1950: l’alba dei nostri quartieri
Non sembrava proprio potesse accadere che quell’orizzonte nero lacca degli ultimi istanti della notte, impenetrabile nell’oscurità fattasi pietra, consistenza, si sarebbe di lì a poco dissolto rischiarandosi. Erano quelli i minuti in cui noi tutti, spendevamo senza saperlo, gli ultimi spiccioli dei nostri sogni.
L’alba faceva la sua apparizione, ancora incerta e poco convinta, dal fondo della via Anfossi, laddove la strada si perdeva allora negli orti e poi nell’aperta campagna. Accendeva di argento vivo luci e cavedani che nelle limpide rogge si mettevano a guizzare di una vitalità che i raggi di quel primo chiarore coglievano all’amo. Abituata a percorrere via Anfossi ogni mattina, camminava come uno di noi, mani in tasca, srotolando dal torpore gomitoli di gatti appollaiati sopra ai tetti e d’inverno alzando in volo i brividi dei primi merli affamati, allargandosi poi indisturbata (non esistevano gli ostacoli di oggigiorno) nella libertà che le si apriva attorno senza limiti.
Sembrava di poterlo toccare quel chiarore mentre si estendeva, ormai protagonista della scena, come un incendio sulle facciate delle nostre case, per poi sfociare nell’incrocio di via Anfossi con via Cadore. Da lì si diramava incontenibile andando a scovare e illuminare tutte le vie attorno, in particolare quelle più anguste e restie (le prime che poi al tramonto si affrettano a chiudere le persiane per riappropriarsi dell’oscurità).
A quell’incrocio si imbatteva con i primi volti ancora assonnati e indecisi, sospesi, tra la notte e il giorno, riuscendo a disarticolare le prime espressioni e i primi pensieri. Certo, qualcuna di queste fisionomie sarebbe stato meglio fossero lasciate al buio, considerate le intenzioni che al risveglio si sarebbero agitate nelle loro teste e le conseguenze che avrebbero messo in atto durante il giorno.
Ma l’alba non fa eccezioni o sconti e tutta la realtà, nel bene o nel male, deve prendere vita ed esprimersi per quella che è. D’inverno, anticipando tutte le altre attività, persino quella della stessa alba che volevano anzi prevenire, attraversavano le vie di Porta Vittoria camion carichi di rottame e carbone. Sopra a questi mucchi di detriti, piccoli uomini avvolti da capo a piedi in teli di sacco per ripararsi dal freddo, un corpo solo nell’assecondare gli umori della guida e le buche del selciato. Correvano a tutto gas per raggiungere caseggiati e fabbriche le cui caldaie erano rimaste sprovviste di combustibile. Poco dopo (ma in questo caso eravamo naturalmente nel periodo estivo) era la volta degli “uomini del ghiaccio” che, lasciando dietro di sé una scia d’acqua sul marciapiedi, entravano nelle portinerie portando sulle spalle protette da teli di sacco, lunghi parallelepipedi di ghiaccio colante destinati alle ghiacciaie delle cucine dei condominii (ancora non si conoscevano i frigoriferi o forse i primi esemplari avevano fatto la loro comparsa negli appartamenti “ricchi”).
Le uniche attività che avessero puntualmente i tempi dell’alba erano, come del resto oggi, le edicole già allora numerose nei nostri quartieri. Non erano certi i baracchini di oggi, senza arte né parte che i nostri amministratori hanno permesso crescessero come funghi deformi negli angoli delle strade (assieme ad altre brutture anche nel pieno centro di Milano, finalizzate alla vendita di pistacchi o immagini di Padre Pio) ma piccole pagode di ghisa artisticamente lavorata, lasciateci dalla gestione austriaca della città. Un piccolo sportello, attraverso il quale passava a stento una sola testa alla volta, era l’unica possibilità di comunicare, come in un confessionale, con l’edicolante del quali si finiva per conoscere sì o no il volto e la voce.
Dai marciapiedi arrivava nelle nostre camere da letto il ticchettio affrettato dei tacchi di anziane signore, il velo già in capo, dirette per la prima messa alla chiesa di Santa Maria del Suffragio. Un passo svelto il loro, che suonava acerbo a quell’ora per le orecchie di noi che ancora dormivamo. Un appuntamento irrinunciabile con il Signore per il quale trovavano l’energia anche di correre come se Cristo, inchiodato alla sua croce, potesse in qualche modo sfuggire loro. Tiratasi in casa tutti gli anni di quelle lunghe esistenze, la Chiesa aveva il suo bel da fare per convincere tante vie crucis viventi, finendo per ricorrere sempre alle parole del Vangelo, parole che non lasciano, o non dovrebbero, lasciare dubbi di sorta e sanno rispondere alle necessità ealle inquietudini di noi tutti.
Alla fine, dileguatasi nell’aria l’alba, era la volta del sole vero e proprio. Un vero trionfo. Le costruzioni basse di allora ci permettevano di vederlo sorgere quasi dal filo dell’orizzonte nella sua pienezza. Dava sempre l’impressione di passare lì per caso. Dava sempre l’impressione di passare lì per caso, con l’aria di chi non si vuole spendere più di tanto, considerando tra l’altro che per la nostra città avrebbe dovuto vedersela con la nebbia. Certo avrebbe preferito, chissà, sorgere dal Resegone o riservare i suoi primi raggi alle acque allora azzurre del Ticino e alle sue bianche spiagge di finissima sabbia ancora immacolata. Ma l’idea di far luccicare l’oro della Madonnina probabilmente lo inorgogliva molto come lo inorgoglisce ancora. E poi, una benedizione della Madonnina non la rifiuta nessuno, sole compreso. Nell’attimo in cui sole e Madonnina si incrociavano illuminandosi a vicenda, si consumava un vero e proprio atto d’amore, al quale assistevamo commossi. Ancora oggi un’immagine, tra quelle rare, che ci fanno ancora sognare…
Erano quelli anche gli istanti in cui si alzavano gli ululati (che non sembravano finire mai) delle sirene che annunciavano l’inizio del lavoro, spegnendosi poi rauche senza più uno spicciolo di fiato.
Poco prima gli sbuffi bianchi delle motrici dei treni che stridevano il loro arrivo puntuale sulle rotaie della Stazione di Porta Vittoria. Vapore che inondava tutti i nostri quartieri che si trasformavano per qualche minuto in un set cinematografico per una scena sentimentale con l’immancabile incontro sulla pensilina tra un Clark Gable e una Grace Kelly di turno. In realtà i vagoni scaricavano semplicemente i pendolari di allora con sotto braccio la quotidiana “schiscetta”. Proprio quei pendolari che contribuirono più di tutti a fare “grande” la nostra Milano.
Gianni Tavella
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