Incontro sulla via Ripamonti con l’artista Luigi Regianini

 

Quanto è lunga via Ripamonti! È una di quelle vie di Milano che per la loro profondità si disfano in un orizzonte di voci senza suono, di tram in miniatura che sembrano galleggiare, finendo per perdersi in una lontananza di indistinto. Due piani ripidi senza ascensore di uno stabile Liberty al numero civico 105.  Due piani ripercorsi in discesa, dopo l’incontro con l’artista, con la convinzione di poterne scalare senza lamenti anche dieci, pur di riprendermi tutta l’emozione che quella visita mi aveva trasmesso.
Dopo aver “respirato”a lungo il fascino inquietante dello studio di Regianini (il tempo correva, ma come calcolarlo, in un luogo che ne era assolutamente privo) mi sono chiesto per quale irriconoscente destino il maestro (che pure ha ricevuto notevoli riconoscimenti istituzionali) non abitasse, in pianta stabile, ben più in alto di quel secondo piano, lassù, nella suggestione di quei cieli incredibili che è in grado di immaginare e in compagnia, senza imbarazzo alcuno, dei “grandi” storici.

Stanno strette, e lo si avverte, ai personaggi e alle fantasie di Regianini, le pareti del pur ampio studio, alle quali con evidente insofferenza, sono appesi.
L’habitat naturale che sembrano reclamare è lo spazio (quello senza limiti), abitato da quelle nuvole cariche di stupore e dalle sagome inverosimili che il maestro riesce ad inventare. Immagini che rimandano a qualcosa di noi e da noi già vissuto. Ma vissuto dove e quando, impossibile stabilire. Del Surrealismo sono rimasti in me indelebili i ricordi della gelida rarefazione del belga René Magritte, del lirismo del britannico André Breton, della poesia incantata del catalano Joan Mirò (che sfiorò per breve tempo il Surrealismo per abbracciare poi definitivamente la sua vocazione astrattista), della magia visionaria di Yves Tango, della suprema e raffinatissima estrosità dello spagnolo Salvator Dalì.  Sono soltanto alcuni dei tanti interpreti del Surrealismo, dei quali ho citato sinteticamente le specificità, per poter rendere meglio conto delle peculiarità di Regianini.

Non mancano nelle sue opere anche segni di stupefacente poesia, poesia che l’autore sembra cercare di tenere a freno ma che esplode da ogni dove sotto forma di incantati miraggi o di cori angelici che come penetranti raggi di sole bucano con il colore e la luce lo spessore delle nubi o al contrario raccoglie, senza pietà alcuna da parte sua, respiri infuocati provenienti verosimilmente dell’inferno.
Poesia contagiosa la sua, che spesso trova per esprimersi nei suoi quadri, spazi infinitesimali, (ma ci sono eccezioni) come se dovesse fare breccia sgomitando nelle intenzioni di Regianini che sarebbe in grado di raccoglierne tanta e di tale suggestione da farci sognare e pericolosamente perdere…

Ma Regianini impone questo sacrificio alla sua sensibilità per fare posto alla inclinazione più urgente della sua coscienza: la denuncia. Figure e paesaggi si fanno carico del drammatico ma più spesso tragico volto dell’esistenza, immagini di anatomie scoperte e sconvolte a rivelare la sua incessante accusa alla parte moralmente malata della società che è quella che “conta” e vive nell’ipocrisia con la cinica volontà criminale di sopraffazione dell’altro.
Un’arte la sua, come lui stesso riconosce, non fine a se stessa, ma intesa come mezzo, strumento di insegnamento morale. Le deformazioni, la spietatezza dei colori hanno nei suoi dipinti uno scopo ben preciso: stupire, abbagliare, attrarre quanto più possibile irresistibilmente l’attenzione, nel tentativo di far “passare” il suo messaggio, il suo ammonimento e accendere la parte critica di questa coscienza contemporanea per lo più dormiente, non pensante, supina al “modus vivendi” che il “sistema” (come si definiva una volta) fa circolare per tutti uguale, al fine di assicurarsi una più agevole e “fruttuosa” gestione della società.

