I POLITICI SI FANNO LA SATIRA DA SOLI
A Luiss la par condicio stava stretta. Mettere la mordacchia all’altrimenti tracimante Berlusca significava per lui ridursi a cercare le risate, che il cardiologo gli aveva prescritto come ausilio terapeutico, fra le parodie visivamente urtanti della confraternita di Pippo Franco e i cabarettisti mosci di Zelig. Nel piccolo bar di Salvatore, sotto casa e sotto tutto, compresi i limiti imposti dall’Ufficio di Igiene, seduto all’unico tavolino appiccicoso di ogni appiccicume, se ne lagnava con Renato. <<Avevo un compagno di scuola preciso al Berlusca, che raccontava le barzellette più sceme e intanto rideva già di suo: solo a guardarlo dovevi ridere anche tu, finché il maestro non ti buttava fuori>> diceva. <<Al paese mio ci stava uno che quando raccontava le barzellette ti dovevi pisciare sotto, anche perché era uomo di rispetto, e se non ti pisciavi sotto il diuretico te lo davano a legnate>> ricordò con nostalgia Salvatore, mentre rimetteva nella bottiglia del Martini un avanzo rimasto nel bicchiere. Anche Cheng volle portare il proprio contributo: <<Mio paese pel lidele la gente si gualda in faccia e lide>> affermò tagliando a pezzi la pelle cuoiosa del prosciutto che, adeguatamente tritata, sarebbe finita nelle polpette per cui Salvatore andava famoso sia nelle zona che al Pronto Soccorso. <<A me il Berlusca tutte le voglie fa venire tranne quella di ridere>> disse Renato, che per natura era austero. <<E allora perché non vieni a votare per buttarlo giù?>> domandò Luiss. Renato lo guardò male. Era sempre andato al seggio per trasformare in coriandoli il proprio certificato elettorale, cosa che in epoche meno garrule gli era costata una visita in Questura a sirena spiegata, ma che ormai lasciava tutti indifferenti. <<Noi anarchici non ci prestiamo alla farsa del sistema, che dice che sei libero perché ti lascia mettere una croce sopra un disegnino, e con quella mandi mille magnaccia a magnacciare a spese del popolo>> disse con fierezza.Luiss cacciò una saracca. Politicamente era sempre stato bipolarista: di qua io con quelli che la pensano come me, cioè noi che abbiamo ragione, e di là gli altri, cioè quelli che hanno torto. Le sfumature gli riuscivano incomprensibili. <<Io non ho mai avuto dubbi: quando c’era il PCI cercavo la bandiera rossa e ci mettevo sopra la croce>> disse. <<Anche al paese mio mica avevamo dubbi: ci dicevano dove metterla, la croce, e se uno sbagliava si trovava con la testa rotta>> ricordò compiaciuto Salvatore, togliendo una lumaca e due grumi di terra da una foglia di insalata che stava ficcando in un panino. Anche lui tirava via diritto: di qua noi e di là loro, solo che i suoi “noi” e i suoi “loro” erano gli opposti di quelli di Luiss.<<Questi di adesso hanno fatto le leggi a loro uso e consumo, si sono condonati e prescritti di tutto>> ringhiò Luiss che, dovendo sopravvivere di pensione, aveva il nervo scoperto.<<Embe’, per non violare le leggi vecchie uno se le fa nuove. Al paese mio il sindaco per costruirsi la villa dentro i giardini pubblici s’è fatto una variazione al piano regolatore, e Gesummaria che villa che è venuta!>> esclamò Salvatore con ammirazione, versando acqua nella caraffa in cui aveva precedentemente vuotato qualche bottiglietta di succo di frutta, e ridistribuendo il tutto nei contenitori di origine moltiplicati per due, per dopo appoggiarci sopra il tappo in modo che sembrassero appena stappati. <<E non puoi votare almeno per Rifondazione?>> propose Luiss a Renato. Il vecchio anarchico storse la bocca. <<A parte che i comunisti, democratici dei miei attributi, quelli come me li mandavano in Siberia, io il partito di uno che porta la cravatta come i padroni e parla con la stessa “r” degli Agnelli e di Cheng, ma lui è cinese e non è colpa sua, non lo voterò mai>> disse con tutto il proprio sdegno proletario. <<Be’, al paese mio una volta s’è presentato uno con la “r” da finocchio precisa, e s’era pure sbagliato di paese, ma ce l’hanno fatto fare sindaco lo stesso, tanto comandava il vicesindaco, che è mio cognato>> disse con orgoglio istituzionale Salvatore, mentre dava il tocco finale alle polpette mettendo nel tritacarne la pelle del salame appena affettato da Cheng. Poi si rivolse a Renato: <<Perché non voti per noi? Un bel po’ di socialisti già ce li siamo presi>> disse con un orgoglio da campagna acquisti ben riuscita. <<Socialisti che stanno con i fascisti: bella roba!>> fece Luiss, che era un romantico e ricordava ancora i comizi di Pietro Nenni. <<Mio paese si dice non intelessa il colole del gatto, basta che plende i topi>> disse Cheng. <<E poi voi anarchici mettete le bombe, e, modestia a parte… Al paese mio se uno della politica o del sindacato faceva finta di non capire, BUM l’automobile, poi BUM il portone di casa, e poi BUM BUM a lui stesso medesimo>> aggiunse Salvatore, che stava ritirando i piattini dal bancone e riciclava gli stuzzicadenti infilza-tramezzini, e ce n’erano che svolgevano la loro funzione da mesi senza mostrare segni di usura. <<Quelli che mettono le bombe non sono veri anarchici!>> scattò Renato. <<Sì sì, vabbe’, anche i fascisti che mettono le bombe non sono veri fascisti>> fece Salvatore strizzando l’occhio. <<Ma a questo ci siamo ridotti?>> mormorò costernato Luiss, che si sarebbe accontentato di rivedere tutti i giorni tre orette secche e indisturbate del Berlusca che diceva che era tutta colpa dei comunisti; almeno fino alle elezioni, e dopo chissà, magari per altri mesi il medesimo che accusava i comunisti di quei brogli che gli avevano fatto perdere la cadrega. Perché, a giudizio di un semplice di poca cultura come Luiss, i politici non avevano bisogno che qualcuno ci facesse sopra la satira per fare ridere, visto che provvedevano da sé, al naturale. <<Mio paese mica tanto si vota, e tutti sono contenti e nessuno si incazza, altlimenti si incazzano autolità e allola sono cazzi acidi>> disse Cheg mostrando progressi nell’acquisizione della lingua italiana, prima di scomparire nel retro per friggere le polpette e ammorbare il quartiere. Il cane del portinaio, che stava dormendo in cortile, per paura che dopo cercassero di rifilargliene qualcuna avanzata come a volte succedeva, prese a ringhiare, e a chiedere aiuto abbaiando. Giovanni Chiara
![]() |