1950: la domenica mattina dei nostri quartieri
Il sole della domenica mattina si alzava lento assieme alla saracinesca sottocasa del bar Bailini di via Anfossi, poi come lei rimaneva sospeso a metà come dire ci sono e non ci sono. Non diversamente le nostre palpebre che si sollevavano, rimanendo però socchiuse, per trattenere, stringendole negli occhi il più a lungo possibile, le emozioni dei sogni vissuti. Sogni che a contatto con la realtà di tutti i giorni (il comodino, il lampadario, le persiane socchiuse), come Satana al cospetto del crocefisso, rientravano, risucchiati inesorabilmente, per dissolversi nell’oscurità dalla quale erano venuti.
Ma cosa distingueva nei nostri quartieri la domenica mattina di allora da quella che viviamo oggi? Il silenzio. Non un silenzio qualsiasi, ma un silenzio che viveva e si faceva ascoltare, punteggiato com’era da piccoli e rari rumori che oggi non esistono o non percepiamo più sommersi come sono dal rombo di una città che non si dà pace nemmeno la domenica: le poche voci che camminavano per strada le cui parole potevi distinguere una ad una (storie senza volto che si perdevano nella distanza…), gli zoccoli lontani di un cavallo da lavoro che rientrava in ritardo alla stalla, dopo il pandemonio che il mercato ortofrutticolo aveva creato nei nostri quartieri il giorno prima. Colto di sorpresa da quel silenzio sconosciuto, stanco com’era, correva smarrito, caricando sui suoi garretti la fatica della sua poderosa corporatura, per rientrare al più presto nel buio, nell’inespresso ancora del giorno dopo. E poi ancora le rondini (allora erano tante e oscuravano il sole) che si avvitavano nel cielo fischiando fino a stordirsi alla caccia di prede invisibili ai nostri occhi. Il fremere delle loro ali sui cigli dei nostri davanzali, cigli che si riducevano a rari secondi dai quali spiccavano i loro voli altissimi e infinitamente sapienti. E di silenzio erano anche i rintocchi delle campane di Santa Maria del Suffragio (che in ogni stagione di domenica sposava il più possibile) seguiti dai rintocchi fiochi di altri campanili che la nebbia ovattava dissolvendoli in una lontananza irreale. Arrivava alle nostre orecchie il brusio della messa e persino il silenzio che accompagna l’alzare dell’ostia. Segni di vita che sapevano però di acerbo, di mattino troppo precoce per indurci ad uscire dal nostro torpore.
Soltanto più tardi, ma molto, molto più tardi (grazie alla discrezione che distingueva a quei tempi persino i venditori ambulanti) passava a primavera l’urlo di “anemoni!” di un piccolo uomo del Sud, larghe braghe da giardiniere appese alle bretelle che sostenevano a loro volta il suo corpo minuto e traballante scosso com’era da una voce (la sua) più grande di lui. Trascinava un carretto carico di fiori e di spezie e dietro ancora lasciava una scia senza peso di aromi che si insinuava tra le fessure delle nostre persiane, invadendo le nostre narici.
Il silenzio comunque veniva definitivamente rotto sino a farci saltare sul letto dallo sbattere dei battipanni sulle coperte della notte, stese sui balconi. Colpi che comunicavano con gli altri balconi del quartiere come per rendere conto gli uni agli altri, della notte trascorsa. Un tam tam che si moltiplicava col passare dei minuti, diffondendosi a tutto il rione. A questo rito seguiva il volo repentino dei passeri che spaventati, si alzavano portandosi via delle nostre notti la polvere dei minuti segreti…
Una città che per qualche tempo rimbombava assordante, e che, a ben guardarla in queste circostanze, dava l’impressione di essere in realtà ancora niente più che un grosso borgo anche se smisuratamente dilatato. Un borgo che si capiva però quanto facesse fatica a rimanere nell’involucro di una pelle che gli andava sempre più stretta. Anche la sua fisionomia non era ben definita ancora: un volto simile a quello degli adolescenti, né carne né pesce. Si percepiva nella sua aria e nelle sue arterie un fermento, una inquietudine, il ribollire confuso dei suoi ormoni. Inquietudine che sarebbe di lì a poco esplosa in una trasformazione che avrebbe reso questa città adulta per sempre. Un’esplosione, un vento nuovo e impetuoso quello dagli anni ‘50 della quale fecero le spese, prime fra tutte, le piccole cose, le più fragili e commoventi: modeste osterie, botteghe di artigiani, i baracchini delle cianfrusaglie, le edicole asburgiche, tutto spazzato via assieme ai sentimenti che ci legavano a loro. Proprio quelle cose e quei sentimenti che ora ci vengono a mancare. Quei luoghi reduci che, con la sensibilità che gli è propria, il collega Biagini va ricercando e qualche volta scopre e descrive su queste pagine, riportandoli alla luce, veri fossili incastonati nel passato. Perché “QUATTRO” è anche questo: ricerca del nostro passato, di questi antichi sentimenti indispensabili per vivere, o meglio sopravvivere al presente.
Gianni Tavella
![]() |