e poi a Sesto San Giovanni. Infine – e il rammarico si accentua nella voce di Edgardo - nel 1984 tutto svanisce”.

Il tempo della LESA era finito, non solo i vinili erano ormai oggetti da collezione, non solo la digitalizzazione stava per entrare nelle case e i primi CD apparivano sul mercato. La crisi era purtroppo inevitabile, la concorrenza era troppo forte.

Il sipario calò sulla Panta e fu come se calasse sulla scritta blu attraversata da un lampo rosso che campeggiava sul muro della fabbrica di via Bergamo. Sergio Biagini