Cartellonistica virtuosa o occasione persa?
(riflessioni a partire dal restauro delle mura spagnole)

 

 

 

I lettori più attenti ricorderanno che nel settembre 2004 la rubrica Paesaggi urbani si era occupata della cartellonistica pubblicitaria sugli edifici in ristrutturazione. Torniamo oggi sullo stesso argomento, anche visto il dibattito sull’arredo urbano che Quattro ha introdotto dal mese scorso. La cartellonistica pubblicitaria, infatti, si può considerare anch’essa una forma di arredo urbano, pur se temporanea, in grado di incidere notevolmente sul paesaggio.

Quale era la tesi sostenuta allora? Che quelle espressioni estetiche possano diventare a tutti gli effetti una forma virtuosa di mutazione temporanea del paesaggio urbano. Architetture provvisorie che nascondono edifici/monumenti che ormai la quotidianità non ci fa più riconoscere e che, quando i lavori finiscono, riusciamo a riscoprire nuovamente. Nei casi migliori, una forma compiuta di espressione artistica contemporanea che unisce valenze estetiche e business economico legato alla pubblicità: in breve, il frutto innovativo della creativa imprenditoria milanese.

Arriviamo così al caso che qui ci interessa, la cartellonistica pubblicitaria che è attualmente in allestimento intorno al progetto di restauro e riuso delle mura spagnole in Porta Romana. Un progetto di una certa importanza (che include il Bastione, viale Filippetti e Sabotino, la Piazza Medaglie d’Oro, le via Caldara e Viale Montenero), sia per il valore storico della cinta cinquecentesca che per la discreta ma vigorosa presenza dei manufatti nello skyline urbano: il Bastione di Porta Romana, in primo luogo, ma anche i resti delle mura che si spingono fino al giardino collocato tra Viale Montenero e Caldara (verso nord) e fino allo slargo con la fontana lungo il viale Filippetti (verso sud-ovest). Un progetto che, a quanto dichiarato dal Comune, si autofinanzia con la sponsorizzazione pubblicitaria.

Quali sono le caratteristiche salienti di questa cartellonista, o, per lo meno, di ciò che si può osservare oggi visto che non è ancora completata? Due sono gli elementi chiave: un grande schermo che domina parte del Bastione su Piazza Medaglie d’Oro/Viale Sabotino e una pennellatura a forma rettangolare più bassa che, ripetuta con ossessione, viene moltiplicata su Viale Sabotino e lungo l’intera viale Filippetti fino a via Ripamonti.

Ciò detto, giungiamo al punto nodale della questione, che – detto per inciso – non è rappresentato dall’opportunità di veicolare il restauro dei monumenti collettivi alla pubblicità estetico-consumistica. Se le casse comunali sono vuote appare certamente ammissibile finanziare un buon progetto di restauro con le sponsorizzazioni private: il punto, in altre parole, non è se fare queste operazioni bensì come farle.

Si tratta, in questa logica, di inventare progetti che colgano l’occasione dell’eventopubblicitario per introdurre con creatività delle modificazioni innovative nel paesaggio urbano contemporaneo, anche dal punto di vista del messaggio promozionale: adeguate alle specificità del luogo e, se possibile, in grado di offrire usi di città ancorati alla storia del sito ma proiettati nel futuro. Esattamente ciò che non si sta facendo con le mura spagnole (forse il giudizio è affrettato, in quanto l’installazione non è ancora completa, ma le premesse sembrano eloquenti). Il problema principale è rappresentato dalle pennellature rosse a forma rettangolare con angolo smussato, le medesime che si usano ovunque nella città comprese le aree periferiche: manufatti adatti, nella migliore delle ipotesi, agli svincoli autostradali. Per di più sono accostati l’uno all’altro con opprimente ripetitività (su viale Filippetti) moltiplicando l’effetto di intrusione nel paesaggio. La vicinanza ai resti delle mura di alcuni di quei manufatti, inoltre, sembra creare un oggettivo intralcio ai futuri lavori di restauro.

Per concludere: Milano restaurerà i suoi preziosi bastioni spagnoli ma l’occasione di tradurre nel paesaggio urbano con grande innovazione artistica, e senza perdere l’effetto pubblicitario, la consistenza e la morfologia lineare delle mura è andata persa. Tenendo a mente le straordinarie opere degli scultori Christo e Jeanne-Claude, che pure a Milano hanno lavorato, poteva diventare una lunga strip urbana di grande forza espressiva e comunicativa.

Ma, se questo fosse stato l’obiettivo, serviva un “progetto”, inteso come azione culturale consapevole, e non la solita ripetizione di elementi standard: a maggior ragione era necessario nel caso dei Bastioni milanesi, luogo di grande qualità che proprio per questo richiedeva una particolare attenzione progettuale.

Vito Redaelli