Tiremm innanz: via Amatore Sciesa (2° parte)

 

 

Al calare del sole seguito dal timido crescere del pallore della luna, si alzavano i primi stormi di pipistrelli, lo stesso fiato marcio e la medesima andatura a zig/zag dei malfattori che li avrebbero di lì a poco seguiti (l’andare a zig/zag delle due specie non era casuale ma rispondeva alla necessità, mettendo a frutto l’esperienza che si erano fatta, le une per gli insetti, le altre per i loro simili, di “beccare” gli esseri più deboli e sprovveduti che nel “gruppo” perdono il passo, sbandano e “scalano” inevitabilmente rispetto agli altri, non riuscendo a sostenerne l’andatura.

Ci si era fatta la convinzione che i delinquenti si manifestassero in questa via e dintorni solo all’imbrunire, ma erano anche molti a sostenere fossero presenti, eccome, anche in pieno giorno, invisibili però, perché la loro già trasparenza corporea dovuta all’esercizio frequente del doppio salto del pasto, veniva altresì sfuocata dalla luce del sole dalla quale si lasciavano volutamente investire.
Erano ceffi incredibili, dallo sguardo sinistro (e non poteva essere che di “sinistra” la loro vista, portandosi sulle magre spalle l’eredità di una povertà ancora più disperata di chi li avrebbe geneticamente seguiti). Uno sguardo tuttavia dotato di una capacità di penetrazione pari ad una T.A.C. del giorno d’oggi, in grado di visualizzare, penetrando tessuti di ogni tipo, oltre al resto, portafogli ed oggetti di valore che ti tenevi nelle tasche esterne ed interne.

Non faceva eccezione alla forza di penetrazione di questi autentici raggi laser, la stessa biancheria intima maschile o femminile che fosse. Ma niente fraintendimenti a questo proposito: per questi poveracci non era prioritario “cherchez la femme” perché è alla “fame” che cercavano di porre rimedio.

Te li trovavi improvvisamente tra i piedi particolarmente la sera e non capivi, non avendoli visti avvicinarsi, da dove saltassero fuori. Probabilmente alcuni di loro si gettavano dalle trombe delle scale, atterrando al piano terra sui massicci strati di ragnatele, vere e proprie amache sospese nello spazio, sui quali rimbalzavano come trapezisti consumati.
Altri erano stati visti avvitarsi ai tubi delle grondaie ai quali si aggrappavano nella disperazione come all’ultima speranza, scivolando alla fine dell’acrobazia sullo strato di oscurità che si faceva col passare delle ore, via via sempre più denso.

Un primo salto (in questo caso di qualità) la via Sciesa lo fece con l’apertura attorno agli anni 50 del ristorante toscano “Giannino”. Questo locale ebbe tra l’altro il merito di portare per primo a Milano una cucina regionale, la toscana appunto, del tutto inedita per i palati milanesi che conoscevano solo i grandi piatti della tradizione nostrana e null’altro. Cucina che ebbe grande fortuna nelle nostre case e sulle nostre tavole da pranzo, insinuandosi con le sue fritture croccanti e veloci tra i lenti umidi fumosi della cassoeula e dell’ossobuco. Una cucina che, nell’ambito della ristorazione ma anche nelle nostre cucine di casa, appunto, si diffuse nella città a macchia d’olio (d’oliva), convertendoci all’uso di questo condimento vegetale che finì nel tempo col soppiantare il burro, regalandoci in ambito dietetico vantaggi per la salute. Il Giannino era di proprietà di un toscano di Santa Croce, grazioso quanto minuscolo paese (sostenuto dalla dolcezza delle colline di quella regione) vicino a Collodi. Minuscolo paese sì, ma autentica capitale della cucina toscana che avrebbe vantato ai giorni nostri di avere tra i suoi cittadini il grande Roberto Benigni.

Non a caso il Benigni, nelle sue letture della Divina Commedia, al Canto dell’Inferno che ha a che fare con i golosi viene puntualmente colto da una visibile eccitazione, ben superiore a quella che già solitamente manifesta nella lettura dei versi del Sommo Poeta: il suo pomo d’Adamo sale e scende come uno stantuffo in continuazione nel tentativo di inghiottire la saliva incontenibile che rischia di inceppargli la voce. Il Giannino per quei tempi era meritatamente ritenuto il più “chic” tra i ristoranti di Milano: pareti, saloni e pavimenti in levigatissimo marmo di Carrara, autentici grappoli di purissimo cristallo di Murano appesi ai soffitti affrescati, grandiosi specchi ottocenteschi che sembravano colare l’oro zecchino delle massicce cornici. E ancora specchi sparsi ovunque a replicare all’infinito la voracità delle bocche dei clienti.

