Sottotetti milanesi: atto secondo

 

Nel numero di Quattro del mese scorso ci siamo occupati dello spinoso argomento dei sottotetti milanesi. In estrema sintesi, si proponeva di aprire un dibattito attraverso due chiavi di lettura. La prima, da un punto di vista urbanistico: si sottolineava, in linea di massima, la condivisibilità del principio di fondo della legge originale del 1996 (ovvero il contenimento del consumo di suolo) ma, allo stesso tempo, l’eccessiva ampiezza di certi aspetti della legge attuale del 2005 (per esempio, il fatto di non considerare recuperabili solo i sottotetti già esistenti ma anche quelli ancora da costruire, in barba ad ogni strumento urbanistico). La seconda, da un punto di vista architettonico e del cosiddetto decoro urbano: si sottolineava, da un lato, la delicatezza del tema (cosa accadrebbe se in tutti i palazzi di Milano venisse recuperato il sottotetto?) ma, dall’altro, i tre casi portati ad esempio dimostravano che, a certe condizioni e a patto di progettare con attenzione ai luoghi della città, il tema può essere affrontato in modo decoroso senza stravolgere il paesaggio, anzi magari migliorandolo. I due livelli, quello urbanistico e quello architettonico sono evidentemente legati tra loro: è chiaro che quanto più la Legge è permissiva quanto maggiori sono le possibilità di agire nel progetto, nel bene e nel male.

‘Luci e ombre’, è il caso di dirlo, caratterizzano dunque la vicenda dei sottotetti: se, infatti, è possibile trovare qualche (pochi, in realtà) esempi decenti, basta camminare per i dintorni della Zona 4 guardando verso l’altro per trovarne (molti) decisamente meno interessanti. Quello in corso Lodi all’incrocio con la via S.G. Emiliani, ad esempio, dove degli abbaini enormi contrastano con un elementare principio di proporzione e, probabilmente, di funzionalità degli spazi interni; quello appena ‘spacchettato’ in piazza Libia, lato viale Lazio, dove la nuova copertura sottolinea in modo anomalo l’angolo della famosa ‘crociera’ disegnata alla fine del 1800 dall’ing. Beruto; quello all’incrocio tra piazza Buozzi e via Adige, dove la povertà dei materiali utilizzati e la parzialità dell’intervento che non coinvolge il prospetto sulla piazza (evidentemente per questioni di diversa proprietà dei sottotetti) mettono in crisi il disegno decoroso e ricercato dell’edificio preesistente.

Si tratta di tre esempi, dunque, che soprattutto dal punto di vista del paesaggio urbano e della qualità architettonica sollevano più dubbi che certezze.
Che fare dunque?

C’è chi propone di abrogare tout court la Legge: eliminando lo ‘strumento’ si eliminerebbe così anche il ‘problema’.Altri propongono, in un’ottica meno radicale e più ragionevole, di tornare alla versione originale della Legge del 1996, quella che consente il recupero dei sottotetti che già ora hanno un’altezza interna tale da non dover modificare le falde. Altri ancora manterrebbero così com’è la normativa aumentando però gli strumenti di controllo qualitativo dell’Amministrazione comunale per valutare e indirizzare i progetti edilizi anche in relazione alle diverse specificità dei quartieri milanesi. Si tratta di tre possibili strade percorribili da parte della politica, il cui compito è quello di mediare tra gli interessi collettivi e quelli particolari.

Il dibattito è aperto: la nostra idea è che per farsi un’opinione critica sia necessario riportare la vicenda alle due questioni di fondo poste all’inizio: all’urbanistica e all’architettura.

Per quanto riguarda la prima, ad esempio, potrebbe essere d’aiuto ripensare alle implicazioni che quella Legge solleva all’interno di una logica più ampia di governo del territorio. I sottotetti non dovrebbero essere delle entità a sé stanti, né dei bonus volumetrici garantiti agli operatori immobiliari. Al contrario, si tratta di uno dei tanti tasselli che forma il più ampio puzzle di governo delle trasformazioni della città e come tale va ripensato in un quadro di coerenza generale.

Per l’architettura, bisogna riconoscere che, pur con tutte le difficoltà dimostrate dai casi illustrati, la vicenda dei sottotetti solleva implicitamente temi da troppo tempo considerati tabù in Italia (ad esempio, il rapporto tra il vecchio e il nuovo, tra l’architettura esistente e quella contemporanea) così come temi che, da sempre, qualificano l’essenza stessa della città (ad esempio, la storia urbana del paesaggio come processo collettivo in continua evoluzione e trasformazione). Su questi temi è (sempre più) necessario riflettere e studiare per migliorare la nostra città e, forse, i sottotetti rappresentano un’opportunità per farlo. Vito Redaelli