Dopo il diluvio/11
LA CINA E’ VICINA
Qualsiasi cosa facciano, i cinesi la fanno fra loro, perciò Salvatore fu di primo acchito diffidente nei confronti di quello scheletrico zazzeruto fresco di ex Celeste Impero che, un po’ in un italiano tutto da edificare e la rimanente parte a gesti, gli stava dicendo che il ragazzo del cartello “Cercasi ragazzo” appeso sulla vetrina del bar non poteva essere che lui.Poiché però uno abbastanza comprensivo verso le concezioni remunerative di Salvatore ancora pareva dovesse nascere sotto l’italico cielo -cioè, a detta di Luiss e Renato, uno così fesso da prendere in nero i pochi euro che Salvatore era disposto a sganciare- Cheng divenne parte integrante del baretto, e i pochi euro in euro si trasformarono, potenza del cambio, in pochissimi euro in giallo.<<Dovresti pagarmi tu perché ti imparo l’itagliano>> gli ripeteva Salvatore, che però su un punto aveva ragione: qualsiasi cosa facciano, i cinesi la fanno fra loro.I parenti di Cheng, infatti, male sopportavano l’idea che il congiunto stesse cercando di dare uno sbocco alternativo al proprio asiatico esistere, e cercarono di convincerlo a cambiare idea. Lo fecero penalizzati dal fatto che la Cina è un paese totalitario, dove la democrazia non si sa dove stia di casa; cioè, molto antidemocraticamente, presero a menargliele di soda ragione. Cheng, che già era tutt’ossa di suo, si rivelò un osso duro, e quotidianamente si ripresentava al lavoro coperto di lividi. I parenti si misero ad aspettarlo fuori del locale, in tre, per accorciare i tempi morti dei preliminari e prenderlo direttamente a ceffoni, pugni e calci. <<Se non la smettete chiamo la polizia!>> urlò una sera Fiorella, la giunonica e biondacciosa panettiera che aveva la vetrina attaccata a quella del bar. L’idea della polizia non faceva né caldo e né freddo ai tre cinesi, e alla lunga Cheng dovette cedere e rientrare nell’ovile. Passarono un paio di mesi, durante i quali Salvatore tentò inutilmente di colmare allo stesso costo il vuoto da lui lasciato, e un bel mattino, fresco come un fiore rugiadoso, Cheng ricomparve.<<Vogliono falmisposale una fimmina cinese senza tette e con le gambe stolte>> disse fra le lacrime. <<Mogli e buoi dei paesi tuoi>> sentenziò Luiss dall’unico tavolino cacciato sul fondo di quella specie di corridoio che era il locale. <<Sì, ma chidda non tiene le tette e tiene pule le gambe stolte>> ribadì Cheng nel suo italiano risciacquato grazie a Salvatore nello Stretto di Messina, mettendoci di proprio la mancanza della r, che sostituiva con la l neanche fosse schizzato fuori da un fumetto anni ’50. E la storia ricominciò, con la variante che ad aspettarlo, alla chiusura del locale, i cinesi erano diventati sei, perché anche i parenti della futura sposa volevano dire la loro. Cheng ne usciva ogni volta da fargli l’autopsia là dove si trovava. <<Io chiamo la polizia, farabutti!>> sbraitava Fiorella, i seni sparati avanti dall’indignazione. Salvatore, invece, che non gradiva tutto quel movimento davanti alla propria attività commerciale, e sulla polizia aveva idee personali e alternative, digitò sulla tastiera del cellulare il numero del cugino Liborio, che viveva dalle parti di Brugherio, in una villetta a prova di bazooka. <<Ti mando Saro>> disse Liborio dopo i convenevoli. Saro arrivò l’indomani, 160 di altezza per 150 di torace, i capelli neri stirati sul cranio, lo sguardo opaco. Sfrattò dal tavolino Luiss e Renato e ci si mise lui, gli occhi fissi nel vuoto, fino all’ora di chiusura, quando uscì, e attese che i sei cinesi iniziassero l’opera di persuasione sentimentale nei confronti di Cheng. Dopodiché divenne fulmineo: un cinese gli finì pigiato sotto i piedi, un altro andò a raccattarsi i denti sul cofano di un’auto, un altro ancora scartavetrò con la faccia gli scarabocchi dei graffittari.Mentre stringeva la trachea del quarto da spappolargliela, sibilò ai due che ancora non avevano ricevuto la propria razione, e, a quel punto, non parevano molto motivati a riceverla: <<Dite ai vostri comparuzzi che ‘sta camurria deve finire, o vi ficchiamo dentro i vostri involtini primavera a colpi di lupara.>> I cinesi cono intelligenti, e il senso di quel plurale usato da Saro venne recepito a pieno.Cheng si trovò così bandito dalla comunità, ma incolume, e libero di gettarsi con i propri pochi euro nei fasti dell’Occidente tentacolare. <<Sfido che non gli piacevano le cinesi!>> sbottò Salvatore, pizzicandolo nel retro mentre sbaciucchiava la caritatevole Fiorella, che era arrivata per medicargli gli ultimi lividi, e che come età sarebbe potuta essere quasi sua madre, dando per scontato che Fiorella certe cose avesse cominciato a farle precocemente. Ma Cheng era un uomo d’onore, e si mise a piagnucolare.<<Per colpa mia una giovane fimmina cinese è senza malito e senza masculo>> singhiozzò.Luiss prese interesse per la cosa. <<Senti, Fiordiloto>> disse con la propria geografia al tot per cento, che gli faceva ritenere che la Cina fosse una provincia del Giappone o viceversa <<non sia detto che noi italiani siamo inospitali.Per il malito niente da fare, perché sono sposato con la Francesca, e se avessi ammazzato qualcuno sarei fuori da un pezzo, ma per il masculo, be’, se le cinesi non fanno storie per la differenza d’età…>> offrì magnanimo. <<Ma è senza tette e ha le gambe storte!>> fece Renato. <<Sì, ma ha anche una ventina d’anni, e la consistenza del poco che c’è avrà bene il suo valore>> ribatté Luiss. Cheng, intanto, era tornato nel retro, e stava facendo un corso accelerato di conoscenza della biancheria intima delle donne occidentali, complice Fiorella, che aveva due seni che sembravano ognuno un panettone per famiglia numerosa, e due gambe che a volumetria potevano essere evase dal colonnato di San Lorenzo, ma erano più che diritte.<<Quando si dice l’integrazione!>> sospirò Renato, che credeva fermamente nel dialogo fra diverse culture. A restarci male fu Salvatore, che erano dieci anni che ci provava senza successo con Fiorella. <<Chiamiamolo fascino orientale>> borbottò affettando una porchetta come avrebbe fatto Jack lo Squartatore.
Giovanni Chiara
Giovanni Chiara
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