Casa della poesia e dintorni
È un fazzoletto di terra il campo da bocce nel parco di Largo Marinai d’Italia. Un fazzoletto ritagliato nel vasto prato della piazza, strappato a suo tempo con fatica alla resistenza della burocrazia più che a quella delle zolle.
Nella bella stagione, attorno a questo rettangolo una vera e propria moltitudine di teste bianche rigorosamente in pensione. Non si percepisce ombra alcuna di differenze sociali tra questi uomini che, lasciatisi alle spalle i ruoli ricoperti nella società, vestono tutti in modo simile senza alcuna formalità e comunicano tra loro con un linguaggio che li accomuna, fatto delle parole di tutti i giorni.
L’unica ombra semmai è quella che, a pochi passi di distanza, proietta sul campo l’elegante Palazzina Liberty da qualche anno promossa a Casa della Poesia. Ma come tale è solo l’ombra di se stessa considerato che nata con il compito, tra gli altri, di promuovere la poesia, se ne guarda bene di raccogliere le novità che bussino alla sua porta. Se come autore (sconosciuto) ti proponi ai vertici della direzione, il minimo che ti possa capitare è di essere trattato con sarcasmo e sufficienza e di ricevere un sostanziale NO (tu no) senza aver letto una sola parola dei testi che proponi.
E così, come sempre succede nel nostro Bel Paese se non hai santi in Paradiso, devi rinunciare alle tue legittime aspirazioni e lasciare che i soliti noti se la cantino, se la suonino e in questo caso se la rimino tra loro, forti della loro posizione di rendita. Meglio starne fuori e raccogliere quei frammenti di poesia che anche nei dintorni della Palazzina non mancano: quel “pino solitario” (è un cedro del Libano) la cui età è difficilmente valutabile e che così com’è, esclusivo e “altro” rispetto alla vegetazione che lo circonda, da di sé l’impressione di essere nato prima di ogni altra cosa sulla terra. Si è altresì ricavato attorno una buca circolare quasi a sottolineare la sua estraneità rispetto ai giorni nostri.

E quella fragile struttura in ferro stile Liberty che simboleggia, senza poterlo essere nella realtà, l’ingresso al parco conferendo al contesto una involontaria aria metafisica. E ancora i bimbi che sulle altalene si dondolano nel vuoto quasi a voler sperimentare i rischi dell’esistenza che li attendono. Ma dei loro “spericolati” movimenti, al momento giustamente assaporano solo la gioia e l’ebbrezza. E poi quegli uomini di una certa età che frequentano quel fazzoletto di terreno di cui si diceva all’inizio. Si portano al naso la boccia quando si tratta di “mirare” prima di scagliarla per allontanare le sfere avversarie che circondano il “pallino”. C’è in quegli istanti di concentrazione una espressione pensosa sui loro volti che sembra ripercorrere gli anni della propria esistenza a raccogliere residui di amarezza e di speranze risoltesi in delusione.
Riflessioni che esplodono poi in un gesto liberatorio e finalmente riparatore quando la mano libera la boccia esprimendo in quell’attimo una determinazione mai rivelata prima e un talento rimasto sconosciuto anche a se stessi.
Gianni Tavella
Tardi
Sono arrivate tardi a capire
teste bianche come la sua
al parco attorno a questo uomo
ora soltanto posa la boccia piano
di sapienza piena
e la fa scorrere
lungo tutta l’esperienza della vita.
Alza la gamba all’albero
un botolo di periferia
e poi trottella via
Dalla raccolta “Per nessuno più che ci sia” di Gianni Tavella . Prefazione di Franco Brevini. Edizioni MOBYDICK
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