Clienti rigorosamente in smoking ma con enormi tovaglioli bianchi attorno al collo come bambini alle prese per la prima volta, forchetta in mano, con un piatto di spaghetti al pomodoro: erano i cosiddetti “cummenda” signori solitamente dall’aspetto corposo dotati di portafogli di altrettanto spessore la cui sagoma in rilievo sugli importanti deretani non passava inosservata, scatenando una serie di deferenti inchini da parte della lunga fila di camerieri allo loro entrata ed uscita dal locale con esiti sontuosi per quanto riguardava la mancia.

Accedevano al ristorante stringendo tra i denti fumanti sigari “Avana” che attestavano, se ce ne era ancora bisogno, posizione sociale e provenienza. Quei sigari erano espliciti e provocatori riferimenti alla proprietà delle ciminiere (delle quali i sigari rappresentavano con il loro fumo appestante, il prolungamento ideale) di quelle fabbriche attive allora nella città stessa.

Quando all’uscita spalancavano i loro portafogli a fisarmonica con la stessa espressione ispirata di quando noi poveri mortali apriamo l’anima al Padreterno, uscivano note (note a pochi privilegiati) armoniosissime accompagnate dal profumo irresistibile delle banconote nuove di Zecca. Altra musica (struggente in questo caso) era quella che usciva da una striminzita fisarmonica di una zingara D.O.C. di quei tempi, accovacciata ogni sera nei pressi dell’ingresso del ristorante. C’è da riconoscere che gli straricchi ambrosiani di allora si meritavano il detto “milanes col coeur in man”. Gettavano nel grembiale della ragazza fior di bigliettoni. Gli appartenenti a questa fortunata “genìa” venivano chiamati anche “pescicani” per via della loro dentatura bianchissima e aguzza con la quale erano soliti “addentare” sia il cibo sia il prossimo loro lasciando di quest’ultimo quasi sempre solo la lisca. Lische in coda all’alba di ogni giorno agli sportelli del Monte di Pietà per “impegnare” quel poco che era loro rimasto.

I pasciuti “pescicani” e le loro adipose donne “costrette” a sostenere al collo (con la stessa classe con la quale le mucche sostengono i campanacci) collane pesantissime punteggiate da luccicanti gioielli e pietre preziose erano fonte di ispirazione inesauribile per il grande grafico pubblicitario ma anche grande caricaturista Dudovich, noto ancora oggi (ricercatissime le sue opere) per i suoi manifesti promozionali (“Bitter Campari”, “Rabarbaro Zucca”, “Panettone Motta” ecc.).

Ma il maestro si limitava a stilizzare di questa opulenta umanità solo quel poco, perché così come erano in realtà certi soggetti, non era indispensabile intervenire sulle loro fisionomie e sagome più di tanto, trattandosi di caricature in carne ed ossa.

Dopo l’avvento del “Giannino”, come si diceva, la via Sciesa fece un salto di qualità. A conservarle la fama di percorso poco rassicurante contribuiva in modo consistente l’apprezzamento che le riservavano le signore di cui sopra, molto sensibili ai brividi di cui beneficiavano frequentandola in solitario con la speranza di qualche brutto incontro, finalmente.Serbavano il sogno e il desiderio (qualche volta esaudito) di incrociare lo sguardo “assassino” di qualche ceffo della zona, sguardo dal quale si sarebbero sentite almeno una volta “penetrate”. Brividi e pruriti che i rispettivi mariti, tutta fabbrica e danée, non erano probabilmente più in grado di offrire.

Che dire oggi? Anche via Sciesa è “rientrata” nel retrobottega dei ricordi. Al posto delle numerose pance avvolte dai grembiali bianchi di osti e macellai sulla soglia delle loro botteghe (sorridenti deviazioni al tuo percorso) ammucchiate di moto, motorini e motorette cavalcate da giovani studenti con il cellulare appiccicato all’orecchio: grovigli inestricabili di mezzi e linguaggi incomprensibili. Rappresentazione fedele del fallimento di questa generazione nel suo intento di semplificare con la tecnologia l’esistenza, finendo per renderla di una complicazione sempre più inarrestabile e sempre più lontana dalla natura dell’uomo.

Tiremm innanz…Gianni Tavella(2 fine)