A PORTA ROMANA “L’ULTIM MILANES”: poesie dialettali di Cesare Bisone

 

 

In ‘sto Milan doe tutt l’è de premura,
doe l’è forest perfina el to visin,
de parlà in dialètt nessun se cura
perché a capil semm in pocch Menegin.

La lingua meneghina è ormai confinata fra gli omm de gran coltura // che hann fa del dialèttletteratura: nella nostra città è ormai raro sentire parlare dialetto nei negozi o in tram e forse anche nelle case dove i ragazzi neppure più lo capiscono e i nonni per farsi capire devono tradurre. Riconsideravo tutto questo leggendo le poesie di Cesare Bisone, imprenditore nella nostra zona, titolare di una piccola azienda produttrice di apparecchi elettrici e autore di testi dialettali. La raccolta, pubblicata alla fine del 2006 con il titolo L’ultim milanes, è introdotta da una prefazione di Siro Brondoni, nome noto nella cultura milanese e negli anni addietro fra i protagonisti della politica locale, che ha presentato il volume nello scorso dicembre al circolo ambrosiano “Alessandro Volta”.

Il gusto del dialetto, che in altre località e regioni italiane è ancora lingua popolare comunemente parlata, non rinnega la vocazione internazionale di Milano, non ignora la capacità di attrazione che da molti decenni ha richiamato in città persone con provenienze eterogenee, ma riconosce all’espressione locale uno smalto, un’efficacia comunicativa che non sempre offre la lingua nazionale. Nei versi di Bisone si ritrovano situazioni e personaggi caratteristici della nostra memoria milanese senza nessuna esterofobia, semmai con una scherzosa eprovocatoria proposta di integrazione: Son minga contra l’Islam, ben intes, // ne contra el so pregà, ne al Ramadam, // pur ch’el Corano el sia in milanes.

Purtroppo nemmeno io riesco a esprimermi in modo efficace nel dialetto della città: pure dopo la lettura di queste poesie –per cui però non ho avuto necessità di ricorrere alla traduzione a fronte- mi ritrovo sulle labbra qualche frase meneghina, proprio perché resta l’impressione della chiacchierata e siccome da molti anni apprezzo la simpatia e la comunicativa di Cesare Bisone leggo questi testi sentendo la sua voce, che racconta, ricorda, commenta e mi trovo coinvolto. Accanto ai temi più tradizionali, emergono riflessioni politiche che chiamano per nome Andreotti, Bossi e Berlusconi, e discutono il presente: i partiti, maggioranza e opposizione, il femminismo, la crisi della famiglia.

La gent la voeur lavorà sempre men or
per podè corr, sempre pussée in pressa,
denanz al so divin televisor
doe i leader fan bla-bla e la fan fessa,
dopo vedendi film senza decenza,
dove per coltura gh’è la violenza.

Tornante fra le decine di testi il tema del tempo che passa: oltre la nostalgia della giovinezza Bisone riconosce qualche vantaggio dell’età matura e perfino la morte è sentita come futuro da accettare con serenità tanto che quella attuale, sopra gli ottanta, è definita, un po’ironicamente, “Bella età”: son propri contenton, ma rièssi no a capì // se son foera de testa o rimbambì. Ma nella realistica consapevolezza che i ricordi ormai sono più delle speranze sentiamo il compiacimento orgoglioso per essere sopravvissuto ai medici che non gli avevano pronosticato una vita lunga: m’è vegnù in ment mè nonno, che el diseva: // Chi beve el vin el scampa pussé del dottor che ghe l’ha // proibì!
Ugo Basso