Intervista al photographer Graziano Villa

 

Se fotografare è “mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore”, come ha scritto Henri Cartier-Bresson, ne abbiamo avuto conferma incontrando Graziano Villa, che ha aperto per Quattro il suo studio di fotografo professionista, il suo archivio di immagini, e il suo cuore, raccontandoci di flash e luci al tungsteno, di città amate-odiate e di aeroporti.

In un settore superspecializzato, dove sembra inevitabile la scelta di campo tra quattro macro-categorie (ritratto, reportage, still-life e moda), Villa è un artista poliedrico che non ha voluto rispettare confini artefatti, conservando della fotografia la vocazione primaria: quella della comunicazione.
“Moltissimi dei miei colleghi hanno preferito specializzarsi, seguendo un’impostazione che è tipicamente statunitense ma che, a mio parere, limita le opportunità di arricchire la propria esperienza. Invece i maestri, i grandi “vecchi”, facevano di tutto, perché erano in primo luogo comunicatori, o meglio progettisti di comunicazione”, ci spiega. “In Italia, su questa linea si sono posti Oliviero Toscani e Giampaolo Barbieri, che hanno dato alla fotografia una dimensione ben superiore a quella di supporto di un testo”.

Il lavoro di Villa è la conferma inequivocabile di tale scelta. Nature morte caravaggesche si alternano a ritratti di manager e tycoon; squarci della Milano congestionata dal traffico si mescolano a scatti di modelle filiformi, nell’archivio di un professionista che ha lavorato per Gucci, Patek Philippe e Alfa Romeo, ha pubblicato su A/D Architectural Digest, Vogue e Class, ha ritratto la famiglia Agnelli, Elton John e Oscar Peterson.
Colpisce, nei suoi lavori, la tonalità calda e profonda della luce. “Uso un mix di luci al tungsteno, dal tono caldo, e di flash, che invece è freddo, per ottenere la massima naturalezza”. L’archivio fotografico visibile sul suo sito (www.grazianovilla.com) ne offre numerosi esempi.

“Oggi mi affascina soprattutto il ritratto, che è in ultima analisi un aneddoto sulla persona fotografata. Peccato quindi che in Italia non esista la cultura del ritratto di famiglia, ben radicata invece nel mondo anglosassone. Tra i miei scatti, me ne piace in particolare uno di Mario Soldati, che amo perché ne esce un uomo affascinante, quasi un alieno”.

Lo sguardo del fotografo si fa però impietoso quando l’oggetto diventa Milano.
“Sono di origine genovese ma mi considero al cinquanta per cento milanese, essendo arrivato qui nel ‘70 e avendo abitato un po’ ovunque, in via Pisacane, in via Moscova, in viale Abruzzi, ed ora a due passi da viale Umbria.Eppure sono arrabbiato con Milano”, ci confida, raccontandoci di una Milano arrogante e aggressiva, immusonita e soffocata dalle automobili, sebbene con qualche raro squarcio di bellezza. “Il Cimitero Monumentale è una scoperta continua, mozzafiato, con bellissimi gruppi monumentali. E la vista dal Pac sulla scultura di Melotti (“I sette savi”, ndr) è splendida”.

Ma cosa ne pensa un professionista dell’immagine di un’opera controversa come “L’Ago, il Filo e il Nodo” di Oldemburg-van Bruggen in piazza Cadorna, che il neoassessore alla Cultura di Milano, Vittorio Sgarbi, preferirebbe ricollocare altrove? “Ma lasciamolo, l’Ago! Anzi, questa città così grigia, riempiamola di aghi colorati! Ho di sicuro qualche riserva, ma con quella scultura si è finalmente cominciato a fare qualcosa di nuovo per Milano, e dunque continuiamo: si diventerà più bravi via via che si procede”.

Tra i suoi ultimi progetti, un libro sugli aeroporti, non-luogo per eccellenza secondo la definizione dell’antropologo Mar Augé. “Non sono d’accordo - ribatte Villa - perché stanno diventando invece dei luoghi molto concreti, con una grandissima fisicità. Non rappresentano più soltanto uno scalo per i viaggiatori ma luoghi dove la gente si ferma, mangia, beve, fa business, compra, dorme. E infatti, tendono a distinguersi sempre di più l’uno dall’altro dal punto di vista architettonico, anche perché sono spesso molto distanti dalle città e devono quindi acquisire una propria dimensione fisica, un’identità”.

A un uomo costantemente in viaggio, è d'obbligo chiedere quale sia il suo "luogo del cuore". "Vorrei vedere il Machu Picchu, e trovo veramente affascinante l'Egitto. Sono stato sul Sinai e l'esperienza mi ha lasciato un segno indelebile: è davvero il luogo degli dei". L'ultimo commento di Villa è su Milano, ed è colmo di amarezza. "Quando torno dalle mie peregrinazioni, non amo uscire di casa: qui ti aggrediscono se attraversi la strada, se parcheggi, se cammini lungo il marciapiede". E ci congeda mostrandoci l'immagine claustrofobica di un ciclista stretto nella morsa del traffico dei Bastioni.
Valeria Andreoli