Storie di volontarie della Croce d’Oro
Che orario strano (sono le 5:40)... beh, sono appena tornata da una nottata di volontariato in ambulanza...
Stanotte ho soccorso un ragazzo motociclista che si è fatto davvero, davvero male.
Io, mi sono sentita parecchio impotente... Arrivati sul servizio e vista la scena ho pensato "Non devo piangere, sono forte e insensibile... non devo piangere, sono forte e insensibile... “ fino ad un certo punto la mia auto convinzione mi ha aiutata!!
Gli ho mantenuto la testa in posizione neutra e lo guardavo negli occhi...2 due immensi occhioni azzurri.... Lui urla, ha un male terribile alla gamba. Io più agitata di lui urlo... “LA GAMBAAA” !!
Il mio capo servizio mi sgrida... "più ti agiti più agiti lui"... e lui non voleva che lo lasciassi un secondo.Mi ha preso la mano e non mi ha lasciata più fino all'arrivo in ospedale.
I miei due colleghi nel frattempo gli curavano le ferite nel miglior modo possibile e io dovevo solo stargli seduta accanto e tenergli la mano stretta, stretta... quando sentiva più male mi stringeva fortissimo.
Un'emozione indicibile... tra il fatto che ha più o meno la mia età... che è un motociclista... che era spaventato...Alice
Non lo so se dico questa cosa per sentirmi una persona molto sensibile, e perciò migliore, ma oggi, 5 aprile 2005, è morto Fathy. Il suo cognome non importa perché non era nessuno, solo un ragazzo di diciotto anni appena. Io non lo conoscevo, e non so che persona fosse, magari non mi sarebbe stato simpatico, o magari sì, più probabilmente non lo avrei mai incontrato, ma il destino ha voluto che fossi lì a provare invano a far battere ancora il suo cuore, oggi che il suo cuore ha deciso di smettere di battere.
Siamo arrivati in sirena dopo aver letteralmente attraversato la città, ma non ci aspettavamo una cosa grave.Ci avevano detto che un parente ci avrebbe aspettati all’ingresso del cortile, e lo abbiamo seguito fino all’interno del piccolo appartamento a pian terreno. E Fathy era in bagno, per terra, e non aveva polso, e noi ci abbiamo provato, ed abbiamo chiesto l’intervento di un medico che è arrivato e ci ha provato anche lui, ma non c’è stato niente da fare. Fathy non aveva nessuna malattia ,non prendeva medicinali, non faceva uso di sostanze, non ha assunto niente stamattina; stamattina si è alzato, è andato al mercato con suo fratello, poi è tornato a casa, suo fratello è andato a fare un controllo in ospedale, e lo ha lasciato che entrava in bagno, dove lo abbiamo trovato noi, più di due ore dopo. Probabilmente l’autopsia riuscirà a stabilire la ragione di quello che è successo (il medico ha ipotizzato un’emorragia celebrale), ma non credo ci sia medicina legale che tenga, perché non c’è ragione.
Fathy era egiziano, chissà da quanto fosse qui in Italia, chissà com’è stata la sua vita prima di quella casetta angusta con una stanza e tre letti a castello, ed il lavoro in una ditta di pulizie.Magari i suoi genitori sono ancora in Egitto, e forse sorridevano pensando che il loro figlio stesse provando a cambiare la sua vita.Chissà se Fathy fosse della stessa idea,o se invece non si sentisse uno straniero qui, chissà come sarebbe potuta diventare la sua vita, di sicuro come chiunque altro avrebbe avuto diritto a molto più di quelle tristi mura, e molto più che morire così. Rosa
Ho iniziato per “curiosità” con molto timore e con molti dubbi.
I giorni passavano e le lezioni teoriche ci fornivano nozioni che la mia mente stipava confuse.
Poi la prima uscita in Ambulanza: una mattina densa di forti emozioni, ansia e curiosità, l’adrenalina per l’incognita e paura, tanta.
Sensazioni che dopo otto mesi sono ancora intatte ad ogni servizio.
Il telefono che squilla, una chiamata alla radio, e il cuore comincia a battere all’impazzata, nella speranza di non dover assistere ad episodi troppo brutti.
Le notti sveglia a pensare: “quando ci chiameranno?” “cosa sarà successo questa volta?”
Ma la domanda più frequente, tra le mille che scorrono nella mia mente pensierosa è: “ne vale la pena?”
Vale la pena dedicare tutto questo tempo alla Croce d’ORO, al volontariato, alla gente?
La risposta è negli occhi dei pazienti che riesci ad aiutare, nella soddisfazione di alleviare il loro dolore con un piccolo gesto, un sorriso, una carezza. E allora ti senti indispensabile e ripagata.
Tutti i motivi diventano motivazioni, fattori dinamici che indirizzano i tuoi sforzi verso uno scopo. Non è più un teorico “aiutare gli altri”, lo stai facendo davvero.
E poi ci sono i compagni d’avventura, splendide persone che all’inizio ti sembrano cosi esperti, bravi e sicuri in quello che stanno facendo tanto da chiederti se un giorno sarai come loro.
Sono sempre li, pronti a dirti quello che speravi di sentire, a darti quello di cui hai bisogno, la parola giusta, un sorriso che confermi la correttezza del tuo intervento, un trucchetto utile per la prossima volta.
Ho trovato il mio posto in un ambiente che mi ha fatto comprendere e mi ha confermato di aver fatto la scelta giusta, scelta che rifarei un’altra volta ed un’altra ancora. Doriana
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