STELLE CADENTI CHE NON CADONO

 

San Lorenzo, notte di stelle cadenti. A Milano è impossibile vederle, troppa illuminazione artificiale a sfumare il cielo, che per giunta era nuvolo. Senza neppure tentare, perciò, Luiss e Renato stavano al tavolo del soggiorno, pigiato contro il mobile d’angolo. A un passo, sul divano, la moglie di Luiss, Francesca, e la figlia Mary guardavano impitonite il teleschermo. Gli unici a credere che si potessero vedere le stelle cadenti erano la mitica Sammy e il suo compagno di classe Rocco, che abitava due piani sotto e che Sammy chiamava Rocky, “perché Rocco fa tanto profondo sud ovvero Terronia”, visto che Sammy, incurante della solida matrice di sinistra della famiglia, faceva scoppiettare la propria testolina di idee alquanto leghiste. Seduti sulle mattonelle del balcone guardavano il cielo inguardabile, fra gli effluvi di due zampironi e gli stormi di zanzare che, indifferenti a cotanta contraerea, pungevano e succhiavano nemmeno fossero state allevate in Transilvania. Improvvisamente Rocco indicò in alto. «Eccola!Una stella cadente, eccola lì! Desiderio-desiderio-desiderio…desiderio!Fatto!» strillò. «Fatto cosa?» domandò Sammy strizzandosi gli occhi senza vedere niente. «Il desiderio!E sai che desiderio era?Lo vuoi sapere?» disse al colmo dell’entusiasmo. «Potesse fregarmene di meno non mancherei di comunicartelo, ma, anche così, ciumbia la Eva se me ne sbatto!» resplicò Sammy, che da quando aveva letto un libro, il primo di una altrimenti illetteratissima esistenza, si piccava di mescolare al proprio eloquio colorito perle di forbitezza espressiva, e che il libro fosse quello sulle barzellette di Totti a lei non importava, se l’avevano stampato sempre cultura doveva essere. Rocco tirò diritto. «Allora: da grande voglio aprire un’officina il doppio di quella dove lavora mio padre, con vicino il gommista e il lavaggio e la stazione di servizio e anche il bar, tutto mio naturalmente. E voglio una ragazza…bionda, con gli occhi…azzurri, e i capelli…corti a caschetto, che si chiama… Samantha, ma io la chiamerei Sammy, e la sposerei, e avremmo una bella villetta appena fuori, nel verde, con un bel giardino, e due bei bambini, e un bel cane…e anche un bel gatto, e…»«Canarino?» domandò gelida Sammy. «Ma certo, anche un bel canarino, però bisognerà stare attenti sennò il gatto se lo mangia» continuò Rocco bruciando tutte le polveri del proprio entusiasmo. «Pirla!» scattò Sammy, facendo alzare gli occhi di Luiss e di Renato dalle carte e quelli di Francesca e di Mary dallo schermo del televisore. «Cioè, dico, ma mi hai guardato? Hai visto che gambe che ho? Queste, quando avrò diciotto anni, non so se mi spiego cosa saranno. E la faccia, eh? E gli occhi, i capelli…e di’: eh che bel culetto sodo? Le tette ancora non ci sono, perché ‘ste maledette a otto anni purtroppo non crescono ancora, ma quando le avrò vedrai che roba!» declamò facendosi sentire per tutto il maxi-alveare, da Nicola detto Nick, che in cantina riverniciava biciclette di dubbia provenienza per renderle irriconoscibili, fino a quelli del nono piano sopravvissuti all’ennesimo guasto dell’ascensore, evento che in un caseggiato popolare di sovrabbondanti dimensioni si verificava con cadenza trisettimanale, ma non è che gli abitanti di ottavo, settimo, sesto, quinto e anche quarto piano se la passassero meglio. «Cioè io, con tutto il ben di dio che ho, più quello che mi crescerà, mi vado a mummificare la vita con un meccanico? Voglio diventare qualcuno che conta, una persona importante: hai presente le veline, le letterine, le cosine…?» rincarò Sammy. Luiss e Renato smisero di giocare a carte, Francesca e Mary si tolsero dall’adorazione del teleschermo. Otto orecchie e otto occhi si puntarono sul balcone.«Certo la concorrenza è quella che è, ma non sono mica scema, so come fare. Comincerò con i concorsi di bellezza, e la darò a tutti i giurati, così vincerò di sicuro.» «Darà cosa?» domandò sottovoce Renato a Luiss, che gli rispose con un’occhiataccia. «Poi, chiaro, mi faranno proposte per cinema e televisione, e io mica voglio fare la comparsa, seh! Per cominciare anche una porticina, vabbe’, ma poi vado subito a darla al produttore, e quello…Eh?» «Cos’è che va a dare?» domandò ancora Renato, rimediando un gesto stizzito di Luiss. «Però, ci vuole qualcosa di più sicuro, che deve durare nel tempo.Allora aspetterò le elezioni, e la darò a qualche politico di quelli che hanno vinto, così fino alle nuove elezioni la televisione è assicurata.» «Ma darà cosa?» tentò di insistere Renato. Luiss gli tappò la bocca con la mano.«Ma bisogna pensare al futuro. E allora, per il futuro, dopo che sei già famosa, basta che la dai a uno ricco di quelli giusti, un banchiere, un industriale, un finanziere, ma mica quelli in divisa, gli altri, quelli in giacca e cravatta…Capita l’antifona? Una come me non mette su famiglia con un meccanico che mi porta ad abitare nel deserto dove non hanno mai visto una donna bianca, con un cane un gatto e uncanarino come compagnia!Perciò ficcatelo bene in zucca: io a uno come te non la darò mai!»«Ma non darà cosa?» perseverò Renato. Al che Luiss si alzò di scatto.«Ma cristosanto, voi anarchici siete tutti così ciula o tu sei il caso umano della compagnia? Cos’è quella cosa che una donna…?» e, badando a non farsi vedere da Francesca e da Mary, esplicitò con un gesto inequivocabile. «Ah, quella» fece Renato, che aveva dietro le spalle un passato di cronica penuria di applicazioni amorose, tolto qualche assolo ante-legge Merlin e un disgraziatissimo matrimonio con una aspirante cantante lirica, che cantava sì l’Internazionale divinamente, ma che, passando da un’audizione all’altra, gli tornava ogni volta a casa sprimacciata come il cuscino di un bersagliere di quando la leva durava quindici mesi e il casino più vicino distava duecento chilometri, cosa che aveva fatto passare al povero Renato il residuo interesse per l’articolo. Anche Sammy si era alzata, mandando in frantumi una spirale di zampirone. Fissò Rocco con disgusto e infierì sulla pietosa salma: «E poi, brutto pisquano che non sei altro, primo: i desideri non si dicono, altrimenti non si avverano, e meno male che il tuo l’hai detto; secondo: ci siamo già spiegati, e la mia la vedrai in fotografia solo se comprerai i calendari che senza dubbio mi faranno fare; terzo: quella non era una stella cadente, ma la luce di un aeroplano, e con ciò abbiamo tagliato le balle al toro!» concluse algida e sprezzante.«Amen» sospirò Francesca, tornando con lo sguardo sul teleschermo. Mary invece indugiò angosciata sulla nuca della figlia. «Ma questa si può sapere con chi l’ho fatta?» si domandò. «E’ una cosa che ci domandiamo da otto anni anche noi» disse Luiss rimettendosi a sedere, per finire di suonarle a Renato, che era una schiappa anche con le carte.
Giovanni Chiara