Massimo Navone, fra Teatro Quartiere e Scuola d’Arte Paolo Grassi

 

Quando cercavamo un nome di prestigio per la giuria del nostro Concorso Letterario Teatrale, abbiamo chiesto a GianMario Maggi di suggerirci un nome, ed è subito venuto fuori il nome di Massimo Navone, attuale direttore della Scuola d'Arte drammatica Paolo Grassi di Milano, residente a Milano, sempre nella nostra zona, dal 1972 e legato all’esperienza del Teatro Quartiere.

Ci ha dato subito la disponibilità, di cui lo ringraziamo, e siamo andati a conoscerlo di persona nel suo ufficio.
La Scuola d’Arte Paolo Grassi si trova in via Salasco da più di dieci anni ed occupa la ex sede della Yomo, un grande edificio colorato, basso, che si affaccia sul retro su un ampio giardino privato e sul parco Ravizza.

Ha un’aria timida, ma fisicamente è alquanto imponente, e la nostra prima domanda di parlarci di sé a partire dal Teatro Quartiere lo costringe a ritornare “alla notte dei tempi”.
“Sono arrivato a Milano nel 72 da Savona; avevo 14 anni ed andavo al Berchet sono cresciuto col Teatro Quartiere perché in quel periodo era nel pieno della sua attività. Lo frequentavo e poi eravamo un gruppo di ragazzi che tra il Berchet e il Teatro Quartiere avevamo costruito delle attività in collegamento con il nascente Teatro dell’Elfo. Era un periodo che io ricordo con gli occhi del ragazzino curioso: una Milano molto vivace, piena di fermenti, anche se molto contraddittoria dato che iniziavano gli anni di piombo.”

Nato quindi questo interesse per il teatro, come si è poi sviluppato? “Dopo il liceo mi sono iscritto a Lettere Moderne in Statale, però mi interessava continuare col teatro; sapevo che c’era la Scuola del Piccolo ed ho provato a fare l’esame, anche con un po’ di diffidenza perché in quel periodo eravamo molto politicizzati e vedevamo il Piccolo un po’ come un teatro di regime, non certo di avanguardia. In quel momento infatti nascevano i gruppi di base, il Festival del Teatro di Sant’Arcangelo, veniva il Living Theatre a Milano per la prima volta: quelle erano le cose che attraevano la mia generazione.

Comunque, ottenuta l’ammissione al corso di regia (non ci speravo nemmeno, eravamo 40 candidati per 4-5 posti) ho superato subito l’iniziale scetticismo e mi sono appassionato tanto alla scuola e a come si lavorava. Ho trovato anche un gruppo di compagni molto affini (Gigio Alberti, Claudio Bisio, Lorenzo Loris, Giampiero Solari), tutte persone ancora molto visibili che continua a fare questo mestiere.”

Ha completato poi l’università? “Ho lasciato Lettere e mi sono laureato in Drammaturgia al DAMS di Bologna.Da lì ho iniziato a lavorare ed ho avuto fortuna subito perché durante la scuola avevo fatto un paio di spettacoli con i miei compagni di corso che sono stati premiati ed hanno ricevuto delle menzioni.Così appena laureato mi hanno chiamato per uno spettacolo al Porta Romana che andò molto bene.”

Da allora Massimo Navone non ha mai smesso di fare il regista, scegliendo di non creare una propria Compagnia, unendo poi a questo l’attività di insegnante di recitazione e regia presso la Scuola d’Arte drammatica Paolo Grassi, dopo aver approfondito le tecniche di insegnamento e formazione anche con corsi all’estero. “Per me l’insegnamento ha rappresentato la possibilità di coltivare un rapporto sano col teatro, approfondendo testi e temi che mi interessavano attraverso l’obbiettivo della formazione, più libero e svincolato rispetto a quello del mercato che ti costringe a fare delle scelte obbligate.”

E come si è arrivati alla direzione della Scuola? “Nel 2003 il precedente direttore aveva lasciato e quindi la Fondazione ha indetto un bando.Molti colleghi hanno fatto un pressione amichevole perché mi candidassi, ed io da parte mia ho fatto pressione su altri colleghi perché si candidassero loro, perché mi sembrava importante che ci fosse una rosa rappresentativa della scuola. Non è che la cosa mi entusiasmasse ma mi sembrava che la scuola fosse in un momento di difficoltà, c’erano situazioni decentivanti, e siccome la scuola mi ha dato tanto ho ritenuto giusto dare anch’io qualcosa. Questo è il terzo anno, alcuni obiettivi che mi ero posto li ho raggiunti, altri non ancora per motivi vari.”

Passiamo poi a parlare dell’offerta della scuola, delle risorse (“sufficienti per mandare avanti l’attività ordinaria ma non abbastanza per sviluppare ad esempio gli scambi all’estero con altre scuole”), degli spazi (“carenti perché abbiamo 15 classi che lavorano contemporaneamente e le sale teatrali sono solo due e mezzo”), della richiesta di formazione teatrale (“molto alta adesso, e oltre a noi di pubblico c’è il Piccolo che fa l’ammissione ogni tre anni e la Filodrammatici che la fa ad anni alterni,poi c’è una miriade di scuole private più orientate al tempo libero”), dei rapporti con l’esterno (“abbiamo sviluppato i legami con i teatri e i festival, dove mandiamo anche i nostri studenti fra il secondo e il terzo anno a fare degli stage, molto utili per capire come funziona il mondo del lavoro e farsi conoscere”).

Chiudiamo in bellezza parlando del rapporto con la nostra zona: “Mi piacerebbe poter intensificare il rapporto con la zona, credo che l’aspetto territoriale del teatro sia fondamentale. C’è sempre un problema di spazi per poter fare uno spettacolo, per provarlo.”
E della nostra zona che cosa le piace? “Mi piace perché ha mantenuto una radice popolare, pur trasformandosi: adesso sono in mezzo a un trionfo modaiolo!Ha mantenuto però il suo aspetto ospitale, è una zona comodissima, centrale, ben distribuita, io non cambierei mai! Mi piacerebbe avere un teatro, ma anche non un vero e proprio teatro, uno spazio dove fare attività di laboratorio.

Speriamo di trovarlo, anzi se sa di qualche spazio….. avrei bisogno di 200 metri quadri, che non costino però troppo.”
Ci guarderemo intorno, e se c’è qualche lettore che può dare una mano, è il benvenuto.

Ci salutiamo alla fine di questa lunga e piacevole conversazione, ma ci rivedremo presto perché a breve dovrà leggere i lavori teatrali del nostro concorso. Stefania Aleni