Intervistiamo Mario Zucca, attore teatrale e giurato di Teatrando 2006

 

Abbiamo pensato subito a Mario Zucca come componente della giuria del nostro Premio Teatrale Letterario “Teatrando 2006”, quando cercavamo un attore teatrale “di peso” e nello stesso tempo collegato in qualche modo alla nostra zona.
E Mario Zucca era stato presente per più stagioni al Teatro Oscar, con due fortunatissimi lavori teatrali in coppia con Marina Thovez: Dovevi essere tu e Mortimer e Wanda.

Inoltre proprio a gennaio Mario Zucca è stato anche al Franco Parenti con Monsieur Ibrahim e i Fiori del Corano, che ha riscosso un ottimo successo sia di pubblico che di critica (compresa la nostra qui a fianco a cura di Ugo Basso).

Lo incontriamo quindi al Parenti, prima dello spettacolo, innanzitutto per ringraziarlo della sua disponibilità a far parte della Giuria del Premio, e poi per una breve intervista che ci faccia conoscere meglio l’attore che abbiamo così apprezzato sul palco.

Iniziamo con un po’ di dati: Mario Zucca è nato a Torino, è vissuto a Roma, e risiede da quasi vent’anni a Milano. Ha iniziato nell’81 con la prosa al Teatro Stabile di Torino, dopo di che “la televisione mi ha portato via per molti anni, con Drive in, molto cabaret, tanti monologhi più legati al cabaret che non al teatro.” La sua vena comica, infatti, è garantita, essendo, come ci dice “innata”. Contemporaneamente lavora come doppiatore professionale (e la voce, vi garantisco, merita di essere ascoltata).

La svolta avviene nel 1995, quando Marina Thovez (che è anche sua moglie) scrive Mortimer e Wanda “e grazie alla scrittura di Marina, che ha vinto anche dei premi con quel monologo, è stato prodotto Mortimer e Wanda ed è iniziata la nostra avventura teatrale, con relativa tournée e record di incassi all’Oscar.”

Due anni dopo, sempre la Thovez ha tradotto Dovevi essere tu dall’americano (It had to be you): un altro successo rimasto in cartellone all’Oscar per sette settimane.

E il prossimo spettacolo della coppia Zucca-Thovez? “E’ un lavoro prodotto dal teatro Coccia di Novara, scritto in collaborazione con Francesca Angeli e Marina Thovez, con la regia di Massimo Navone”. (Sobbalziamo perché Massimo Navone è anche il Direttore della Scuola d’Arte drammatica Paolo Grassi, anch’egli nella giuria di Teatrando 2006 -quando dici il caso…- che intervisteremo nel prossimo numero di QUATTRO)

“La commedia si chiama Quel solito sabato, è già stata rappresentata e continueremo per tutta la prossima stagione”E a Milano? “Verremo il prossimo anno, abbiamo due o tre proposte, vedremo quindi dove collocarla.” Il futuro dunque è nel teatro, ormai:“E’ stato grazie a Marina, alla sua scrittura innovativa: se lei non avesse avuto quell’intuito nel capire che quella commedia poteva funzionare e soprattutto trovare i produttori che ci credevano, non sarebbe successo nulla.Io la prosa la intendo solo in coppia con Marina, per me è fondamentale, abbiamo lottato e ci siamo impegnati in tutti questi anni per il teatro a due.”Un impegno sicuramente premiato dal pubblico, e destinato ad ampliarsi anche dopo la sorprendente interpretazione di Monsieur Ibrahim.A Mario Zucca, quindi, i nostri complimenti ed auguri di successo (e un arrivederci in Giuria).
Stefania Aleni

 

MARIO ZUCCA IN MONSIEUR IBRAHIM DI SCHMITT

Lo spettacolo è un monologo, un genere che le ristrettezze economiche di questi anni hanno fatto frequente sui nostri palcoscenici: sembrerà paradossale, ma, almeno per alcuni aspetti, è una garanzia di qualità. E’ davvero raro che uno spettacolo per voce sola sia deludente:l’attore che si ripromette di intrattenere il pubblico per oltre un’ora deve essere ben sicuro del suo mestiere e della tenuta del testo che presenta. Nessuno spettatore attento sarà stato deluso da questa superba prova di Mario Zucca, diretto qui da Oliviero Corbetta, nel racconto Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, del romanziere e drammaturgo francese Eric-Emmanuel Schmitt, rappresentato nello scorso gennaio sul palcoscenico della sede provvisoria del Teatro Franco Parenti: tre anni fa il regista Francois Dupeyron ne aveva tratto un film di discreto successo con il grande Omar Sharif nei panni dell’anziano Monsieur Ibrahim.

Il testo narra di un ragazzo ebreo, figlio di un triste avvocato vedovo e incapace di relazione e da un anziano droghiere islamico, unico islamico nella via degli ebrei, capace, viceversa, di stabilire unrapporto paterno. Racconto di formazione, con un personaggio eco del Virgilio guida di Dante e della volpe del Piccolo Principe, capolavoro della letteratura francese del Novecento. Monsieur Ibrahim sa costruire il giovane nella saggezza quotidiana, nella spiritualità interiore, nella comprensione cordiale, soprattutto nella scoperta del valore straordinario del sorriso: guardare sorridendola realtà e le persone che stanno accanto riesce spesso a mutarne la reazione e a stabilire un rapporto. E il Corano non ha l’arrogante pretesa di risposte per tutto, ma è il basso continuo a cui deve intonarsi la vita di ogni giorno.

Mario Zucca è forse alla sua prova più alta: la sua età, media fra i due personaggi a cui dà la voce, gli consente di essere per lo spettatore la sintesi del giovane ebreo e del vecchio islamico, figure diverse, come in fondo ciascuno di noiporta in sé le persone che più ci hanno costruito. Ma Zucca riesce anche a dare vita scenica al padre, alla prostituta che il giovane cerca di frequentare; riesce a farci cogliere lo stupore di fronte al mondo che gli si apre via via dinanzi,più nella bottega del droghiere o nelle stanze di una casa di tolleranza che fra i banchi del liceo che frequenta. Dà voce e anima ai diversi personaggi non trasformandosi in loro con espedienti teatrali comeil costume eo il trucco, ma appunto portandoli dentro di sé, facendone strumento della sua maturazione attraverso l’evocazione ora serena ora angosciata: e lo spettatore è accompagnato a vedere la realtà, anche negli oggetti di scena fisicamenterimossi via via che passano dal materiale alla memoria, con gli occhi del narratore, fattosi adulto e autonomo, e a convincersiche il sorriso può dissolvere anche barriere presunte incrollabili.
Ugo Basso