La precisione meticolosa, quasi ossessiva (ma sempre magistrale), come scolpita, degli infiniti particolari nei particolari (che induce anche la nostra riflessione a moltiplicarsi in una fuga prospettica da cui risulta non agevole “il ritorno”, è ulteriore conferma della volontà indomabile dell’artista di “scolpire” appunto, ma per sempre, la sua visione del mondo e il suo terribile “j’accuse” nei confronti dei delitti di coloro che sono in gradi di spegnere, a loro piacimento e preferibilmente sul nascere, le speranze, lo spirito innocente dei talenti nascenti e quello dei giusti.

Ma torniamo per un momento a quei due piani ripidi di via Ripamonti e al primo faccia a faccia col maestro Regianini che già ci attendeva sul pianerottolo di casa. Nulla faceva presagire dell’universo nel quale ci saremmo imbattuti all’interno dell’abitazione. Regianini ci accompagna nel suo studio dopo averci presentato una affascinante signora, viso chiaro, capelli biondi raccolti con eleganza sulla nuca assieme ai suoi pensieri. Portatrice, nei suoi rari gesti, di un silenzio che era il medesimo di cui sembravano nutrirsi lo studio e i dipinti appesi alle pareti. Un silenzio, quello in particolare di quest’ultimi, che col passare dei minuti, sembrava di sentire bisbigliare e poi urlare man mano che il maestro ce li “raccontava” approfondendone i significati. Lo studio: ampio, raffinato con al vertice una sontuosa scrivania antica accompagnata da una altrettanto antica e sontuosa poltrona. A lato (sinistro) di quest’ultima un manichino in posizione eretta riproducente una bellissima ragazza (o forse, chi può dirlo, una ragazza in carne ed ossa che simulava un manichino) con il volto e l’espressione sorridente.
Un sorriso però che si distendeva senza mai superare quei limiti che lo avrebbero reso confidenziale ma circoscritto a quelli dettati dalla professionalità. Sorriso e sguardo rivolti a colui che occupasse la poltrona con l’aria di chi si era votato per sempre ad esserne la segretaria discreta e puntuale, ma più credibilmente la “custode” di sempre. Alle spalle della scrivania, a coprire per intero la parete, un trompe l’oeil riproducente una Venezia rivisitata dal contagio surrealista, una miscela di realtà e finzione con in comune una profondissima prospettiva nella quale arcate e palazzi sono fermi nel tempo come se avessero ubbidito tutto ad un tratto ad un perentorio comando di qualcuno. Forse quella architettura piantata nell’immobilità a simboleggiare dell’arte il suo esistere al di là dei luoghi e del tempo. E quell’aria soffiata con forza in una profondità infinita, forse a pronosticare della bellezza un’espressione della vita destinata a rimanere inalterata nel futuro qualsiasi esso si possa configurare.

Mentre mi lascio andare a tutte queste riflessioni, mi ricordo tutto ad un tratto e già un po’ avanti nel tempo, che ero lì di fronte al maestro in compagnia di Stefania, per rivolgergli domande precise (Stefania per fortuna aveva incominciato a farlo da parecchio) e a portare a termine l’intervista che avevamo programmato.
Poche parole le nostre, alle quali Regianini replica con un autentico fiume di pensieri, ricordi, esperienze vissute. Il suo linguaggio è di una sorprendente semplicità, le sue considerazioni sull’arte e più in particolare sul “suo” Surrealismo, comprensibili e prive di retorica, come sempre capita quando si ha a che fare con un artista “vero”, che come tale non può prescindere dall’umiltà.

Umiltà che accompagna inevitabilmente chi della “verità” è stato in grado di raccogliere preziosissimi frammenti, rimanendo consapevole di quanto rimanga nell’universo di eternamente inesplorato.                    Gianni Tavella