MARCIA O CREPA
«Abbracciami» disse Luiss a Renato, che stette a pensarci un po’.«Allora, ti dai una mossa e mi abbracci sì o sì?» instette Luiss. Renato sospirò, e cinse da dietro Luiss. «E’ che non sei esattamente il mio tipo» borbottò. «Per essere il tuo tipo bisogna nascere anarchici, cantare “Addio Lugano bella” con il pugno sinistro alzato e magari mettere una bomba da qualche parte» disse Luiss. Renato si risentì. «Quella della bomba faccio finta di non averla capita, altrimenti ti devo rompere il muso; e per il resto bisognerebbe almeno essere una donna, per diventare il mio tipo» affermò con il sussiego dei momenti solenni. Luiss sbuffò. «Ma sta’ zitto, che l’ultima donna che te l’ha data l’hanno tirata fuori trent’anni fa dagli scavi di Pompei! Comunque, o mi abbracci e ti tieni stretto, o a Musocco ci vai a piedi» tagliò corto mettendo in moto, perché Luiss, a ottant’anni suonati, guidava ancora la propria Gilera di quando ne aveva quaranta con la stessa prudenza di quando, a venti, sfrecciava invece per ogni dove in bicicletta, magari su una ruota sola, e il codice della strada ancora non sapeva cosa fosse. Come non bastasse, per tirarsi su il morale vista la circostanza, aveva di straforo ingollato un numero di bianchini tale che un eventuale palloncino della Polizia Stradale, messo alla prova, si sarebbe rifugiato ondeggiando malfermo presso la più vicina sede degli Alcolisti Anonimi. Era l’anniversario della morte di Gino, e da quarantaquattro anni Luiss e Renato andavano a trovarlo al cimitero di Musocco. Con Gino erano cresciuti insieme, giocando, litigando, pescando, sbronzandosi e suonandosele anche, Gino fascista fino al midollo, Luiss comunista ruspante, Renato anarchico individual-integralista, amici di un’amicizia che non poteva avere come limite la morte. Gino era stato nella Legione Straniera, e i giovani di adesso che neppure sanno cosa sia, be’, poveretti loro. Era il sogno dei ragazzi di allora, la Legione Straniera: cambiare identità, combattere in terre lontane a fianco di ogni possibile rifiuto della società, dopo cinque anni ricevere la cittadinanza francese e allora tornare in patria, carichi di medaglie, magari con qualche cicatrice in bella vista, e fare schiattare di nostalgia e desiderio la scellerata che li aveva traditi, e costretti, per dimenticarla, ad andare a rischiare la vita: cosa si poteva sognare di più? Gino nella Legione Straniera era stato davvero, in Indocina. Alla cittadinanza francese aveva rinunciato, per tornare a Milano e aiutare la madre sulla bancarella di frutta del mercato di Piazzale Cantore, uomo piccolo e tutto muscoli, i capelli corti un centimetro, gli occhi di ghiaccio, la sigaretta fissa fra le labbra. Non raccontava niente della propria esperienza. Parlava poco, non sorrideva mai. Se n’era andato per una donna, come nel sogno più romantico, e allora donne non ne voleva, fuorché quelle che pagava e che riempiva anche di ceffoni. Non si sapeva mai cosa gli passasse per la testa. «Altrimenti…» avevano detto e ripetuto gli amici nel senno del poi, portando a spalle la sua bara, Renato e Luiss e Pietro bassi uguale, Linuccio invece un porca miseria da uno e ottanta a fare pendenza, tanto che Gino nella bara doveva essersi alla fine trovato messo su un fianco. Niente chiesa. La madre avrebbe voluto, ma Gino si era impiccato, e all’epoca a certe cose si faceva caso, la misericordia dei preti non andava oltre la teoria salmodiante delle prediche e i filmetti al giulebbe dei cinema parrocchiali. Mentre Luiss parcheggiava la propria attempata cavalcatura davanti al cimitero, Renato andò a comprare i fiori, e come il solito non ci stette stretto. Luiss, borbottando, cacciò la propria quota. «E ci risiamo: ma non dovrebbe bastare il pensiero? Possibile che ogni anno dobbiamo spendere un capitale? Che poi, ‘sti fiori…Lo sai cosa dice Sammy dei fiori?» domandò. Sammy, ovvero Samantha, diabolica nipotina di Luiss, per la quale Renato stravedeva, così come stravedeva per la madre Mary, in fondo la sua famiglia era ormai quella; ma, conoscendo Sammy, tutto desiderava tranne sapere cosa pensasse dei fiori. Luiss, figurarsi, glielo disse lo stesso.«Secondo Sammy, che va a scuola e ‘ste cose le studia, i fiori sono…come si dice…organi sessuali tagliati. Capito? E noi andiamo a mettere sopra una tomba un mazzo di organi sessuali tagliati!»Renato lo guardò storto. «Sammy, eh?» fece dubbioso, perché la cosa, linguaggio a parte, era più vicina al nonno che alla nipote. «Sammy, Sammy. Che poi uno non ci pensa, ma è vero: mica ci danno dentro come noialtri, le piante, cioè quelle robe lì le fanno con i fiori» affermò. Erano appena entrati nel cimitero, Renato si fermò. «Io mi sono fatto due anni e otto mesi a San Vittore per motivi politici» disse.«Oltraggio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale» precisò Luiss (vedi “Il diluvio-Cavalleria anarchica”, ed QUATTRO). «Appunto: motivi politici. Tu cosa hai fatto in quei due anni e otto mesi? Perché qualche cosa da fare dovevate avercela, tu e gli altri, visto che non siete mai venuti a trovarmi. Sai invece chi veniva tutte le settimane, e mi portava le sigarette e la frutta?»«Be’, la frutta lui mica la pagava» tentò di scherzare Luiss. «Però veniva a portarmela, mentre tutti gli amici…eh? Dov’erano tutti i miei amici?»«L’avevi detto tu che non volevi vedere nessuno!»«Proprio, ma il Gino veniva lo stresso, il Ginetto. Sai qual era il motto della Legione Straniera? Era “marcia o crepa”, cioè se uno era in difficoltà i compagni lo lasciavano indietro. Ma a me il Ginetto indietro non mi ha lasciato, capito Luiss?» A Luiss i toni forti non piacevano, cercò di buttarla sullo scherzo. «Vabbe’, ma uno dice non voglio vedere nessuno, lui si fa vedere lo stesso…Non è educazione, mi pare» disse. Renato lo guardò ancora peggio. «I soldi per i fiori li metterei tutti io, ma non li ho, e per questo devo fare a metà con te, che però certe volte mi fai schifo» sibilò avviandosi, sepolto dal gigantesco mazzo di organi sessuali tagliati. Luiss si strinse nelle spalle. «Sì sì, mettila giù dura finché vuoi, ma al ritorno dovrai abbracciarmi lo stesso, o finirai con il culo per terra» disse occhieggiando una matura e tordellosa vedova, che si avanzava vestita d’un bel nero snellente e modellante, gli occhi ancora lucidi di lacrime, l’orecchio al telefonino.
Giovanni Chiara
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