Il paesaggio milanese e il recupero abitativo dei sottotetti

 

 

Nell’ultimo decennio la questione del recupero abitativo dei sottotetti ha rappresentato un tema di acceso dibattito a Milano: può dunque essere interessante costruirci un punto di vista critico su questo tema anche perché negli ultimi giorni dello scorso dicembre la Regione Lombardia, dopo alcuni mesi di polemiche, ha approvato una nuova legge che consentirà la ricomparsa di numerosi cantieri di sottotetti nel paesaggio milanese.

La vicenda dei sottotetti ha avuto inizio nel 1996 allorché una prima legge regionale ne rese possibile la trasformazione in spazi residenziali in deroga ai limiti posti dal Piano Regolatore. Il principio generale era quello di promuovere un recupero edilizio con l’obiettivo di contenere il consumo di nuovo territorio, un bene, quest’ultimo, sempre più scarso: il vincolo fondamentale consisteva nel rendere possibile il recupero dei soli sottotetti già esistenti alla data di approvazione della legge e nell’obbligo di mantenere le pendenze delle falde del tetto esistente.

Tale impianto normativo venne poi modificato nel 1999 con una nuova legge regionale che ampliò le possibilità del recupero: potevano, infatti, essere modificate anche le altezze e le pendenze delle falde del tetto per raggiungere un’altezza media interna di 2.40 metri e venne resa possibile l’anomalia – tutta lombarda – del recupero anche dei sottotetti non esistenti. In breve, costruendo un intero edificio ex-novo che sfruttava la massima volumetria possibile si poteva poi recuperare comunque il sottotetto, configurandosi questo come un premio volumetrico aggiuntivo.

Arriviamo così all’oggi: nel marzo del 2005 la Regione approva la «Legge per il governo del territorio» che, da un lato, conferma il recupero dei sottotetti determinando tuttavia, dall’altro, l’impossibilità pratica di tale recupero per la scomparsa di alcuni articoli fondamentali della legge. Ne è conseguito un numero consistente di contenziosi legali tra operatori e amministrazioni comunali destinati a risolversi solo con le ultimissime modifiche di legge del 27 dicembre 2005 con la quale la Regione ha reintrodotto gli articoli scomparsi riconfermando, tra le altre cose, il concetto sopraccitato di premio volumetrico relativo anche ai nuovi sottotetti. Tutti voi potreste domani fare domanda di costruzione di un nuovo edificio e per il recupero del sottotetto avreste il solo vincolo di aspettare 5 anni prima di renderlo abitabile e immetterlo nel mercato.

Completata, con grande sintesi, questa introduzione legislativa, proviamo dunque a ragionare su almeno tre questioni nodali per cercare di capire se e come i sottotetti possano risultare importanti nel paesaggio urbano di Milano e della Zona 4.

Lodi/Buozzi

La prima, riferita al principio di fondo che la legge regionale ha introdotto, fin dalla prima versione del 1996: quello del contenimento del consumo di nuovo territorio. Si tratta di un buon principio oppure no? Noi crediamo che lo sia: i sottotetti esistenti rappresentano infatti una potenziale offerta abitativa che vista la domanda di nuove case (e i prezzi spropositati di mercato) costituisce una risorsa importante per i proprietari di quegli spazi. Il premio volumetrico sui nuovi sottotetti (quelli che verranno costruiti nel futuro) di cui si è parlato è certamente discutibile, e se ne potrebbe discutere, ma l’obiettivo generale che il principio propone è condivisibile.

La seconda: quanto sono importanti le trasformazioni dei sottotetti nel definire qualitativamente il paesaggio urbano della città? Crediamo che lo siano in mododeterminante, ovvero che si configurino come azioni modificative della dimensione urbana microscopica ma che, effettivamente, siano importantissime per determinare la sensazione di città che tutti noi ci facciamo quando camminiamo per strada e viviamo lo spazio urbano.

Si tratta dunque di un tema progettuale delicato in quanto modifica la relazione tra fronte edificato e sezione stradale e che non si può affrontare con leggerezza. I vincoli/opportunità sono molti: spaziano dagli argomenti più nobili delle discipline architettoniche del passato quali, ad esempio, il concetto di proporzione (compositiva e funzionale) del nuovo rispetto al vecchio, fino a tematiche più contemporanee quali quella di poter sperimentare nuove forme dell’abitare come espressione del nostro tempo.

La terza, che è conseguenza delle due questioni precedenti: se, da un lato, condividiamo il principio di fondo della legge e, dall’altro, siamo coscienti della delicatezza progettuale del tema in discussione, l’argomento fondamentale diventa dunque quello di capire come progettare queste micro-trasformazioni cercando di trovare i modi per farle bene ovvero qualitativamente importanti e adeguate al paesaggio della nostra città.

Se questi sono gli obiettivi, non ci sono ‘formule architettoniche’ proponibili per trovare univocamente le buone soluzioni: si tratta, come sempre, di immaginare con intelligenza il progetto, anche osservando pregi e difetti di quelli che sono stati già costruiti. Da questo punto di vista, è possibile scoprire dei buoni progetti anche nella Zona 4 e utilizzarli come occasione di riflessione: l’intervento, ad esempio, di Piazza Tricolore, angolo viale Bianca Maria, dove un ordine moderno e rigoroso di nuovi lucernari dialoga con il prospetto storico dell’edificio esistente; come il caso di via Muratori, tra le vie Vasari e Botta, dove il progettista definisce una balconata coperta che completa con efficacia il prospetto; o come, infine, nel curioso edificio bi-fronte all’angolo tra Corso Lodi e piazzale Buozzi dove il recupero del sottotetto offre l’opportunità di meglio definire dei prospetti edilizi originariamente poco significativi.

In definitiva, l’argomento è abbastanza complesso ma anche intrigante e meriterebbe di essere approfondito per rendere più chiare le opzioni possibili: sulla vicenda dei sottotetti milanesi sarebbe proprio il caso di scrivere un libro.

Vito Redaelli

via Muratori